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Soluzioni del paradosso dell’ingannatore che non inganna nessuno

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Per una chiara enunciazione del problema e una possibile analisi, rimandiamo all’articolo già presente sul sito. In questa sede proponiamo alcune soluzioni proposte.

Soluzione della disgiunzione intenzione, credenza e atto linguistico.

Il problema dell’ingannatore che pur volendo mentire dice il vero, è stato affrontato a lezione di filosofia del linguaggio (pragmatica) insistendo su questi tre punti: esiste una distinzione tra intenzione di un parlante, la sua credenza in merito a qualcosa e l’atto linguistico che proferisce. L’idea chiave è sostenere che il punto più rilevante è l’intenzione con cui viene sostenuto un certo atto linguistico indipendentemente dall’atto linguistico stesso.

Il nostro ingannatore procederebbe in questo modo:

1)      Intenzione di ingannare.

2)      Credenza ritenuta vera ma falsa.

3)      Ribaltamento della credenza ritenuta vera.

4)      Atto linguistico vero.

Egli innanzi tutto vuole ingannarci, quindi pensa a ciò che crede vero e lo ribalta (perché solo da una credenza ritenuta falsa si può far seguire la proposizione corrispondente, anch’essa ritenuta falsa) quindi asserire una certa proposizione.

Il nostro ingannatore sarebbe condannabile giacché l’intenzione era quella di ingannare, sebbene, alla fin dei conti, egli dica la verità. In questo senso, egli è a tutti gli effetti un mentitore giacché i presupposti intenzionali, che implicano la responsabilità, sono tutti dispiegati: egli vuole ingannare e riconsidera la propria credenza sulla base della propria intenzione.

Dunque, nel caso di una persona che dica il vero con l’intenzione di dire il falso è da considerare come una persona che abbia l’intenzione di dire il falso e lo dice. L’interpretazione di tale ingannatore si fonda sulla reinterpretazione dell’atto alla luce dell’intenzione. Quindi tutto ciò che conta è l’intenzione, indipendentemente dall’atto linguistico pronunciato.

Critica alla soluzione della disgiunzione tra intenzione e atto linguistico

Per quanto si possa convenire sul fatto che il mentitore è prima di tutto colui che vuole ingannare qualcuno, indipendentemente dal fatto che ci riesca o meno, non ci pare che tale soluzione sia soddisfacente.

A parer nostro, già solo a sentire questa spiegazione c’è un’intuizione, non esplicita che ci fa dubitare di questo argomento. Il punto è semplice: si può davvero slegare completamente l’intenzione dall’atto in modo che ogni atto acquisti un determinato valore in base all’intenzione?

Prendiamo il seguente caso. Un uomo vede la propria moglie in compagnia dell’altro uomo. Egli nell’immediato cova l’intenzione di uccidere l’amante della moglie e la moglie stessa. Poi non ci ripensa ma non uccide la moglie. Egli è o non è imputabile di omicidio? Senza dubbio ha avuto l’intenzione di uccidere l’amante e la moglie ma all’intenzione non è seguito alcun fatto, magari perché un suo amico l’ha trattenuto. Quest’uomo, in ogni caso, non è perseguibile né dal codice penale né da un codice morale di tipo kantiano in quanto egli non ha determinato alcun’azione.

Un altro esempio ancora più chiaro. Un medico vuole uccidere un suo paziente perché egli è l’amante della moglie. Prende una siringa e la riempie di una soluzione chimica sbagliata. Gli inietta il “falso” veleno. L’amante della moglie non solo non muore ma gli viene salvata la vita perché il falso veleno l’ha curato definitivamente. Il medico certamente non ha ucciso nessuno sebbene l’avesse voluto fare. E’ perseguibile perché aveva la sola intenzione di uccidere? In realtà, se uno ci pensa bene, esistono milioni di esempi in cui all’intenzione non segue l’atto e, dunque, non si può condannare nessuno in base al fatto che non ha compiuto nessun’azione nefasta.

Riportato al nostro ingannatore: egli ha avuto l’intenzione di dire il falso, ma non l’ha detto. Dunque, non ha ingannato nello stesso modo di chi ha detto il falso. C’è poco da sostenere che egli abbia avuto l’idea di farlo e l’ha sottoscritto in se stesso come se lo stesse facendo, ma in ultima analisi egli non può essere giudicato alla stessa stregua di chi dice il falso e lo fa per ingannarmi. In questo senso, l’atto linguistico non può essere del tutto svincolato dall’intenzione, indipendentemente dal valore di questa. Se così non fosse, allora dovrei giudicare qualsiasi atto in base all’intenzione, ma ciò non avviene perché non è possibile e perché in questi casi, non avrebbe neanche alcun senso.

 

Soluzione definitiva del problema mediante la considerazione logica della proposizioni in questione

Il paradosso nasce dalla combinazione problematica delle nostre intuizioni di ascoltatori/parlanti. La questione è come conciliare l’intenzione con l’atto linguistico. Abbiamo visto diversi casi. Ma sarà bene elencarli tutti:

  1. L’intenzione è di dire il vero e viene detto il vero.
  2. L’intenzione è di dire il vero e viene detto il falso.
  3. L’intenzione è di dire il falso e viene detto il vero.
  4. L’intenzione è di dire il falso e viene detto il falso.

Queste sono tutte e le sole possibilità messe in campo dal problema. Il primo punto non è problematico. E anche l’ultimo non è problematico. In (1) viene semplicemente asserito chiaramente cosa fa chi dice la verità: la pensa e la proferisce. In (4) è l’incontrario di (1) cioè il caso in cui si intenda mentire e lo si faccia. I casi posti da (2) e (3) rappresentano il nostro problema. Infatti, a seconda di come si interpreta il valore dell’intenzione o dell’atto del (2) cambia anche l’interpretazione del valore dell’intenzione e dell’atto del (3). Ne abbiamo discusso sopra: se si dà preminenza all’intenzione, allora colui che dice il vero avrebbe mentito (nel caso della possibilità che egli avesse voluto dire il falso), viceversa se si da preminenza all’atto allora colui che ha pensato il falso, pur volendo dire il vero, sarebbe condannabile di falsa testimonianza.

L’errore sta nel considerare i casi intermedi come problematici. Cioè, se l’ingannatore è colui che intende dire il falso e lo dice, allora si da solo un caso su quattro che l’ingannatore sia realmente tale, cioè (4). In altre parole:

∃x ( Ingannatore(x) ↔ ∀y∃z (Intenzione-Falso(y)∧Falso(z)) (y→z)→x))

Vale a dire che esiste un ingannatore se ad una qualunque intenzione di dire il falso segue un enunciato falso. In questo senso, la seguente forma logica mostra questo: solo se c’è l’intenzione di dire il falso e viene detto il falso allora siamo in presenza di un ingannatore. In tutti gli altri casi, non siamo di fronte ad un mentitore. Infatti se non c’è atto, anche con intenzione, non c’è menzogna: non si può accusare nessuno di non aver mentito, se non l’ha fatto. Allo stesso modo, non si può condannare nessuno se, in buona fede, ha detto il falso: egli, magari, era indotto a pensare in quel modo da altre circostanze che lo giustificavano pienamente.

L’errore nasce tutto da questo fraintendimento: nel considerare veraci le frasi disgiunte e non congiunte. La fonte dell’errore sta nel prendere le quattro possibilità come le asserzioni di forma “a∨b”  e non come invece sono: “a ∧ b”. Bisogna invece intendere la questione correttamente e dunque sostituiamo a “a” la nostra “l’intenzione è di dire il falso” e a “b” l’altra “è detto il falso”. Da qui, per sostituzione: “L’intenzione è dire il falso e è detto il falso”. La frase sarà vera solo se è vero che l’intenzione è di dire il falso ed è detto il falso. Non se è vera solo una delle due proposizioni.

Diciamo anche, per chi avesse interesse alla questione, che il codice pensale sostiene questa visione della relazione tra intenzione e atto. Non si dà alcuna procedura penale senza atto, essa non è nemmeno pensata: addirittura in casi estremi come un uomo che volesse uccidere un altro e lo spara. Se la persona parata fosse già morta allora non ci sarebbe omicidio, dunque nessun atto e, di conseguenza, non ci sarebbe alcuna procedura penale. Se invece ci fosse un omicidio senza intenzione ci sarebbe comunque una procedura ma per un delitto colposo, dunque, molto meno grave di quello intenzionale. Applicando al caso di una falsa testimonianza, se la corte fosse certa della buona fede del teste, non procederebbe ad alcuna assegnazione di eventuali punizioni: dunque, in questo caso, l’intenzione conta più dell’atto perché lo priva di responsabilità. In fine, il caso più grave, è quando un atto è compiuto con una certa intenzione. Se ciò capita, allora siamo di fronte ad un omicidio, se l’atto è quello di ammazzare qualcuno, e siamo di fronte ad una falsa testimonianza, se l’atto è quello di dire il falso volendo dirlo.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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