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Il Principio di Creazione bontadiniano, tra Parmenide e Gödel

 

Introduzione

Lo scopo di questo articolo è l’analisi del bontadiniano Principio di Creazione e delle aporie che hanno fatto da catalizzatore alla critica, in particolare quella severiniana. L’analisi mira a valutare la conformità del discorso agli standard epistemologici della logica formale e della semantica informale nel rispetto, tuttavia, dell’intenzione comunicativa dell’autore consistente nel fornire, in un’epoca di crisi dei valori, una via per il recupero della metafisica classica e una prova dell’esistenza di Dio. A tale scopo, ad una prima parte analitica, che porterà alla luce alcune fondamentali illogicità intrinseche all’espressione linguistica rispetto alle tesi dell’autore, seguirà una parte costruttiva che mirerà a restituire forza probatoria all’argomento bontadiniano, confrontandolo con l’argomento ontologico di Gödel. Il grande logico affronta il problema dell’esistenza di Dio con gli strumenti inferenziali della moderna logica formale, riprendendo la tradizione che va da S.Anselmo a Leibniz. Una tradizione che prende come punto di partenza per la deduzione il concetto di Dio e la sua possibilità, intendendolo come la massima perfezione pensabile.  L’analisi si pone in un’ottica di relatività del vero (ma non relativistica) secondo la quale un argomento è valido e fondato relativamente alla capacità del suo sistema di riferimento linguistico di esprimere gli elementi definitori e i processi inferenziali inerenti agli oggetti da esso denotati.

 

Principio di Parmenide

La concezione parmenidea che per millenni ha sorpreso, affascinato e deluso i metafisici è l’affermazione di un assoluto che si autodetermina espungendo eternamente il nulla. Il teorema che l’Eleate ispirato consegna al mondo, appare inconfutabile. L’uomo, dalle sponde del finito, sembra scorgere con esso, le soglie dell’eternità. Parmenide infatti enuncia il suo principio “L’essere è e non è possibile che non sia” come un’affermazione riducibile alla dicotomia tra essere e nulla.  Poggia sulla legge di non contraddizione, e come afferma Severino è “difeso dall’elenchos invincibile”. L’elenchos, è espresso nel quarto libro della Metafisica di Aristotele come il metodo dialettico difensivo del teorema di non contraddizione e consiste nel fatto che ogni tentativo di negare tale legge, obbliga chi la nega ad ammetterla di fatto. Non c’è un modo per negare il principio logico che una cosa non può essere e non essere se stessa, nel medesimo tempo, e sotto il medesimo rispetto,  perchè l’atto stesso di affermare o di negare si basa su di esso. Severino, nel saggio Ritornare a Parmenide, sostiene che l’elenchos si estende anche al Principio di Parmenide e indirettamente a tutti gli enti esistenti.

Il Principio di Parmenide diventa così l’istanza originaria dell’essere, il reggitore dell’universo, la base solida che fonda la totalità. Il divenire è sconfitto dall’onnipotenza dell’essere che lo sovrasta e lo avvolge.

L’uomo, scoprendo il fondo dell’essere, toglie allora le basi stesse su cui poggia la sua esistenza, quell’infinito precipitare nel nulla è solo apparenza e doxa. Ma il baratro che si è aperto ai suoi piedi, quando ha creduto di aver visto il volto di Dio, è così profondo da dover essere ricomposto. Eppure il divenire diviene e la vita permane nell’attesa della morte. Anche la morte è illusione?

 

Dal Principio di Parmenide al Principio di Creazione

Il Principio tramite il quale Bontadini porta a conclusione la sua prova dell’esistenza di Dio è espresso nella formula: “l’Essere non può essere originariamente annullato”. Questa parola, “originariamente”, cela il grande pàthos filosofico dell’autore, trapela in essa la visione del fondamento disvelato, il “fondo dell’essere”, quel luogo in vista del quale “il moto dello spirito s’acquieta”. E’ dialettica, un movimento della coscienza mosso da un presentimento di eternità.

 

L’Essere non può essere originariamente annullato.

 

Infatti, l’essere che non può non essere, deve permanere ab aeterno, ma ciò che è da sempre e per sempre, necessariamente è l’origine, il fondamento. Nulla lo precorre, nulla gli è posteriore, non ha un prima o un poi, sovrasta l’intero, il tempo, ogni ente, fisso nella sua imperturbabilità. Se qualcosa è eterno non ha cause antecedenti, è ciò che è, l’Ens Causa Sui, Dio. Nulla di più meritevole di essere causa prima. L’essere è pienezza, non possiede privazione alcuna perché semplicemente è. E’ uno, perché due assoluti sarebbero il medesimo essere, è la verità più completa, perché non può essere mancante, è il bene assoluto, perché assomma in sé ogni positività. E’ evidente, esso è l’Originario.

Bontadini, aggiunge allora al Principio di Parmenide questo termine a ragione, comprendendo appieno che l’essere in quanto essere, può trovarsi soltanto nella posizione del Primum Movens. L’Originario dunque non subisce annullamento.

 

Il divenire è contraddittorio

Sebbene in Aristotele la temporalità sia sufficiente per ritenere che il divenire non è contraddittorio, i contrari infatti non si presentano contemporaneamente, ma in tempi differenti o sotto molteplici rispetti, Bontadini ritiene che considerando l’esperienza nella sua interezza, in essa siano presenti due elementi di contraddizione. Il primo è il divenire stesso che “consta di un prima e un poi, un poi che è sempre un prima e un prima che è sempre un poi”. L’ente diveniente si annulla contraddicendo il suo stesso porsi. L’altra contraddizione è relata alla coscienza, la quale afferma l’inesistenza di ciò che è contraddittorio. L’esperienza contrasta così col lògos, che nega la possibilità di tale contraddizione. Il rapporto tra l’attestazione della contraddizione del reale e la negazione della coscienza, comporta che la fermezza del principio di non contraddizione obblighi a concludere che il divenire non è l’essere originario.

Quindi, riducendo l’argomentazione in forma standard, la prova procede nel modo seguente:

1 L’Essere Originario non può essere annullato

2 Il divenire si annulla

3 Dunque il divenire non è l’Essere Originario.

La premessa maggiore è l’istanza della coscienza, la minore è l’istanza dell’esperienza.

 

Si contraddicono?

Per l’analisi dell’argomentazione bontadiniana userò la seguente notazione: userò – come “non”, => come “implica”, & come “e”, V come “o”. Ometterò il quantificatore universale che sarà denotato dalla variabile (x). La costante (a) rappresenterà come sempre un elemento singolo qualsiasi appartenente al dominio. Le costanti predicative sono espresse in linguaggio ordinario. A lato indicherò le regole di derivazione che giustificano la deduzione.

1 Originario(x)=> -Corruttibile(x)  premessa PdC

2 Divenire(x)=> Corruttibile(x)     premessa dell’esperienza

3             Divenire(a)                                         Assunzione

4                       Originario(a)& Divenire(a)    Assunzione

5                         -Corruttibile(a)                                  Elimina universale da 1 ed elimina & da 4 e modus ponens

6                         Corruttibile(a)                                   Elimina universale da 2 e modus ponens con 3

7            -(Originario(a)& Divenire(a))                       Inserisci negazione da 4 a 6

8            -Originario(a)V – Divenire(a)                        Teorema di De Morgan su 7

9             Divenire(a)                                                      Ripetizione dell’assunzione 3

10         -Originario(a)                                                 Teorema del sillogismo disgiuntivo da 8 a 9

11 Divenire(x)=>-Originario(x)                     Teorema di deduzione da 3 a 10 e inserisci universale da 1 a 11

E’ immediatamente evidente che la struttura della dimostrazione è più complessa di come appare nell’espressione sillogistica. Da tre passaggi siamo passati infatti a undici passaggi. Osservando la derivazione a partire dalla conclusione, un’implicazione materiale, si può notare che abbiamo dovuto assumerne l’antecedente (alla riga 3) per poterla affermare. Ma non è bastata una sola assunzione, siamo stati indotti dalle regole d’inferenza ad assumere un’altra situazione possibile, quella in cui qualcosa è originario e anche diveniente (alla riga 4).

Riformulati quindi tutti i passaggi della derivazione, si può notare che la contraddizione esprime il rapporto tra l’essere che è diveniente e l’essere che non è diveniente, senza obbligo nel giudicare il divenire contraddittorio in se stesso.

Dire che l’esperienza attesta effettivamente una contraddizione, che poi si ripropone a sua volta in contraddizione con il lògos, significa porre due volte il medesimo rapporto (è contraddittorio che il divenire sia contraddittorio, denota appunto che non è contraddittorio). Invece, l’enunciato “è contraddittorio considerare il divenire come originario”, (come alla riga 7) non pone alcuna dieresi in senso ontologico, non esprime cioè un divenire fatto di cose che si contraddicono ma sussiste soltanto come relazione tra enunciati che si contraddicono. Infatti, nell’espressione formalizzata tale asserto deve conseguire da una derivazione secondaria, ovvero consegue in un mondo possibile.

La contraddizione quindi appartiene al giudizio che giudica contraddittorio il divenire, appunto, quando ancora si sta interrogando sulla sua originarietà (riga 5 e 6). Nei termini esatti di Bontadini: “l’esistenza non esiste, questo lo scandalo del divenire”. Che è il punto di vista di chi attesta che il divenire potrebbe esprimere tutta l’esistenza o che, è lo stesso, assume il divenire come essere originario (ipotesi aggiunta, riga 4) per poi concludere con l’attestazione dell’impossibilità di tale assunzione. In sintesi, la contraddizione appartiene alla classe delle relazioni tra proposizioni, mentre l’insieme degli enti è l’interpretazione su cui le proposizioni affermano ciò che affermano ma il filosofo sovrappone le due classi. L’oggetto, considerato in sé contraddittorio, esprime da sé la sua stessa falsità. Non è lecito usare lo stesso enunciato per affermare qualcosa e simultaneamente la verità o la falsità dell’enunciato stesso. Ad esempio, se la classe delle proposizioni false, possiede come suoi elementi proposizioni che affermano di essere false, risultando queste vere, rendono indecidibile la loro appartenenza a quella stessa classe o alla classe complemento.

 

Il dominio

Il nostro dominio d’interpretazione è costituito dall’insieme di tutti gli enti possibili e dalle seguenti proprietà: “originario”, “corruttibile”, “diveniente”. Per questo dominio sono vere le seguenti proposizioni:

“L’essere originario non è corruttibile”.

“Il divenire è corruttibile”.

“Un ente qualsiasi è in divenire”.

“E’ falso che c’è un ente qualsiasi diveniente che è anche l’ente originario”.

“Se un ente qualsiasi è in divenire, allora non è originario”.

Si può notare così che l’insieme degli oggetti a cui la deduzione si riferisce, non possiede immediatamente caratteristiche metafisiche. La variabile, infatti, varia su oggetti qualsiasi tra i possibili. L’insieme degli oggetti corruttibili e quello degli oggetti divenienti, è non vuoto, mentre quello degli oggetti originari vorrebbe essere un teorema perché fonda sul Principio di Parmenide e quindi sul teorema di contraddizione.

Parmenide e Bontadini

Non è tuttavia plausibile affermare che la premessa maggiore sia incontrovertibile, anzi è necessario concedere, in base alla logica più’ rigorosa, che la premessa maggiore è la premessa debole della prova. Si intende invece, la questione del divenire, ovvero la premessa minore, un problema apparente connesso con il presupposto che l’esperienza provenga dal nulla per poi ricadere nel nulla. Su questo fronte l’analisi di struttura assevera la tesi di Severino espressa nel saggio Ritornare a Parmenide ma solo in quanto le entità come il nulla (e come vedremo anche l’essere), non trovano spazio tra le espressioni dotate di senso o ben formate. Il nulla infatti non è una proprietà e nemmeno un nome, ma la mera negazione di un quantificatore esistenziale, l’insieme vuoto.

Ora, o l’essere è o l’essere non è, se l’essere non è, allora è nulla, ma il nulla non esiste (oppure si può anche dire che l’essere è ciò che esiste) quindi se l’essere è, non può non essere.

Tuttavia bisogna notare appunto che “essere” è la stessa cosa di “esistere” (e “nulla” è la stessa cosa di “non esistere”) quindi quando si dice che l’essere non è, e come dire che l’essere che è, non è, producendo così un’apparente contraddizione e questo varrebbe per ogni essere. Data la sua logica non poteva quindi Parmenide concepire l’essere senza negare il divenire.

Invece, pur concedendo per ipotesi che sia lecito usare la copula come proprietà, allora:

1è(x) V -è(x)             Premessa

2      -è(a)                   Assunzione

3                è(a)          Assunzione

4                è(a)           Eliminazione di V e di ogni da 1

5      è(a) => è(a)        inserisci implica da 3 a 4

6     -è(a)                     Ripetizione di 2

7     -è(a)                     Modus Tollens da 5 a 6

Quindi, dal Teorema di Parmenide (riga 1) segue che “a” non è, (“a” nel sistema notazionale rappresenta un oggetto individuale qualsiasi, ad esempio Socrate). Non consegue come per Parmenide e i suoi seguaci che è , perché “a” non è sinonimo di “esistere” (come invece accade per la parola “essere”). Quindi il Principio di Parmenide, non si estende a tutti gli enti come afferma Severino. Il problema si riduce invece ad una questione puramente verbale come nel caso in cui Socrate, se si chiamasse di cognome Esiste, allora, alla sua morte ci troveremmo a dire che Socrate Esiste, ma dato che è morto, non esiste. Quindi ci contraddiremo (perché saremmo costretti a dire che Socrate Esiste non esiste) ma solo per motivi grammaticali, (infatti, scrivere il cognome con la lettera maiuscola ci indica la corretta interpretazione). Non è possibile quindi usare al posto di un nome o costante logica, la parola “essere”, e nemmeno al posto di una costante predicativa. Tuttavia, dato che l’essere e il nulla sono mutuamente esclusivi e il nulla non esiste (ma gli stessi ragionamenti di prima valgono per il nulla), anche Socrate, se è, dovrebbe continuare ad essere quando si dice che Socrate non è (è nulla). Questo fenomeno dipende appunto dall’uso scorretto della copula, che qui viene intesa come predicato. