Press "Enter" to skip to content

La giustificazione secondo la teoria affidabilista della conoscenza in “What is justified belief”?

La giustificazione nella presentazione originaria dell’Affidabilismo

Il fine dell’articolo di Goldman [1979] è fornire una teoria della credenza giustificata. Alvin I. Goldman tratta della terza condizione della definizione di conoscenza, la condizione di giustificazione della credenza: “The aim of this essay is to sketch a theory of justified belief”.[2] La giustificazione è un termine di valutazione epistemica. Goldman ha in mente due intenti diversi: (1) non vuole dare una definizione esplicita in termini di sinonimi di conoscenza e di giustificazione e (2) egli ritiene che non si debbano utilizzare termini epistemici nella definizione. Per tanto, il fine dell’analisi di Goldman è quello di fissare un insieme di condizioni sostanziali che specifichino quando una credenza è giustificata e quando no: “The term – justified -, I presume, is an evaluative term, a term for an appraisal. Any correct definition or synonyms might be given, but I’m not interested in them. I want a set of substantive conditions that specify when a belief is justified”.[3]

Goldman prosegue proponendo una serie di termini epistemici, perché non compaiano nelle nostre definizioni: se così non fosse, come mostrava Roderick Chisholm [1966], si ricadrebbe in una definizione circolare o vuota: “Possiamo quindi dire di questa specie di definizione ciò che disse Socrate nel tentativo di definire la conoscenza nei termini di ragione o spiegazione: «Se, caro figliolo, la regola di aggiungere ragione o spiegazione significa imparare a conoscere e non semplicemente mettere innanzi un’opinione…, la nostra splendida definizione di conoscenza sarebbe un bell’affare! Di fatti imparare a conoscere sarebbe conseguire la conoscenza, non è così?»”[4] La posizione di Goldman si differenzia, rispetto a quella di Chisholm, per via del fatto che la definizione di conoscenza non solo non deve essere circolare, come voleva, appunto, Chisholm, ma non deve usare nessun termine epistemico, così che la proposta di Goldman impone un criterio ancora più forte, rispetto al solo rifiuto di una definizione circolare. Goldman considera i seguenti termini come epistemicamente carichi: giustificato, garantito, avere buone basi, aver ragione di credere, sapere che, vedere che, imparare che, essere probabile (in senso induttivo), mostrare che, certo… Vanno, invece, considerati termini non epistemici: credere che, esser vero, causare, esser necessario che, implicare, esser deducibile. Così, in generale, i termini doxastici (di credenza), i termini metafisici, semantici, logici non sono da annoverare all’interno della categoria di parole epistemicamente connotate: “In general, (purely) doxastic, metaphysical, modal, semantic, or syntatic expression are not epistemic”.[5]

L’altro problema centrale della Teoria Causale consisteva nell’accessibilità di ciò che garantisce la conoscenza al soggetto. Nei termini della Teoria Causale la conoscenza è quella credenza che è stata prodotta attraverso una relazione causale con il fatto cui essa inerisce; in altre parole S sa che p se la credenza di S in p è stata prodotta dal fatto p che causa in maniera appropriata la credenza di S in p. Questa relazione lascia aperto il problema dell’accessibilità della giustificazione del soggetto: S non è garantito nell’esser giustificato al credere una certa proposizione come vera. Questo è mostrato bene da un esempio. La percezione, per Goldman, è una relazione causale appropriata per la formazione di credenze vere che, per tanto, saranno giustificate. Ma chi ci dice che la nostra sensibilità non sia fallace? Non sempre ci rendiamo conto delle nostre imperfezioni sensoriali e abbiamo bisogno di sofisticate tecnologie e conoscenze per scoprire e correggere questi stessi difetti (altrimenti non si comprenderebbe il motivo di investire somme consistenti per ricorrere agli specialisti, come gli ottici, gli ottorini etc.). Goldman, nella sua analisi precedente, si limitava a sostenere un punto di vista di una teoria causale della conoscenza ma non fornisce una trattazione sistematica del concetto e del termine ‘giustificazione’.

Goldman ha almeno due obbiettivi da perseguire: (1) fornire una teoria epistemologica della giustificazione e (2) come un soggetto possa formarsi delle metacredenze giustificate sulle sue credenze a loro volta giustificate.

Le condizioni della definizione di giustificazione: possibilità e critiche

La definizione di giustificazione viene presentata nei termini di una definizione ricorsiva: la definizione di giustificazione dovrà avere una clausola di base che stabilisca quali credenze di base sono giustificate, una seconda clausola che indichi quali credenze derivabili dalle credenze di base sono giustificate e, in fine, una condizione di chiusura che stabilisca che tutti e i soli casi indicati sono quelli che ricadono all’interno della definizione.

A theory of justified belief will be a set of principles that specify truth conditions for the schema [S‘s belief in p at time t is justified], i. e., conditions of this schema in all possible cases. It will be convenient to formulate candidate theories in a recursive or inductive format, which would include (A) one or more base clauses, (B) a set of recursive clauses (possibly null) and a closer clause. In such a format, it is permissible for the predicate «is a justified belief» to appear in a recursive clauses.[6]

Prima di presentare la sua proposta vengono passate in rassegna tutta una serie di condizioni, ricondotte a proposte filosofiche antecedenti all’analisi di Goldman, che si dimostreranno essere variamente inadeguate.

La prima condizione è l’indubitabilità.

(I) S crede che p al tempo t e p è indubitabile per S al tempo t così, la credenza di S in p è giustificata.

Il problema immediato che solleva questa definizione è quale debba essere l’interpretazione della parola “indubitabile”. Goldman offre due alternative: p è indubitabile per S, se S non ha ragioni per dubitare di p. Ma, evidentemente, aver ragioni è un termine che compare nella lista dei termini proscritti perché di valutazione epistemica. Dunque, non si può pensare all’indubitabilità nel senso di non-aver-ragione di dubitare di p. Indubitabile potrebbe essere una condizione psicologica: la credenza di S in p è indubitabile per S, se S è psicologicamente incapace di dubitare che p. Questa proposta è visibilmente inadeguata, perché ci sono credenze che sono irresistibili da credere ma risultano false; d’altra parte esse non traggono alcuna giustificazione epistemica dall’essere psicologicamente incontrovertibili. L’esempio che Goldman propone è quello del fanatico religioso: “A religious fanatic may be psycologically incapable of doubting the tenets of his fait, but that doesn’t make his belief in term of justified”.[7]

La seconda condizione presa in considerazione è la giustificazione nei termini dell’autoevidenza.

 

(II) S crede che p al tempo t e p è “autoevidente” allora S è giustificato nella sua credenza in p.

L’intuizione che sta dietro questa proposta è quella del fondazionalista classico che rivendica alcune credenze come autoevidenti di per sé e le altre traevano la loro evidenza sulla base delle credenze autoevidenti. Gran parte del fondazionalismo tradizionale, sia nella versione razionalista che nella versione empirista, rivendica questo principio per le credenze fondamentali: le idee chiare e distinte di Cartesio [1641] o le verità di ragione per Leibniz [1714] vengono concepite in questi termini, così come il principio dell'”essere è essere percepito” valido per Berkeley [1710] e Hume [1740]; Locke [1690], invece, rivendica l’assurdità di poter dubitare delle singole percezioni. Con le parole di Vassallo: “In una prospettiva fondazionalista si distinguono, di norma, due tipi di credenze: le credenze di base, o fondazionali, e le credenze derivate. Le prime sono autogiustificate o giustificate immediatamente, mentre le seconde derivano inferenzialmente la loro giustificazione dalle prime”.[8] La posizione di Goldman, d’altra parte, si configura come un’alternativa a gran parte tradizione filosofica, non solo nella sua versione fondazionalista (Locke, Hume, Cartesio…) ma anche alla versione coerentista (nella quale vengono fatti rientrare Spinoza e Hegel): It [reliabilism] is conceived, rather, as an alternative to (and improvement over) traditional theories of justification…”[9]

Ma cosa significa ‘autoevidente’? Può voler dire “giustificata intuitivamente” o “direttamente giustificata” o “non-deduttivamente giustificata”. Tutte queste versioni della definizione di autoevidenza sono state portate da filosofi come Cartesio, Locke etc.. Tuttavia, tutte hanno il problema che si richiamano a termini epistemici, il che, nuovamente, fanno ricadere la definizione candidata nella fallacia circolare.

Si può considerare un’altra definizione di ‘autoevidente’: una proposizione è autoevidente se è impossibile comprendere p senza crederla. In altri termini, se comprendo “Io penso, dunque esisto” non posso fare a meno di crederla. Goldman, però, solleva due problemi: cosa non ricadrebbe nell’insieme delle credenze giustificabili in questi termini? Anche credenze su proposizioni false potrebbero venir giustificate in questo modo. In secondo luogo “impossibile da capire senza crederci” può voler dire, ad esempio, che “siamo geneticamente predisposti a crederci”. Ma, anche questa, non sembra affatto una buona ragione per assumere questa condizione come capace di giustificarci: se fossimo programmati a credere che 2-2=2 e ci credessimo in base al fatto che siamo “fatti così” questo non vorrebbe affatto dire che siamo epistemicamente giustificati a crederci e varrebbe anche nel caso di 2-2=0. Il credere ad una determinata proposizione solo perché siamo “costituiti geneticamente” in modo tale che siamo predisposti a crederci non aggiunge né toglie niente alla nostra valutazione epistemica della nostra credenza, sebbene, certamente, avremmo scoperto qualcosa di illuminante sulla nostra natura genetica e sulle sue relazioni con le nostre credenze.

Un terzo caso di “impossibilità” sembra essere quello di certe proposizioni della logica. Dunque, “impossibile da credere” potrebbe essere ciò che è impossibile da capire senza crederci. Tuttavia, il concetto di “impossibilità di credenza” come “impossibilità logica” di questo tipo ha il problema di giustificare anche conoscenze logiche triviali: “If that is the reading given, I suspect [this] is a vacuous principle. I doubt that even trivial logic or analytic truth will satisfy this definition of «self evident»”.[10] Ma, soprattutto, Goldman mette in luce il fatto che la codifica e decodifica dei linguaggi umani è una capacità psicologica che non è sufficiente a fissare la credibilità degli enunciati: è possibile comprendere un enunciato senza crederci.

La successiva condizione considerata riguarda le proposizioni self-presenting:

 

(III) Se p è una proposizione self-presenting, p è vera per S al tempo t e S crede che p al tempo t allora la credenza è giustificata.

Un esempio chiaro di proposizioni self-presenting è “io penso”. Una proposizione è self-presenting se essa risulta vera nel momento in cui una persona la pensa: se la pensa, allora non può non crederci. Il problema della definizione di una proposizione self-presenting è che se p è vera al tempo t allora essa è necessariamente evidente per S. Infatti, si faccia caso che S non potrebbe dirsi giustificato a credere in p anche qualora fosse vera perché, come osservava Chisholm [1966], se una proposizione è giustificata per il solo fatto di essere vera, allora non è altro che un’opinione vera. Ma una credenza vera, di nuovo, non è conoscenza. Non basta ad una credenza, per essere giustificata, la discriminante dell’essere una credenza vera. Essa è una condizione necessaria ma non sufficiente per la conoscenza. Dunque, Goldman riscrive la definizione della proposizione self-presenting per mostrare in cosa possa consistere la sua giustificazione: p è vera ed è creduta da S e gli appare immediatamente evidente. Ma “evidenza” è un termine epistemico, per tanto, è inacettabile.

A questo punto, vengono prese in considerazione le proposizioni self-intimating e la loro critica:

(IV) Se S pensa che P sia vera, allora necessariamente S crede che p.

Se le proposizioni self-intimating traggono la loro apparente giustificazione dall’essere immediatamente evidenti (e, proprio per questo, triviali) al soggetto una volta che esso le creda (una volta credute diventano vere), le proposizioni self-intimating sono proposizioni che, una volta riconosciute come vere, allora necessariamente vengono credute:

What, exactly, – self-presenting – means? In the second edition of Theory of Knowledge Chisholm offer this definition: «h is self-presenting for S at t = df.h is true at t; and necessarily, if h is true at t then h is evident for S at t». Unfortunately, since «evidence» is an epistemic term, «self-presenting» also becomes an epistemic term on this definition, thereby disqualify [IV] as a legitimate clause.[11]

Il problema, questa volta, è nella duplice interpretazione di necessariamente: si può parlare di necessità nomologica e di necessità logica.

Una proposizione è ‘necessaria’ da un punto di vista nomologico se, se S pensa che p sia vera al tempo t, allora necessariamente S crede che p. Ad esempio, se sono in uno stato mentale M allora mi sento malinconico. Il fatto di sentirmi malinconico mi fa pensare alla frase “mi sento malinconico” che è una proposizione vera la cui necessità scaturisce per una relazione di necessità fisico-psicologica. Questa sola necessità psicologica sembrerebbe poter garantire la giustificazione. Tuttavia, ispirandoci al controesempio di Goldman, ne riportiamo uno leggermente modificato: prendiamo il caso in cui il signor Rossi è nello stato cerebrale B, così che egli pensa “mi trovo nello stato cerebrale B”. In un secondo momento un neurochirurgo induce uno stato cerebrale B nel signor Rossi in quale pensa “mi trovo nello stato mentale B”. Tuttavia, il fatto che il signor Rossi pensi di trovarsi nello stato mentale B non implica che il signor Rossi sia giustificato nel crederci, perché, in questo caso, lo stato cerebrale del signor Rossi era indotto dal neurochirurgo: “For example, we can imagine that a brain-surgeon operating on S artificially induced brain-state B – out of the blue – that he is in the brain-state B, without any relevant antecedent beliefs. We would hardly say, in such case, that S‘s belief that he is in a brain state B“.[12]

L’interpretazione logica di ‘necessità’ è la seguente: una proposizione p è self-intimating se è logicamente necessario che se la proposizione p è vera per S al tempo t allora la credenza di S in p è giustificata. Il punto nodale, ancora una volta, è che la verità non determina la giustificazione di per sé: “The truth of the proposition logically guarantees that the belief is held, but why should it guarantee that the belief is justified?”[13]  La condizione della verità è una delle condizioni della conoscenza ma non l’unica: “So, what seems necessary – or at least sufficent – for justification is that belief should guarantee truth”.[14]

Un ulteriore opzione è quella delle proposizioni incorreggibili, e può essere espressa come segue:

(V) Se p è una proposizione incorreggibile e S crede che p al tempo t allora la credenza di S in p al tempo t è giustificata.

Una proposizione è incorreggibile solo se necessariamente, se S al tempo t crede che p allora p è vera per S al tempo t. Ancora una volta, il problema è l’interpretazione della parola “incorreggibile”. L’incorreggibilità, come le proposizioni self-intimating, può essere interpretata nomologicamente o logicamente. L’interpretazione nomologica può essere quella del sentirsi in una certa disposizione emotiva o in un certo stato mentale. Se S è nello stato mentale M così che sente di essere malinconico e pensa “sono malinconico” allora è giustificato a credere di essere malinconico, supponendo che tale credenza sia incorreggibile per S al tempo t. Goldman, anche in questo caso, si avvale di un controesempio analogo a quello del neurochiurugo sopra esposto. Ma il vero problema è quello già sollevato in precedenza. Perché il credere che una certa proposizione è vera dovrebbe garantirci di essere giustificati nel crederla? Ancora una volta, se una persona è psicologicamente costituita in modo tale da credere che le cannucce nei bicchieri pieni d’acqua siano spezzate non diremmo certamente che è giustificato nel crederci, anche se è indotto dalla sua stessa natura psicologica: “A part of this counterexample [the brain-surgeon one] the general point is this. Why should the fact that S’s believing in p imply that S’s belief’ is justified? The nature of the guarantee might be wholly fortuitous…”[15]

L’interpretazione logica dell’incorreggibilità sembra essere più promettente, vale a dire che la proposizione è incorreggibile da un punto di vista logico, non da un punto di vista psicologico. Ma i problemi di questa seconda possibilità sono simili al precedente sollevato in relazione alle credenze self-intimating: la verità logica della proposizione non consente di fondare la giustificazione della credenza. Inoltre, proponiamo un controesempio simile a quello presentato da Goldman [1979] e ripreso anche successivamente [1986]. Nelson è un matematico scadente. Egli riflette intorno ad una proposizione matematica estremamente complessa e, alla fine, giunge alla conclusione che la proposizione è vera. La proposizione è vera, ma l’argomento di Nelson partiva da premesse vere per passare a deduzioni invalide, per finire nuovamente in conclusioni vere. Questo procedimento non giustifica Nelson nel credere in quella proposizione matematica, per quanto possa essere incorreggibile per lui.

D’altronde, ci sono poi le proposizioni contingenti incorreggibili. Anche in questo caso, Goldman propone un controesempio all’idea che tali proposizioni possano essere giustificate sulla base della loro incorreggibilità, anche questo è riportato in Goldman [1979, 1986]. Humperdink studia pseudologica da Fraud. Fraud enuncia il principio che una proposizione di 40 disgiunzioni è probabilmente vera. Humperdink costruisce la proposizione p come una disgiunzione di 40 proposizioni contingenti. La settima proposizione è “io esisto”. La proposizione complessa p è creduta da Humperdink ed essa è vera: non si può certo dire che Humperdink sia giustificato nel credere che p. Una proposizione contingente è una proposizione che è vera solo in determinati casi. Nel caso di una disgiunzione, almeno uno dei disgiunti deve essere vero, perché la proposizione sia vera. In questo caso, la proposizione complessa di quaranta disgiunti è senz’altro vera perché contiene la proposizione “io esisto” che, dunque, rende vera l’intera proposizione complessa. Tuttavia, Humperdink non è giustificato nel credere nella proposizione in questione perché egli stesso non ha operato in modo corretto: è un puro caso che Humperdink sia nel giusto nel credere che la proposizione fosse vera, perché Humperdink assume la verità della proposizione sulla base del fatto che la proposizione fosse formata da quaranta proposizioni, il che non costituisce una regola di deduzione logica.

