Press "Enter" to skip to content

Lo scopo della critica della ragione e la rivoluzione copernicana

 

Vuoi leggere l’intero articolo? Vai qui!

Scopri i libri della collana di Scuola Filosofica!


…Malgrado la grande ricchezza delle nostre lingue, il pensatore si trova sovente in difficoltà quando si tratti di introdurre un’espressione che risponda appieno al suo concetto, in mancanza della quale non riesce a spiegarsi esattamente né con gli altri né con se stesso. Inventare nuove parole significa avanzare la pretesa di dettar legge in materia di linguaggio, cosa che raramente ha successo.

Immanuel Kant

La critica della ragion pura è uno dei vertici della filosofia occidentale. Edita in due grandi differenti momenti (1781, 1787), è l’opera fondamentale di Immanuel Kant (1724-1804) a tal punto che si distingue il periodo ʻcriticoʼ dal periodo ʻprecriticoʼ proprio in virtù della pubblicazione de La critica della ragion pura, nota anche come ʻPrima criticaʼ perché poi seguita da La critica della ragion pratica (1788) e La critica del giudizio (1790). In generale, il progetto filosofico critico kantiano nasce dall’esigenza di chiarificare le norme generali di giudizio (cioè come noi arriviamo a formulare proposizioni e valutazioni vere sul mondo). La domanda ha lo scopo duplice di chiarificare in che modo noi giungiamo a formulare le proposizioni sul mondo (morale, estetico o epistemico) e di valutare i giudizi stessi. Tuttavia, i due problemi sono simultanei nella dimensione della filosofia critica kantiana in cui la parola ʻcriticaʼ sta proprio per analisi delle condizioni di limite, ma anche di possibilità, della ragione nei diversi campi, appunto morale, estetico o epistemico. La critica della ragion pura è dedicata all’analisi delle condizioni di limite della ragione all’interno della sua attività conoscitiva generale, ovvero sia del mondo esterno che del soggetto stesso:

In quel tentativo di mutare il procedimento finora seguito dalla metafisica, e precisamente operando in essa una radicale rivoluzione sul modello di quella dei geometri e dei fisici, sta il compito di questa critica della ragion pura speculativa. Essa è un trattato del metodo e non un sistema della scienza stessa; tuttavia ne disegna l’intero contorno, sia rispetto ai limiti che le sono propri, sia anche rispetto alla sua completa articolazione interna. (…) Di conseguenza, la metafisica ha anche la rara felicità, di cui nessun’altra scienza razionale concernente oggetti (occupandosi la logica solo della forma del pensiero in generale) può esser partecipe, che se questa critica l’avrà posta sul sicuro cammino della scienza, essa potrà abbracciare pienamente l’intero campo delle conoscenze che le sono proprie, e potrà pertanto rendere compiuta la sua opera, lasciandola in uso alla posterità come un tutto non accrescibile…[1]

La critica della ragione è una peculiare (molto peculiare) forma di metafisica che ha dunque lo scopo quello di chiarire i limiti entro cui la metafisica stessa è possibile. Ovvero, come direbbe Kant in questo passaggio, l’oggetto non è solamente il “pensiero in generale” ma propriamente la formulazione delle condizioni di giudizio che sono possibili alla ragione, senza che questa oltrepassi i suoi stessi limiti. Questo è il primo e vero scopo della critica della ragione. In un altro passo Kant spiega nuovamente un altro scopo della critica, in opposizione con quelle che erano le principali modalità di approccio della filosofia del tempo:

[L]a critica invece è la necessaria attrezzatura preliminare per una metafisica fondata come scienza, che non può non essere trattata in modo necessariamente dogmatico e secondo le più rigorose istanze sistematiche, e perciò scolasticamente (non in modo popolare); questa istanza è in essa ineliminabile, visto che si propone di porre in atto il suo compito del tutto a priori, quindi con soddisfazione piena della ragione speculativa.[2]

 La critica della ragion pura non è semplicemente il titolo dell’opera, ma è pure il problema e l’obiettivo filosofico principale di Kant. La questione può essere posta in diversi modi ma la prima e più striking è la seguente: quali sono le condizioni entro cui la ragione ha la possibilità di esprimere giudizi che non siano fallaci? Questa domanda è fondata sul riconoscimento del problema che, infatti, la ragione spesso e volentieri oltrepassa i suoi stessi limiti e confini. Kant, che fu uno dei primi a riconoscere pienamente il valore indiscutibile della scienza fisica rispetto a tutte le altre (e fu autore di un saggio sulla genesi stessa dell’universo la cui tesi è ancora difendibile), vede nella filosofia (metafisica) una disciplina stagnante, rispetto ai clamorosi progressi della scienza già avvenuti durante l’ultimo secolo e mezzo. Questo è un tema che sarà ricorrente in tutta la filosofia successiva, basti pensare alla filosofia di Willard Van Orman Quine e alla sua esposizione ne Epistemology Naturalized (1969). Ma già con Kant incomincia a proporsi con chiarezza proprio perché sembra che la filosofia sia sempre ancorata alle solite vecchie formulazioni che non servono mai a niente e a nessuno, a quanto pare. Eppure, Kant, che fu definito “il distruttore” (“all crushing Kant” vedi la biografia Kuehn (2001)) da alcuni suoi contemporanei, non pensava che lo scopo fosse un nichilistico dissolvere ogni filosofia o, allo stesso modo, di ogni possibile metafisica. Al contrario, il problema era proprio comprendere a quali condizioni si possano dare i giudizi… della scienza! Ovvero, la domanda profonda non è la questione della sopravvivenza della filosofia, ma la spiegazione stessa delle condizioni di giudizio grazie alle quali la scienza diventa comprensibile e la filosofia si giustifica.

La filosofia, dunque, diventa il contraltare critico del pensiero scientifico che, come avrebbe successivamente notato Karl Popper, è profondamente basato su deduzioni anche più che su induzioni. Nei termini kantiani, la questione è comprendere come lo scienziato, inteso come soggetto capace di formulare giudizi sulla base della sua esperienza del mondo, sia in grado di arrivare laddove la sola evidenza non sarebbe in grado di condurlo. Per comprendere questo problema fino in fondo non sarà fuori luogo proporre un esempio concreto di un dilemma scientifico. E qui vi propongo un racconto brevissimo:

[R] Come anche all’epoca di Kant, noi non sappiamo se l’universo sia o no infinito. Però sappiamo che noi non siamo l’unica galassia presente nell’universo e che esistono degli oggetti chiamati buchi neri. Uno di questi è posto al centro della galassia. Noi facciamo parte della Via Lattea al cui centro sta appunto un buco nero.

Il racconto [R] è una rozza ricostruzione di una dettagliata teoria scientifica i cui fondamenti stanno nelle nostre capacità di giudizio. Benissimo. La domanda è molto semplice: io non ho mai visto il buco nero all’interno della Via Lattea a i calcoli effettuati per spiegare la sua esistenza mi sono preclusi. La prima domanda allora è: ma allora cosa significa che ho capito [R]? La prima risposta è che ho compreso i termini della questione perché essi sono basati su condizioni di esperienza possibile che, in questo caso, è stata realmente esperita da altri e a me trasmessa in modo più o meno indiretto da loro. Ovvero, lo scienziato ha davvero esperito alcune sensazioni grazie alle quali ha fondato alcuni giudizi e ha derivato alcune conclusioni. Quindi, da una parte, l’esperienza è necessaria ma poi essa diventa solo una condizione del giudizio, necessaria ma non sufficiente. Questo secondo atto del giudizio del soggetto dipende appunto dalla ragione. La ragione estende la nostra conoscenza attraverso la costruzione di teorie che devono avere alcune caratteristiche per essere sensate. Questo è il problema.

La seconda domanda, rispetto al racconto [R], è infatti quella implicita: ma come ha fatto lo scienziato a postulare qualcosa di esistente nonostante il fatto che sia inaccessibile a lui direttamente? Lo ha potuto fare grazie alla combinazione delle sue facoltà intellettuali e alla ragione. Questo è il potere estremo della ragione applicata alla conoscenza del mondo esterno sebbene, nei termini kantiani, questo non è del tutto preciso ma, per il momento, ci teniamo questa spiegazione. Perché il punto, qui, è capire la posta in gioco.

La critica della ragion pura ha come scopo investigare le condizioni di giudizio che fondano ogni scienza e, dunque, anche ciò che vanno al di là di essa. Questo aspetto, apparentemente collaterale, è esattamente l’obiettivo fondamentale della critica, laddove la metafisica, in questo senso, è esattamente ciò che comunque va e andrà al di là delle condizioni di esperienza. E dunque una cospicua parte della filosofia, se non in un certo senso la filosofia stessa, deve avere una giustificazione di qualche sorta laddove sembra che stia andando oltre le condizioni stesse del nostro conoscere (non della nostra conoscenza ma proprio del nostro pensiero nel generale atto del sapere). La strategia di Kant al problema è la seguente.

Prima di tutto, bisogna comprendere quali sono le condizioni generali di ogni conoscenza possibile. Cosa significa sapere che p è vero? Cosa significa dire di sapere che c’è un tavolo di fronte a noi? La risposta a questa semplicissima domanda conduce forzatamente ad una elaborata teoria epistemologica: la formulazione della frase (proposizione) “C’è un tavolo di fronte a me” implica la presenza di un soggetto che ordina delle informazioni (dati di esperienza) in modo tale che alla fine la combinazione di esse (attraverso le categorie dell’intelletto) determini la configurazione finale che noi percepiamo come “tavolo” e che chiamiamo in tal modo nel giudizio di esso. Sia ben inteso che la parola ʽgiudizioʼ in Kant è più vicina a quanto noi potremmo definire “proposizione creduta vera” (condizione oggettiva del giudizio) che non a “proposizione valutata in funzione di un proprio presunto punto di vista” (condizione soggettiva del giudizio). In Kant la parola giudizio non assume alcuna connotazione valutativa ma, al contrario, essa è neutrale. Giusto per dare un’idea riportiamo un difficile passo che il lettore è invitato comprendere solamente nell’aspetto che stiamo qui indagando perché esso va, per il momento, al di là di quanto abbiamo sino a qui spiegato:

In tal modo tutti i giudizi sono funzioni dell’unità fra le nostre rappresentazioni; in quanto cioè, per la conoscenza dell’oggetto, in luogo della rappresentazione immediata, è usata una rappresentazione più alta, tale da riunire sotto di sé la rappresentazione immediata assieme a molte altre; e in tal modo vengono raccolte e unificate molte conoscenze possibili. Ma noi possiamo ricondurre a giudizi tutte le operazioni dell’intelletto, sicché l’intelletto può essere concepito in generale come la facoltà di giudicare.[3]

Il giudizio è il risultato stesso della nostra attività dell’intelletto e, dunque, è semplicemente un’espressione finale di un atto del pensare. Se riconosco un collegamento tra una palla e un calcio di un calciatore e formulo la frase “Il movimento della palla è causato dal movimento del piede del calciatore” questo conta come atto del giudizio che si fonda sul riconoscimento di un’unità dei due diversi fenomeni (il piede e la palla) mediante la categoria intellettuale della causalità.

E allora adesso dovrebbe essere ancor più chiaro perché la critica della ragion pura è un così enorme sforzo intellettuale e filosofico: perché essa domanda le condizioni stesse di ogni singolo atto del pensiero, quando esso si può definire conoscenza e quando no e perché. E perché talvolta il pensiero vada oltre quella che sarebbe invece il suo limite naturale. Tutte queste domande determinano la generale inchiesta kantiana e la sua rivoluzione copernicana:

Finora si è creduto che ogni nostra conoscenza debba regolarsi sugli oggetti; ma tutti i tentativi, condotti a partire da questo presupposto, di stabilire, tramite concetti, qualcosa a priori intorno agli oggetti, onde allargare in tal modo la nostra conoscenza, sono andati a vuoto. È venuto il momento di tentare una buona volta, anche nel campo della metafisica, il cammino inverso, muovendo dall’ipotesi che siano gli oggetti a dover regolarsi sulla nostra conoscenza; ciò si accorda meglio con l’auspicata possibilità di una conoscenza a priori degli oggetti, che affermi qualcosa nei loro riguardi prima ci siano dati. Le cose stanno qui né più né meno che per i primi pensieri di Copernico; il quale, incontrando difficoltà insormontabili nello spiegare i movimenti celesti a partire dall’ipotesi che l’insieme ordinato degli asti ruotasse intorno allo spettatore, si propose di indagare se le cose non procedessero meglio facendo star fermi gli astri e ruotare lo spettatore.[4]

Questo è dunque lo scopo della Critica della ragion pura: comprendere le condizioni di ogni conoscenza possibile e quindi i fondamenti ultimi della scienza e le possibilità della metafisica. Si comprende che, così formulato, il problema è tale da esser preferibile l’affrontare un drago sputafuoco piuttosto che andare incontro ad un siffatto destino. Ma ogni opera filosofica nasce da un dilemma molto semplice. E il dilemma qui è proprio il significato stesso del nostro comprendere: “quando arrivo a formulare il più banale e ordinario dei miei giudizi sul mondo, cosa sto realmente pensando? Cosa sto realmente facendo? A quali condizioni questo è possibile?” È una domanda banale, in un certo senso. Certo, solo alcuni filosofi arrivano ad affrontare il problema e solo alcuni, come Kant, arrivano a proporre una visione così profonda e universale da essere un esempio a tutta l’umanità. Eppure, appunto, la questione è semplice e vitale. Ma ogni questione può terrorizzare perché ne va della nostra stessa esistenza. E questo genere di problemi può realmente essere affrontato non dalla comoda poltrona di casa, da lontano. Piuttosto da vicino, fronteggiando con tutte le energie possibili una sfida che va capita nella sua piena e totale drammaticità. Kant è l’eroe di questa storia e comprendere la sfida è una parte consistente di questo primo passo verso un possibile approccio alla sua prima critica.


[1] Kant (1787), Critica della ragion pura, UTET, Torino, pp. 48-49.

[2] Ivi., Cit., p. 55.

[3] Ivi, Cit., p. 138.

[4] Ivi., Cit., p. 44.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

Be First to Comment

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *