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Epistemologia naturalizzata di Willard Van Orman Quine Analisi per un testo classico dell’epistemologia analitica

Abstract

Epistemology Naturalized è un classico dell’epistemologia analitica, un testo di grande influenza sia in relazione alla grande quantità di contenuti che di argomenti presentati. L’articolo di Willard Van Orman Quine ha avuto un posto di rilievo nell’epistemologia analitica, nonostante la valutazione del suo contributo non sia facile da soppesare. In queste pagine mi concentrerò su alcune tematiche particolarmente importanti rispetto ad alcune posizioni epistemologicamente di rilievo. In special modo, cercherò di mostrare quali siano i sensi del progetto di naturalizzazione dell’epistemologia nella prospettiva quineana e tenterò di evidenziare come questo progetto generale e complessivo sia legato a varie tematiche della riflessione di Quine. In fine, presento un bilancio, parziale e illustrativo, dell’epistemologia naturalizzata all’interno dell’epistemologia analitica contemporanea.


Parole Chiave

Epistemologia naturalizzata, Willard Van Orman Quine, Scienza, Conoscenza ordinaria, Enunciato osservativo.


Per comprendere la posizione epistemologica quineana è indispensabile chiarire almeno tre usi distinti del termine ʽepistemologiaʼ. Egli con ʽepistemologiaʼ intende almeno tre nozioni molto diverse (anche se non così diverse nella sua prospettiva), vale a dire ʽconoscenza ordinariaʼ, ʽconoscenza scientificaʼ e ʽanalisi filosofica sulla scienza e sulla conoscenza ordinariaʼ. Quine non distingue in modo terminologicamente significativo i tre concetti, a prezzo di una certa ambiguità, ma anche perché egli stesso non concepiva in modo sostanzialmente differente le tre nozioni: la conoscenza ordinaria è parte e compone la scienza empirica, mentre la riflessione filosofica sulla scienza deve essere ripensata proprio nei termini scientifici.

Quine distingue due modalità di ʽpensare all’epistemologiaʼ. La prima che compare nel suo articolo è quella che fa capo all’ʽapproccio classicoʼ (Hume, Johnson, Bentham e Carnap). L’epistemologia, nel suo approccio classico, aveva due obiettivi fondamentali: portare la chiarezza intorno alla nozione di significato (impresa concettuale) e fondare una teoria della verità (impresa dottrinale). Le due imprese erano evidentemente connesse. La connessione consisteva nel fatto che portare ad una chiarificazione terminologica, cioè riscrivere le nozioni non chiare in termini più chiari, avrebbe comportato la possibilità di fondare delle leggi dalle quali poter trarre maggiore certezza nelle deduzioni a partire da esse. In questo senso, la chiarificazione terminologica in definizioni più consone da un punto di vista concettuale avrebbe avuto degli influssi positivi anche sul piano puramente dottrinale, cioè sulla possibilità di avere certezza in merito alle nostre conclusioni o ipotesi. C’è un’altra ragione che vede le due ʽimpreseʼ connesse ed è di natura storica, anche se Quine la lascia sullo sfondo: almeno nella formulazione classica dell’epistemologia (da Cartesio in avanti, quindi anche passando per Locke e Hume, specialmente) i due sforzi sono evidentemente uniti in tutti i progetti epistemologici classici (Quine, non a caso, mostra come tutti i filosofi che egli considera nella ʽtradizioneʼ siano interessati ad entrambi gli aspetti del ʽproblema epistemologicoʼ in questo senso ampio): “Hume pondered the epistemology of natural knowledge on both sides of the bifurcation, the conceptual and the doctrinal”.[1]

Nonostante l’interesse congiunto degli epistemologi classici su entrambe le ʽimprese filosoficheʼ solo sul piano concettuale c’è stato un significativo sviluppo da Hume in poi, fino a Carnap. Sul piano dottrinale, invece, il problema della conoscenza delle proposizioni generali (tutti gli x sono y in base all’evidenza e) e delle proposizioni sui futuri contingenti (domani accadrà che x), proposta da David Hume, rimane sul panorama filosofico intatta nella sua formulazione humeana: “On the doctrinal side, I don not see that we are further along today than where Hume left us. The Humean predicament is the human predicament”.[2]

La seconda modalità di ʽpensare all’epistemologiaʼ è quella propriamente di quineana, cioè quella dell’epistemologia naturalizzata. Il problema è che con ʽepistemologia naturalizzataʼ si possono intendere posizioni diverse, a seconda di come si voglia intendere la natura della ʽnaturalizzazioneʼ. Se radicale, essa concepisce l’epistemologia come una parte della scienza empirica, in particolare della psicologia (nelle sue varie modulazioni):

And some philosophers have seen in this irreducibility the bankrupt of epistemology. (…) But I think that at this point it may be more useful to say rather than epistemology still goes on, though in a new setting and a clarified status. Epistemology, or something like it, simply falls into place as a chapter of psychology and hence of natural science.[3]

Lo scopo della psicologia sarebbe quello di investigare in che modo si produce la scienza a partire dai dati di senso:

But a conspicuous difference between old epistemology and the epistemological enterprise in this new psychological setting is that we can now make free use of empirical psychology. The old epistemology aspired to contain, in a sense, natural science; it would construct it in somehow from sense data. Epistemology in its new setting, conversely, is contained in natural science, as a chapter of psychology.[4]

All’interno dei problemi solubili a partire dalla psicologia se ne danno alcuni particolarmente importanti: (1) come gli esseri umani apprendono il ʽlinguaggio cognitivoʼ, (2) come gli esseri umani apprendono ʽla scienzaʼ e (3) come gli stimoli nervosi a partire dai dati di senso riescono a produrre la scienza e il linguaggio cognitivo e (4) come questi dati di senso riescono a costituire le uniche fondamenta per tutta l’evidenza della scienza.

Il primo problema, cioè come gli esseri umani apprendono il “linguaggio cognitivo” fa appello alla nozioni di “apprendimento” e “linguaggio cognitivo”. Con “apprendimento” Quine intende le modalità attraverso cui un soggetto arriva a padroneggiare il linguaggio. Un linguaggio a può dirsi appreso dal soggetto S al tempo t solo se S al tempo t usa fluentemente il linguaggio a. In questo senso, la valutazione dell’apprendimento dipende essenzialmente da quanto il soggetto riesca ad ottenere consensi dalla comunità in base all’uso del suo linguaggio. Così si esprime Quine riferendosi alle proposizioni osservative (observation sentence), ma vale in generale per quanto concerne l’apprendimento linguistico: “And what is the criterion of membership in the same community? Simply, general fluency of dialogue. This criterion admits of degrees, and indeed we may usefully take the community more narrowly for some studies than for others”.[5] Nella prospettiva naturalizzata quineana, questo primo problema può essere risolto alla luce di una scienza che considera come ambito lo studio dell’apprendimento linguistico dei soggetti cognitivi di una certa comunità. La solubilità del problema da parte di una scienza è mostrata dal fatto che è possibile studiare empiricamente come i parlanti imparino a parlare e come questi riescano ad apprendere linguaggi sofisticati attraverso cui conservare evidenza. Proprio per il fatto che, almeno nella prospettiva di Quine, l’apprendimento linguistico è oggetto di osservazione è anche possibile ipso facto una soluzione scientifica al problema. Sicché, dalla filosofia (che non ha un privilegio di accesso alla base della conoscenza) si deve passare allo studio della psicologia applicata al linguaggio.

Il secondo problema epistemologico, cioè di come gli esseri umani apprendono la ʽscienzaʼ è essenzialmente connesso al primo. Come abbiamo sottolineato in precedenza, con ʽscienzaʼ non si deve intendere qualcosa di precisamente delineato, idea esplicitamente sostenuta in questo passo: “What count as observation sentences for a community of specialists would not always so count for a larger community”.[6] In questo punto è evidente che Quine considera vari standard per valutare il discorso scientifico in base alle esigenze epistemiche più o meno stringenti. Questo è osservato anche da Peter Hylton [2010]:

At one point, Quine describes naturalism as “the recognition that it is within science itself, and not in some prior philosophy, that reality is to be identified and described” (1981, 21). Two point are important to note about the idea of “science” here. First, it is less restrictive than it may seem. Quine certainly takes the natural sciences, especially physics, as paradigmatic. As he says himself, however, he uses the word broadly; he explicitly includes psychology, economics, sociology, and history under that heading (see 1995, 49). Second, Quine does not see scientific knowledge as different in kind from our ordinary knowledge; he sees it, rather as the result of attempts to improve our ordinary knowledge.[7]

La posizione di Quine, come già anticipato sopra (al primo problema epistemologico), non prevede una cesura netta tra comunità scientifica e comunità dotata di un particolare linguaggio condiviso. Questo perché l’idea è che solo blocchi di linguaggio (blocchi di teoria) possono conservare evidenza empirica sul mondo, cioè tutta l’evidenza possibile nei termini quineani. Come ben sottolinea Hylton [2010]: “Quine takes it that our knowledge is, for the most part, embodied in language”.[8] Infatti, Quine si colloca in una posizione propriamente empirista, nonostante egli operi una revisione anche radicale rispetto ad alcune posizioni classiche dell’empirismo. La sua personale posizione in tal senso era già stata elaborata in Quine [1953] mentre Quine [1969] si rifà al suo precedente argomento considerandolo per buono. Il problema, infatti, per Quine è da un lato come salvare la possibilità di fondare la scienza (latu sensu) sui dati di senso, che costituiscono tutta e la sola base di ogni stato di evidenza (esattamente come voleva la tradizione empirista); da un altro lato egli però non vuole ricadere nell’antico empasse, dovuto principalmente al fatto di fondare la scienza su singole proposizioni specifiche e non su reti di proposizioni assunte da una certa comunità in forza di determinate esperienze empiriche. Per questo Quine può dirsi pienamente un pensatore empirista, anche se in un senso suo peculiare: “Two cardnal tenets of empiricism remained unamissibile, however, and so remain to this day. One is that whatever evidence there is for science is sensory evidence. The other (…) is that all inculcation of meanings of words must rest ultimately on sensory evidence”.[9]  In altre parole, per salvare e proporre un’epistemologia di stampo empirista che non incorra nei problemi dell’epistemologia classica deve comunque prevedere i due “principi cardine dell’empirismo” (già presenti nella tradizione classica) ma devono essere modulati in una prospettiva che non conduca nuovamente all’empasse. La proposta naturalizzatrice di Quine vuole essere proprio questo: un tentativo di salvare la posizione empirista, la fondazione della scienza sui dati di senso e l’apprendimento del linguaggio in base ad un paradigma di tipo “stimolo-risposta” sulla base dell’apprendimento dei singoli soggetti all’interno di una certa comunità linguistica di riferimento.

Il modo attraverso cui gli uomini apprendono la scienza è analogo al modo attraverso cui gli uomini apprendono il linguaggio cognitivo. D’altronde, non può che essere così una volta che si riconsidera la scienza all’interno di due assunzioni: primo, che la scienza si sostanzia sul linguaggio cognitivo; secondo, che la differenza tra scienza e conoscenza ordinaria è solo di grado ma non di sostanza. Assumendo poi i “due principi cardine dell’empirismo” non si può che riconoscere che la scienza (nei significati dei termini e nell’apprendimento del suo linguaggio) è a sua volta studiabile attraverso lo studio dei modi attraverso cui noi giungiamo a formularla: non essendo che un particolare linguaggio usato sotto certe condizioni e convenzioni comunitarie, la scienza stessa è analizzabile nei termini di dati empirici, oggetto specifico di una scienza a sé. Inoltre, Quine è sostanzialmente critico rispetto allo scetticismo in merito alla possibilità di conoscere (o acquisire sapere scientifico, laddove, ancora una volta, le due cose non sono distinte per sostanza ma solo per grado). Il problema, secondo la sua prospettiva, non è se noi possiamo formulare teorie scientifiche soddisfacenti (è evidente, le abbiamo), quanto come noi riusciamo a formularle effettivamente. In questo senso, il suo approccio risolutivo a questo specifico problema consiste nel mostrare come tutto si risolva nel problema di come si passa dalla stimolazione dei nostri recettori alla produzione di teorie scientifiche: la psicologia, in questo caso, deve indagare il nesso causale che lega l’in put puntiforme all’out put torrenziale, cioè il nesso causale che lega lo stimolo sensoriale di piccola dimensione con la produzione di teorie scientifiche estremamente complesse:

In the old anti-psychologistic days the question of epistemological priority was moot. What is epistemologically prior to what? Are Gestalten prior to sensory atoms because they are noticed, or should we favor sensory atoms on some more subtle ground? Now that we are permitted to appeal to physical stimulation, the problem dissolves; A is epistemologically prior to B if A is causally nearer than B to the sensory receptors. Or, what is in some ways better, just talk explicitly in terms of causal proximity to sensory receptors and drop the talk to epistemological priority.[10]

Il terzo punto, così chiaramente legato al primo a al secondo, consiste nel come gli stimoli nervosi, a partire dai dati di senso, riescono a produrre la scienza e il linguaggio cognitivo. Già nella formulazione del problema abbiamo il dato evidente di come la questione sia fondamentalmente di natura causale e non di natura concettuale. Per questa ragione, il problema è solubile a partire dalla scienza e non dalla filosofia. E’ impossibile non osservare come la filosofia naturalizzata sia una continuazione (in taluni punti) e una estremizzazione (in altri) della classica posizione di Bertrand Russell secondo cui la filosofia legittima è quella di chiarire i termini di un problema per renderlo disponibile ad una analisi scientifica consentendone la solubilità effettiva in termini definitivi, accettabili ed empirici, cosa non trascurabile per Quine. Nella prospettiva di Russell questo era uno degli obiettivi della filosofia ed il motivo per cui, comunque, la filosofia stessa era così fondamentale: chiarire i termini del discorso era principalmente il dovere del buon filosofo in modo tale che lo scienziato avesse vita facile a risolvere il problema, da un punto di vista empirico. Quine sembra essere di questo avviso da un lato ma non da un’altro. Infatti, per lui l’errore è distinguere nettamente tra filosofia e scienza laddove la filosofia che propone i problemi in modo corretto è già essa stessa una parte della scienza. La stessa posizione di Quine può essere letta in questo modo: egli propone alcuni problemi e mostra come questi siano trattabili e solubili dalla scienza.

Il quarto punto è quello forse più interessante dal punto di vista epistemologico: come i dati di senso riescono a costituire le uniche fondamenta per tutta l’evidenza della scienza. Su questo punto si possono solo osservare due fatti rilevanti: questa è una delle ipotesi del discorso quineano, sicché essa non del tutto dimostrabile da un punto di vista argomentativo sicché la sua plausibilità si mostra negando l’ipotesi contraria: quale altra evidenza oltre ai dati di senso dovrebbe supportare la scienza? E la risposta alla seconda domanda è il secondo fatto rilevante: è evidente che non sussiste altra evidenza oltre a quella fornita dai dati di senso, visto che la scienza si fonda sul linguaggio cognitivo e sulla sua possibile restrizione a parti di comunità estremamente competente su alcune aree scientificamente rilevanti. Anche in questo caso la proposta di epistemologia naturalizzata si declina in questo modo: noi non sappiamo quale sia il modo attraverso cui i dati di senso, attraverso le adeguate stimolazioni dei nervi sensoriali, riescono a costituire l’unica evidenza per la scienza. Ed è per questo che occorre una scienza empirica preposta a questo studio, così da poter avere una spiegazione del perché le cose stiano effettivamente così. Dato che, secondo Quine, le cose stanno esattamente in questo modo.

Qualche filosofo potrebbe avanzare un problema di circolarità. L’epistemologia classica aveva come ragion d’essere quella di sconfiggere lo scetticismo e poter così fondare la scienza sui dati empirici. La scienza stessa non potrebbe fornire una simile garanzia, laddove essa stessa dovrebbe fornire dati empirici per difendere se stessa. In altre parole, la scienza dovrebbe fornire garanzie per sé stessa, il che non sembra desiderabile per problemi di circolarità. Nella prospettiva naturalizzata quineana questo problema viene a cadere, laddove una scienza particolare può essere effettivamente preposta all’indagine di come noi veniamo a imparare il linguaggio cognitivo e la scienza stessa proprio perché la produzione di una teoria scientifica è, in fondo, un problema di natura causale e, quindi, empiricamente risolvibile nei termini di una analisi dello studio della relazione degli stimoli e delle risposte. Nella prospettiva quineana questo non pone particolari difficoltà anche perché si rifiuta l’idea che ci sia una qualche forma di epistemologia che possa a priori giustificare la scienza stessa. Per Quine la scienza non ha alcuna ragione di essere garantita, laddove la sua potenza predittiva è sotto gli occhi di tutti. E allora, tolta la necessità di una giustificazione a priori, rimane soltanto la domanda sulla modalità di formazione della teoria scientifica alla luce di una analisi dei processi di causa ed effetto: questo può essere effettivamente indagato da una scienza empirica, che estrinsecamente diventa, in un senso molto debole, una fondazione della scienza. La circolarità, così, viene disinnescata circoscrivendola (non c’è circolarità sul piano normativo) ed eliminandola (non c’è circolarità a livello descrittivo: tutto fa parte dell’unico linguaggio cognitivo scientifico).

L’epistemologia classica e l’epistemologia naturalizzata divergono sostanzialmente in due punti: (1) il metodo attraverso cui fondare la nostra analisi epistemologica (in un caso è a priori, in un secondo caso è empirico) e (2) lo scopo dell’epistemologia classica era quello di dare un fondamento ulteriore alla scienza, mentre nell’epistemologia naturalizzata è la scienza che, in qualche modo, fonda e giustifica e ʽscopreʼ se stessa. Per tanto, il vecchio ideale cartesiano e della filosofia moderna fino a Carnap era quello di fornire una ricostruzione razionale del modo attraverso cui noi arriviamo a formare ogni nostra conoscenza (in particolare, gli empiristi fondavano ciò esclusivamente sui dati di senso, su parafrasi – definizioni contestuali – e sulla logica e teoria degli insiemi, al massimo dello sviluppo dell’analisi classica in Carnap). Il nuovo ideale naturalizzato quineano per l’epistemologia è qualcosa di più forte e più debole allo stesso tempo. E’ più forte perché pretende di eliminare drasticamente una parte della filosofia (in linea con una certa posizione russelliana di cui abbiamo accennato sopra) ed è più debole perché pretende di non avere una ragione ultima a priori a difesa della scienza perché la scienza si deve spiegare a partire da una scienza particolare, la psicologia. Non abbiamo più motivo per ricercare la certezza assoluta delle teorie scientifiche, ma ci accontentiamo di sapere come e perché vengono a formarsi a partire dalla stimolazione dei nostri nervi a partire dai dati di senso.

Quine [1969] porta alcune ragioni per naturalizzare l’epistemologia classica. Innanzi tutto, perché, secondo lui, i tentativi precedenti, tutti variamente fallimentari, si frangono di fronte al fatto che non è possibile alcuna ricostruzione razionale che faccia a meno di considerare blocchi di teoria scientifica come basi per l’evidenza.

In secondo luogo, perché, secondo Quine, la scienza non abbisogna di ulteriore certezza che quella che già possiede. E se anche ne volessimo di ulteriore, riguardo alla sua stessa legittimità, allora questa evidenza deve essere a sua volta fondata a partire da un’analisi scientifica. L’argomento può essere schematizzato come segue: se la scienza è l’unica depositaria di tutta l’evidenza disponibile, allora è evidente che la scienza stessa possa spiegare se stessa e nient’altro (se ogni argomento con un certo grado di evidenza è scientifico, allora nulla che non sia un argomento scientifico ha evidenza. Sicché solo la scienza può fornire una spiegazione di se stessa, perlomeno su basi evidenti). Nulla possiede la capacità di conservare i dati di senso come la scienza, sicché tutto ciò che contribuisce a fondarla deve essere di indagine scientifica. La filosofia, dunque, si ritira su tutti i fronti: non c’è alcun accesso privilegiato ai fondamenti della conoscenza da parte della filosofia classica. E’ probabilmente su questo ultimo punto in cui la visione filosofica quineana si fa maggiormente distruttiva, almeno rispetto all’approccio filosofico classico-concettuale. Tuttavia, la sua pars destruens non è mai senza un fine propriamente costruttivo. Ma rimane il fatto che, almeno in questo senso, la posizione quineana è assai poco conciliante con altre possibili analisi filosofiche (almeno non direttamente riconducibili ad un’analisi di natura empirica e quindi scientifica).

In terzo luogo, la scienza, intesa nei termini quineani, include anche una parte rilevante dell’epistemologia. Infatti, la scienza è semplicemente un insieme complesso di teorie scientifiche, cioè di insiemi di enunciati osservativi fondati sui dati di senso che stimolano i nostri recettori sensoriali. In questo senso, la filosofia, quando ha senso, è semplicemente una componente dell’impresa scientifica e per tutto quello che la eccede, si deve ritirare. Si tratterà, forse, di una categoria abbastanza ristretta di ciò che in genere si intende con ʽfilosofiaʼ, ma è ciò che rimane al filosofo come suo campo di azione legittimo.

Il fondamento di tutta l’evidenza è la stimolazione dei recettori sensoriali. Il progetto di ricostruzione razionale della scienza dovrebbe mostrare come i concetti legittimi di essa sono teoricamente riducibili e non necessari: la scienza sarebbe riducibile nei soli termini della logica, teoria degli insiemi e dati di senso. Nel caso della posizione di Quine, questo è sostanzialmente impossibile, mentre è possibile una riduzione parziale degli obiettivi della vecchia epistemologia nella psicologia, cosa che, di fatto, è tutto ciò che ci rimane da fare.

L’inaccessibilità del significato puro in termini di dati di senso è negata non per l’intrinseca ineffabilità del significato dei termini quanto perché nessun enunciato ha un significato ed evidenza che può dire suo proprio. Potremmo non sapere come facciamo a costruire teorie scientifiche predittive, ma alla fine le produciamo.

La falsificazione di una teoria, infatti, non elimina un enunciato piuttosto che falsifica un intero blocco di teoria. Non c’è, però, la possibilità di individuare con precisione un singolo enunciato quanto bisogna rivedere, almeno in parte, un’intera sezione della teoria stessa.

La scienza è un particolare tipo di linguaggio in cui le condizioni di verità per gli enunciati osservativi, nei termini dell’accettazione e del rifiuto degli enunciati stessi, è particolarmente forte. Il criterio di verità per gli enunciati osservativi è che essi siano accettati e non rifiutati dalla maggior parte degli individui di una comunità.

L’epistemologia trova, così, un suo inquadramento come capitolo della psicologia e della scienza naturale. Sicché, lo scopo dell’epistemologia (ovvero, di una particolare psicologia) consiste nel trovare la relazione tra il piccolo in put e l’out put torrenziale. In altre parole, come un uomo riesce ad avere un eloquio fluente e padronanza linguistica in molte circostanze e contesti a partire da pochissimi dati di senso a sua disposizione. La questione, estesa alla scienza, è come sia possibile la presenza di teorie scientifiche predittivamente efficaci a partire da un così piccolo numero di dati sensibili che le sostengono (almeno se confrontate con la loro capacità predittiva).

A tal proposito, per il fondamento della scienza nella prospettiva di Quine, svolgono un importante ruolo gli enunciati osservativi. Essi sono quelli più prossimi all’evidenza prodotta dai dati di senso che hanno stimolato i recettori sensoriali e sono quelli in cui si deposita gran parte dell’evidenza a disposizione del soggetto. Essi sono gli enunciati attraverso cui non soltanto impariamo il linguaggio, ma anche che consentono di apprendere nuovi linguaggi. Il fatto che non siano traducibili “uno a uno” in una nuova lingua è solo dovuto al fatto che essi non dispongono di tutta l’evidenza per sé ma di molta di essa (la restante si disperde nel complesso della teoria di cui quelle proposizioni fanno parte). In fine, gli enunciati osservativi, per quanto non consentano di essere simili agli enunciati protocollari, riescono a motivare l’apprendimento della scienza da parte dei soggetti umani in quanto sono quelli più prossimi all’evidenza in nostro possesso. Proprio per la loro natura prettamente osservativa, così vicina alle varie esperienze ordinarie, i parlanti di una comunità trovano facilmente accordo su di essi.

E’ difficile considerare, e soprattutto valutare, il peso dell’analisi quineana all’interno dell’epistemologia analitica contemporanea. La maggior parte degli epistemologi concorda nel considerare le interpretazioni estremiste di Quine come distruttive al fine dell’epistemologia analitica (per ciò, si veda Vassallo [2003] e soprattutto Haak [2009]). Ma la maggioranza degli epistemologi è ben contenta di potersi inserire nel panorama dell’epistemologia moderatamente naturalizzata, in particolare i filosofi esternisti (ad esempio, Goldman [1979, 1986]), come ben sottolineato da Feldman [2001]. Infatti, nella sua interpretazione estrema, Quine sembra proporre l’eliminazione dell’epistemologia come analisi concettuale a priori (giacché che non è chiaro cosa si debba intendere con ʽa prioriʼ, nella sua prospettiva). E in questo senso la maggior parte dei filosofi non sembra essere concorde, anche da prospettive di epistemologia naturalizzata: “The Quinean view that we should abandon epistemology for psychology is not widely accepted by contemporary naturalists in epistemology”.[11] Alvin Goldman [1986], che rivendica un approccio naturalizzato moderato, difende esplicitamente l’idea che l’epistemologia debba essere normativa almeno rispetto ad alcuni problemi fondamentali non chiaramente risolvibili a partire da un’analisi scientifica (ad esempio, non si vede come uno psicologo possa dirci a quali condizioni riusciamo a pervenire a conoscenza senza aver preliminarmente e concettualmente fornito una caratterizzazione e definizione del termine ʽconoscenzaʼ che, essendo di natura valutativa, non si può trarre direttamente dall’osservazione empirica). Tuttavia, Goldman stesso prosegue mostrando come la scienza, invece, possa e debba partecipare alla sfida epistemologica in base a contributi di natura empirica: ad esempio, fornire una spiegazione adeguata di come funzionino i nostri sistemi cognitivi. Di fronte a quest’ultima sfida, la filosofia deve lasciare legittimamente il passo alla scienza, laddove questa, coadiuvata dall’analisi filosofica normativa-concettuale, può darci effettivamente preziose risposte. In fine, esistono anche alcuni epistemologi che rifiutano posizioni naturaliste riguardo alla natura dell’epistemologia (ad esempio, Chisholm [1966]), come vien mostrato da Richard Feldman: “[S]ome traditionalists, notably Roderick Chisholm, assert the existence of a special class of epistemic support facts whose naturalistic status is questionable”.[12] Tuttavia, sembra che, almeno per quanto riguarda la posizione moderata dell’epistemologia naturalizzata, anche quando non sia del tutto sovrapponibile con la posizione quineana, sia la corrente attualmente preferita (o preferibile) per molti epistemologi.

In conclusione, per quanto riguarda la filosofia epistemologica di Quine, si può senza dubbio dire che ha avuto una grande influenza sul pensiero successivo, nonostante le ambiguità presenti nella presentazione principale della sua posizione epistemologica. Tuttavia, sembra che l’atteggiamento più diffuso degli epistemologi sia quello di non rifiutare un’epistemologia normativa, che si avvale dell’analisi concettuale, per quanto si cerchi, in definitiva, di tendere verso un’epistemologia normativa che possa essere quanto più vicina a posizioni vagamente quineane, se non del tutto almeno in parte.

Bibliografia

Chisholm R., [1966], Theory of Knowledge, Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.

Descartes R., [1641], Meditazioni Metafisiche, Laterza, Roma-Bari.

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Goldman A., [1979], “What Is Jusitified Belief?”, in G.S. Pappas (ed.) Justification and Knowledge, Dodrecht, Reidel, pp. 1-23.

Goldman A., [1986], Epistemology and Cognition, Harvard Press, Harvard.

Haack, S., [2009], “Il buono, il brutto e il cattivo. Disambiguare il naturalismo di Quine”, Rivista di Storia della Filosofia, 1, 2009 (traduzione rimaneggiata e aggiornata di Haack, S. [1993], Evidence and Inquiry, Blackwell, Oxford, cap. 5), pp.75-87.

Hume D. [1740], Trattato sulla natura umana, Bompiani, Milano.

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Russell B., [1918], Filosofia dell’atomismo logico, Einaudi, Laterza.

Vassallo N., [2003], Teoria della conoscenza, Laterza, Roma-Bari.

 


[1] Quine [1969], p. 293.

[2] Quine [1969], p. 293.

[3] Quine [1969], p. 297.

[4] Quine [1969], p. 297.

[5] Quine [1969], p. 299.

[6] Quine [1969], p. 299.

[7] Hylton [2010], p. 2. Corsivo nostro.

[8] Hylton [2010], p. 9.

[9] Quine [1969], p. 294.

[10] Quine [1969], p. 298.

[11] Feldman [2001].

[12] Feldman [2001].


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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