Inoltre nulla vale l’eventuale aggiunta alla condizione di incorreggibilità che S debba riconoscere l’incorreggibilità della proposizione stessa perché “riconoscere” è un termine epistemico.

Concludendo sulle condizioni sopra esposte: le obiezioni di Goldman vertono sostanzialmente su quattro punti. (1) Non devono essere usati termini epistemici per formulare la clausola che definisca la giustificazione poiché rendono vuota e circolare la definizione, (2) condizioni di tipo psicologico non consentono di fondare la conoscenza su solide basi, (3) la verità delle proposizioni non è garanzia di per sé della giustificazione della credenza in esse così che la sola condizione di verità semantica di una proposizione non è condizione né necessaria né sufficiente per la sua giustificazione e (4) la credenza di alcune proposizioni non le rende giustificate, ovvero il solo fatto di aver formato una credenza, anche quando essa sia irresistibile da credere, non la rende parimenti giustificata.

 

L’inadeguatezza delle precedenti proposte e il concetto di affidabilità

Secondo Goldman, tutte le precedenti proposte di una definizione adeguata di giustificazione falliscono perché nessuna di esse considera il problema di come la credenza venga prodotta, non c’è attenzione al processo causale necessario per la sua formazione: “Let us try to diagnose what has gone wrong with these attemps to produce an acceptable base-clause principle. Notice that each of the foregoing attempts confers the status of “justified” on a belief without restriction on why the belief is held, i.e., on what causally initiates the belief or causally sustains it”.[16] Questo punto nodale sfugge a tutte le precedenti condizioni proposte che, di fatto, si limitano a fondare l’evidenza o su ragioni psicologiche, oppure su ragioni logiche: si osservi come nessuna posizione fin qui presentata si riferisse anche solo incidentalmente a catene causali o alla storia della credenza, storia intesa come insieme dei passaggi che hanno portato alla formazione della credenza. Le credenze sono, invece, il frutto di una relazione causale che si instaura tra un soggetto cognitivo e un certo fatto, e, a seconda della relazione che viene ad instaurarsi, si può parlare di processo causale di formazione di credenze: “I suggest that the absence of causal requirement accounts for the faluire of the forgoing principles”.[17] Il problema di Goldman è stabilire a quali condizioni un processo di questo tipo si può dire affidabile e quando no. Goldman aveva già preso in considerazione il problema nel suo Goldman [1967] nel quale, però, non prende in esame il problema della definizione della giustificazione ed eventuale accessibilità, come abbiamo visto nel Capitolo 1.

Non tutti i processi causali di produzione di credenze sono affidabili. Anzi, molti casi di produzione causale di credenze conducono quasi sistematicamente all’errore: il sognare ad occhi aperti (wishful thinking), il ragionamento confuso, la dipendenza del nostro pensiero dall’emozione. Questi tre esempi mostrano come esistano delle catene causali che producono credenze che, tuttavia, sono inaffidabili e per tanto non sono capaci di conferire giustificazione: “What do these faulty processes have in common? They share the feature of unreliability: they tend to produce error a large portion of the time”.[18]

Ci sono anche processi causali capaci di produrre credenze vere, nella maggior parte dei casi. In generale, possiamo dire che i meccanismi percettivi, che sono catene causali, in condizioni normali producono credenze vere. Anche il processo inferenziale corretto conduce nella grande maggioranza dei casi a credenze vere. Così pure la memoria e alcune credenze assunte per via introspettiva: “What these processes seems to have in common is reliability: the beliefs they produce are generally true”.[19] Il problema di Goldman è mostrare in che modo questi generi di processi siano sostanziati da catene causali capaci di produrre giustificazione per le nostre credenze. La proposta positiva di Goldman merita di essere riportata: “The justificational status of a belief is a function of the reliability of the process or processes that cause it, where (…) reliability consists in a tendency of a process to produce beliefs that are true rather than false”.[20] In questa prima presentazione non ci si pone ancora il problema di definire più precisamente (1) quali processi causali di formazione di credenze debbano essere considerati (come si vedrà, l’Affidabilismo considera i processi cognitivi, restringendo il campo di ciò che deve essere inteso con processo causale) e (2) quale sia il significato da attribuire al termine “tendenza” (tendency).

Un processo causale è affidabile solo se conduce per lo più alla formazione di credenze vere. Lo statuto giustificativo di una nostra credenza sarà attribuito in base alla sua formazione da parte di uno di quei processi qualificati come affidabili o inaffidabili.

Goldman osserva che la giustificazione ha un peso graduato, vale a dire che una certa credenza può essere più o meno giustificata rispetto ad un’altra e tale variazione di grado sarà in funzione del grado di affidabilità del processo da cui una credenza ha avuto origine: “Again, the degree of justifiedness seems to be a function of reliability”.[21] Ci rifacciamo, ancora una volta, ad un esempio di Goldman [1979] semplificato: Jones crede di aver appena visto una capra di montagna. La nostra intuizione suggerisce che la credenza di Jones è giustificata, se gode di buona vista e se le condizioni meteo sono ottimali e se sa distinguere una capra di montagna da una lince. Così in base alle condizioni psicofisiche di Jones, noi saremmo inclini a considerare Jones più o meno giustificato e ciò perché certe condizioni fisiche e psicologiche producono catene causali più o meno affidabili. L’obbiettivo finale rimane, comunque, quello di fissare in modo rigoroso l’intuizione ordinaria che rimanda al concetto di giustificazione, definita come tendenza a produrre credenze vere, cioè giustificazione come affidabilità. La definizione di questa tendenza ha, comunque, un che di vago, così che: “the purpose of my present theorizing is to capture our conception of justifiedness, and since our ordinary conception is vague on this matter, it is appropriate to leave the theory vague in the same respect”.[22]

Possiamo portare altri esempi che sembrano motivare la scalarità o gradualità della giustificazione di una credenza: un ricordo più vivido è più attendibile di un ricordo meno vivido, così un ragionamento induttivo basato su un ampio numero di elementi è più stringente di uno basato su un campione molto piccolo, rispetto al numero totale della popolazione del campione. Così, sia la percezione, sia la memoria che il ragionamento sono processi di diverso tipo che implicano tutti una certa scalarità della giustificazione in quanto le credenze risultanti non hanno tutte lo stesso peso, da un punto di vista della giustificazione. Questi esempi mettono in luce, secondo Goldman, l’idea che la giustificazione sia direttamente proporzionale al grado di affidabilità del processo causale che ha prodotto la giustificazione stessa.

Il problema della generalità

Se il processo di formazione delle credenze è un processo causale, a quale livello di generalità deve essere descritto e qualificato in modo tale che sia definito affidabile? Ad esempio, la definizione di affidabilità richiede che il processo causale che porta alla formazione di credenze assunte attraverso la percezione, sia limitato alla sola struttura cognitiva del soggetto (visione) oppure devono rientrare anche delle condizioni extrasensoriali? Il problema è esplicitamente posto già in Goldman [1979] ma viene risolto, come vedremo, in un suo lavoro successivo Goldman [1986]. Qui ci interessa, però, fissare il punto, giacché esso rientra nelle critiche più importanti:

A critical problem concerning our analysis is the degree of generality of the process-types in question. In-put-out-put relations can be specified very broadly or very narrowly, and the degree of generality will partly determine the degree of reliability. A process-type might be selected so narrowly that only one instance of it ever occurs, and hence the type is either completely unreliable. (This assumes that the reliability is a function of actual frequency only). If such narrow process-types were selected, beliefs that are intuitively unjustified might be said to result from perfectly reliable processes, and beliefs that are intuitively justified might be said to result from perfectly unreliable problem.[23]

Nella Teoria causale, come abbiamo visto, il processo di formazione di credenze, per garantire conoscenza, era esteso fino a connettere il fatto con la credenza del soggetto. Così S conosceva la proposizione p solo se la sua credenza in p era connessa con il fatto relativo attraverso un’adeguata catena causale. Nella teoria affidabilista, invece, rimane la condizione di sussistenza di una catena causale che, in questo caso, è in grado di conferire giustificazione. Tuttavia, tale catena causale viene ridimensionata nell’estensione, riconsiderata solo all’interno dei cognitivi del soggetto che sono dei processi causali. Per tanto, il primo approccio a questo problema in Goldman [1979] è il seguente:

Justifiedness seems to be a function of how a cognizer deals with his environment in-put, i. e., with the goodness or badness of the operations that register and transform the stimulation that reaches him. (“Deal with”, of course, does not mean purposeful action nor is it restricted to conscious activity). A justified belief is, roughly speaking, one that result from cognitive operations that are, generally speaking, good or successful. But “cognitive” operations are most plausibly construed as operations of the cognitive faculties, i.e., “information-processing” equipment internal to the organism.[24]

 

Giustificazione come credenza prodotta attraverso un processo affidabile

Un problema immediato della proposta di Goldman è l’interpretazione della parola ‘affidabilità’. Potremmo iniziare a proporre una prima definizione approssimativa della terza condizione della definizione tripartita di conoscenza:

(3) la credenza di S in p al tempo t è giustificata solo se il fatto p ha prodotto la credenza di S in p attraverso un processo cognitivo di formazione di credenze tale che esso sia affidabile.

A questo punto è necessaria la definizione di ‘processo’. Un processo è una procedura  tale che dall’elaborazione degli in-put fuoriesca un out-put tali che gli in-put e gli out-put sono delle credenze. Se una credenza è causata da un certo processo, allora si intende che quella credenza è stata prodotta dall’elaborazione di determinati in-put, ovvero, esiste un processo causale a cui si sovrappone una funzione di elaborazione dell’informazione. Così, per ogni elaborazione dell’informazione c’è una certa catena causale sottostante di modo che nessun’elaborazione dell’informazione esiste senza una catena causale sottostante che la sorregga. I processi causali possono essere strutture generali (type) oppure particolari e specifici (token) ma sono solo i processi generali (type) a poter essere definiti nei termini di affidabilità. Esempi di processi di formazione di credenze fondati su processi cognitivi affidabili: processi inferenziali, processi di memorizzazione e recupero dati, processi percettivi.

Goldman, a questo punto, può proporre la propria clausola:

(5) Se la credenza S in p al tempo t è il risultato di un processo cognitivo affidabile (o di un insieme di processi cognitivi affidabili) allora la credenza di S in p al tempo t è giustificata.

L’idea espressa dalla clausola (5) è abbastanza chiara: una persona è giustificata al credere ad una propria credenza solo a condizione che essa sia stata prodotta da un processo cognitivo affidabile, sia esso di natura percettiva piuttosto che inferenziale. L’importante è che la catena causale (type) che ha prodotto la credenza (token) di S in p sia affidabile. In questa dimensione, la giustificazione, per Goldman, non richiede che essa sia infallibile, posto che anche un sistema cognitivo affidabile è indotto talvolta in errore, ciò che conta è che il sistema produca per lo più credenze vere.

La clausola (5) è il principio base per la definizione ricorsiva, clausola necessaria per l’analisi di Goldman, come avevamo detto al principio. Essa, tuttavia, è ancora troppo forte perché pone troppe restrizioni per le condizioni di affidabilità. Quel che è preferibile è stabilire una condizione di affidabilità condizionale: il ragionamento deve assumere premesse vere, per essere un processo affidabile, così la memoria deve ripescare credenze di proposizioni vere. Dunque, un processo è affidabile in modo condizionale, se un numero sufficiente di credenze sono vere, posto che lo siano le proposizioni in in-put. Così Goldman parla di affidabilismo condizionale:

Our provisional definition implies that a reasoning process is reliable only if it generally produces beliefs that are true, and similarly, that a memory process is reliable only if it generally yields beliefs that are true. But these requirement are too strong. (…) What we need for reasoning and memory, then, is a notion of “conditional reliability“. A process is conditionally reliable when a sufficient proportion of its outputs-beliefs are true given that its in-put-beliefs are true.[25]

Il passo successivo consiste nel discriminare i generi di processi, cioè quelli che assumono come dati in in-put credenze e quelli che, invece, non assumono credenze: ci sono processi affidabili credenze-dipendenti e altri che sono credenze-indipendenti. La percezione è un processo affidabile credenza-indipendente mentre il ragionamento inferenziale è un processo affidabile credenza-dipendente. Di conseguenza, bisogna tener conto sia della considerazione della affidabilità condizionale che della dipendenza/indipendenza dei processi cognitivi affidabili da credenze. Semplicemente: “(…) let us distinguish belief-dependent and belief-independent cognitive processes. The former are processes some of whose in-puts are belief-states. The latter are processes none of whose inputs are belief-states”.[26] Così, Goldman riscrive la clausola (5) in due sotto clausole:

(6a) Se la credenza di S in p al tempo t è prodotta da un processo cognitivo credenza indipendente affidabile, allora la credenza di S in p è giustificata.

(6b) Se la credenza di S in p al tempo t è prodotta da un processo cognitivo credenza dipendente affidabile e se le credenze assunte sono a loro volta giustificate, allora la credenza di S in p è giustificata.

Le due clausole catturano due idee distinte che, evidentemente, Goldman non vuole tenere insieme, come nella clausola (5): la clausola (5) è una condizione generale mentre le due condizioni (6a) e (6b) sono due clausole che esprimono l’affidabilità condizionale di due processi di formazione di credenze giustificate in modo distinto. Nel primo caso si considerano i processi causali che producono credenze senza doverne assumere altre come premesse, come nel caso della percezione. Nel secondo caso si considerano, invece, le condizioni di un processo che coinvolge al suo interno altre credenze su proposizioni assunte dal soggetto. La condizione di affidabilità (6b) di Goldman impone che anche queste credenze devono a loro volta essere giustificate: in altre parole, un processo inferenziale è giustificato se le premesse del soggetto non sono semplici credenze vere (opinioni) ma sono credenze vere giustificate. Questa condizione elimina i problemi simili a quelli analoghi al controesempio di Gettier, nella rivisitazione operata da Goldman [1967]: Jones deduceva una credenza vera da una credenza non giustificata e, per tanto, egli non era giustificato. La condizione che il soggetto debba assumere non delle semplici credenze, ma vere e proprie conoscenze era già stata avanzata da Micheal Clark [1963], come Goldman stesso rileva.

Ricapitolando, Goldman parte da una definizione troppo generale, la clausola (5), che non consente di distinguere i casi in cui si abbia a che fare con processi causali credenza-dipendente e credenza-indipendente. I rispettivi processi cognitivi coinvolti prevedono una clausola aggiuntiva distinta: i processi credenza-dipendenti devono partire da in-put proposizionali a loro volta creduti e prodotti mediante processi affidabili, così da formare credenze giustificate. A questo punto Goldman può riformulare la clausola (5) nelle due clausole più specifiche (6a) e (6b).

 

Una concezione storica della giustificazione

La concezione di Goldman è, com’egli stesso la definisce, una teoria storico-genetica della giustificazione: “The theory of justified belief proposed here, then, is an Historical or Genetic theory. It contrasts with the dominant approach to justified belief…”[27] La teoria si impernia sulla formazione della credenza vera, la quale può dirsi giustificata in base alla bontà della sua formazione “storica” o “genetica”. In altre parole, la metafora sembra essere la seguente: ogni credenza ha una sua “storia” in base alla quale può dirsi giustificata. Per usare una metafora più colorita, prendiamo il caso di un delinquente che venga interrogato da un poliziotto molto burocratico. Il poliziotto legge il fascicolo dei precedenti del delinquente e assume che le testimonianze di tale persona siano totalmente inaffidabili. Così, si può generalizzare e parlare di affidabilità di una credenza nei termini della “buona costruzione” della credenza stessa, cioè la sua “genesi”, la sua “storia”:

A Current Time-Slice theory makes a justificational status of a belief wholly a function of what is true of a cognitzer at the time of  a belief. An Historical theory makes the justificational status of a belief depend on its prior history. Since my Historical theory emphasizes the reliability of the belief-generating processes, it may be called “Historical-Reliabilism“.[28]

Il punto viene ulteriormente chiarito da Goldman [1986]: “In this fashion the justificational status of a belief in p is, first of all, a function of the belief’s cognitive ancestry (…). Second, whether or not there has been a licensed, or permitted, history may well depend on a group of rules, not any single rule”.[29] Insomma, Goldman arriva a porre in evidenza che è la procedura causale, a stabilire giustificazione.

 

Giustificazione ex ante e ex post

Esistono due piani distinti di giustificazione, come viene spiegato da Goldman stesso:

According to our theory, a belief is justified in case it is caused by a process that is in fact reliable, or by one we generally believe to be reliable. But suppose that although one of S‘s belief satisfy the condition, S has no reason to believe that it does. Worse yet, suppose that S has reason to believe that his belief is caused by an unreliable process (although in facts its causal ancestry is fully reliable). Wouldn’t we deny in such circumstances that S’s belief is justified?[30]

Supponiamo che S abbia ragione di credere che la sua credenza in p è prodotta da un processo inaffidabile, nonostante sia vero il contrario. Vorremmo poter negare che S è giustificato a credere in p in quanto la nostra intuizione ci suggerisce che non si può essere giustificati a credere qualcosa di cui si è incerti dell’origine. Immaginiamo che al signor Jones venga detto da una fonte affidabile che buona parte della sua memoria è fallace: i genitori di Jones lo convincono che a sette anni soffriva di gravi amnesie. Jones, da quel momento, avrebbe sviluppato una pseudomemoria, un insieme di ricordi di eventi mai avvenuti. Nonostante ciò, Jones continua a credere alla veridicità delle proposizioni ricordate. Jones sarebbe giustificato a credere ai suoi propri ricordi?

Per arginare il problema, la prima proposta di Goldman è la seguente:

(7) Se la credenza di S in p al tempo t è causata da un processo cognitivo affidabile, se S crede giustificatamente che questa credenza in p è giustificata allora la credenza di S in p è giustificata.

A questo punto è chiara la distinzione dei due livelli. Esiste un primo livello di giustificazione che attiene alle credenze assunte mediante l’uso di processi affidabili, mentre esiste un secondo livello di giustificazione che riguarda le credenze sull’affidabilità dei processi stessi che causano la giustificazione al primo livello. La credenza di Mario “vedo un tavolo marrone” è prodotta da un processo cognitivo affidabile (la vista) per tanto è giustificata. La credenza di Mario “so di vedere un tavolo marrone” non sarà giustificata sulla base solo della giustificatezza del primo livello, ma richiede un’analisi di ordine superiore. L’essere giustificati in una credenza non implica l’esser giustificati di essere giustificati in quella credenza. In questo punto si può riscontrare il vertice della distanza tra l’approccio internista alla giustificazione e quello di Goldman: “There are many facts about a cognizerto which he lacks «the privileged access», and I regard the justificational status of his beliefs as one of those thing”.[31]

Questa prima caratterizzazione intuitiva di (7) è utile per capire l’obbiettivo di Goldman: il primo antecedente del condizionale (‘se la credenza di S in p al tempo t è causata da un processo cognitivo affidabile’) non è niente di più che una semplificazione delle due clausole (6) e, infatti, suona molto simile alla clausola (5). Il secondo antecedente mostra che la credenza sulla credenza della giustificazione deve essere a sua volta giustificata per garantire giustificazione al secondo livello. Ma, naturalmente, non si può parlare di ‘giustificazione di giustificazione’ in una definizione di giustificazione. Così, bisogna riconsiderare la clausola.

Goldman propone allora la seguente versione:

(8) Se la credenza di S in p al tempo t è causata da un processo cognitivo affidabile, se S crede al tempo t che la sua credenza in p è formata in questo modo, allora la credenza di S in p è giustificata.

Tuttavia, questa seconda clausola ha la sgradevole conseguenza di rendere possibile il caso di Jones, presentato sopra: Jones non è giustificato a credere ai propri ricordi. Cioè, non si può giustificare la giustificazione di S in p qualora S abbia delle ragioni per dubitare al secondo ordine che egli sia giustificato al primo ordine. Dunque, bisogna riformulare ancora la clausola:

(9) Se la credenza di S in p al tempo t è prodotta da un processo cognitivo affidabile, se S crede che la sua credenza in p è così formata, se la metacredenza di S in p è formata da un processo cognitivo affidabile allora la credenza di S in p è giustificata.

Questa definizione pone dei problemi importanti: esclude che animali e bambini possano avere delle conoscenze genuine. Nel caso degli animali, essi avranno delle conoscenze credenze-indipendenti. Un secondo problema è quello che Goldman presenta così:

A second problem with (9) concerns its underlying rationale. Since (9) is proposed as a substitute for (6a), it is implied that the reliability of a belief’s own cognitive ancestry does not make it justified. But the suggestion, seems to be, the reliability of a meta-belief‘s ancestry confers justifiedness on the first-order belief. Why should be so? Perhaps one is attracted by the idea of a “trickle-down” effect: if an n + 1-level belief is justified, its justification trickles down to an n-level belief. But even if the trickle-down theory is correct, it doesn’t help here. There is no assurance from the satisfaction of (9)’s antecedent that the meta-belief itself is justified.[32]

E’ fondamentale tenere distinta la giustificazione di una credenza di una proposizione (essere giustificati nel credere che p), cioè la giustificazione del primo ordine, dalla metagiustificazione (essere giustificati nel credere di essere giustificati che p), cioè la giustificazione del secondo ordine.

Prima di proporre una nuova clausola, Goldman procede in una rivisitazione del problema di Jones e della sua fallace memoria. Jones ha alcune evidenze contro l’accettazione di alcune sue credenze assunte nel passato. Se Jones facesse leva su quest’evidenza, rifiuterebbe le sue stesse credenze precedenti. L’evidenza in questione fa capo a un processo affidabile. Jones, dunque, fallisce nella formazione di una credenza via processo affidabile: Jones sospende il giudizio su alcune sue credenze ma egli non può avere conoscenza dei casi in questione, cioè quelli in cui egli effettivamente farebbe bene a sospendere il giudizio. Così, lo stato di giustificazione di una credenza non è solo una funzione del processo cognitivo attuale coinvolto in quella produzione, ma è anche in funzione del processo che deve essere impiegato: lo stato epistemico di giustificazione riguarda sia il processo cognitivo attuale che il processo cognitivo che dovrebbe essere utilizzato (come vedremo, questo è un caso simile a quello di Maurice che riproporremo nel Capitolo 3). Il problema è questo: una persona può giungere a dubitare di vedere bene e, dunque, egli sospende il giudizio su ciò che assume in base a ciò che vede. Il che, naturalmente, esclude l’idea che alcune credenze così derivate siano effettivamente giustificabili (ad esempio, egli è miope e vede male solo da lontano, così egli dovrebbe sospendere il giudizio solo su ciò che vede in lontananza). Bisogna, dunque, distinguere il processo attuale, che può essere fallace, considerando anche il processo idoneo corrispondente.

(10) Se la credenza di S in p al tempo t è il risultato di un processo cognitivo affidabile, se non c’è un processo affidabile o condizionalmente affidabile disponibile ad S tale che se fosse stato usato da S in aggiunta al processo usato, avrebbe fatto si che S non credesse in p a t, allora  S è giustificato a credere che p.

Ma ancora questa clausola è inadeguata: che cosa significa che un processo cognitivo è a sua volta disponibile?

Goldman, a questo punto, arriva a qualificare la giustificazione secondo due categorie distinte. Una credenza può essere giustificata o ex post o ex ante. Dire che la giustificazione è ex-post significa che c’è una giustificazione per la credenza di S in p al tempo t. Mentre, la giustificazione ex-ante significa che c’è una giustificazione per la credenza q anche quando la credenza di S in q non è stata formata, a condizione che S sarebbe giustificato qualora formasse la credenza q. Dunque, se S è giustificato ex-ante nel credere ad un processo affidabile, allora S è giustificato ex-post nel credere in p. A questo punto, Goldman arriva a fornire la sua definizione conclusiva:

(11) S è ex-ante giustificato nel credere che p al tempo t solo se c’è un processo cognitivo disponibile per S, che è tale che se S applicasse quest’operazione al suo stato cognitivo complessivo al tempo t, allora S crederebbe che p al tempo t + ∂ (con ∂ appropriatamente piccolo) e la credenza di S in p sarebbe  giustificata ex-post.

Concludendo, il risultato ottenuto da Goldman [1979] è quello di aver costruito una teoria che consenta di stabilire chiaramente cosa si debba intendere con giustificazione. Rimane il fatto che se il soggetto cognitivo perviene a conoscenza di una certa proposizione, ciò non implica che egli possa pervenire, attraverso un accesso privilegiato, ai giustificatori della sua credenza, cioè a ciò che rende la sua credenza giustificata, per quanto lo sia:

This is not say that a cognizer is necessarily ignorant, at a given moment, of the justificational status of his current belief. It is only to deny that he necessarily has, or can get, knowledge or true belief about this status. Just a person can know without knowing that he knows, so he can have justified belief without knowing that it is justified (or believing justifiably that it is justified).[33]


 

[2] Goldman [1979], p. 340.

[3] Ivi., Cit., p. 340.

[4] Chisholm [1966], p. 13.

[5] Ivi., Cit., p. 340.

[6] Goldman [1979], p. 341.

 

 

[7] Ivi., Cit., p. 341.

[8] D’agostini F., Vassallo N. [2002].

 

 

[9] Becker [2009].

 

 

[10] Ivi., Cit., p. 342.

 

 

[11] Ivi., Cit., p. 342.

 

 

[12] Ivi., Cit. p. 343.

 

 

[13] Ivi., Cit., p. 343.

 

 

[14] Ivi., Cit. p. 343.

[15] Ivi., Cit., p. 343.

 

 

[16] Ivi, Cit., p. 344.

 

 

[17] Ivi., Cit., p. 344.

 

 

[18] Ivi., Cit., p. 344.

[19] Ivi., Cit., p. 345.

 

 

[20] Ivi., Cit., p. 345.

 

 

[21] Ivi., Cit., p.  345.

[22] Ivi., Cit., p.  346.

 

 

[23] Ivi., Cit., p. 346.

 

 

[24] Ivi., Cit., p. 347.

[25] Ivi., Cit., p. 347.

 

 

[26] Ivi., Cit., p. 347.

 

 

[27] Ivi., Cit., p. 347.

 

 

[28] Ivi., Cit., p. 347.

 

 

[29] Goldman [1986] p. 78.

[30] Goldman [1979], p. 350.

[31] Ivi., Cit., p. 348.

[32] Ivi. Cit., p. 350.

[33] Ivi., Cit., p. 348.


 

Bibliografia

Gettier E., “E’ la conoscenza credenza vera giustificata?”, Analysis 23 (1963): 121-123, in Bottani, A., Penco, C. (a cura di), Significato e teorie del linguaggio, Franco Angeli, Milano, 1991.

Goldman, A., (1967), “A Causal Theory of Knowing”,  The Journal of Philosophy, vol 64, n. 12, pp. 357-372

Goldman, A., “What Is Jusitified Belief”, in G.S. Pappas (ed.) Justification and Knoledge, Dodrecht, Reidel, 1979, pp. 1-23.

Haack, S., (2009), “Il buono, il brutto e il cattivo. Disambiguare il naturalismo di Quine”, Rivista di Storia della Filosofia, 1, 2009 (traduzione rimaneggiata e aggiornata di Haack, S. (1993), Evidence and Inquiry, Blackwell, Oxford, 1993, cap. 5), pp.75-87.

Kim, J. (1988), What is naturalized epistemology?, in Tomberlin, K (ed), Philosophical perspectives, 2: Epistemology, Ridgeview Publishing Co., Atascadero, CA.

Quine W.V.O. “Due dogmi dell’empirismo”, in Filosofia del linguaggio, Raffaello cortina, Milano, 2004.

Quine W.V.O., “L’epistemologia naturalizzata”, Rivista di Storia della Filosofia, 1, 2009 (traduzione rimaneggiata e aggiornata di Haack, S. (1993), Evidence and Inquiry, Blackwell, Oxford, 1993, cap. 5), pp.75-87.

Quine, W.V.O. (1969) “Epistemology Naturalized”, in Ontological Relativity and Other Essays, Columbia University Press, New York, 1969.

Vassallo N., Teoria della conoscenza, Laterza, Roma-Bari 2003.

Wittgenstein L., Causa ed effetto. Lezioni sulla libertà del volere, Einaudi, Torino, 2006.

Be First to Comment

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *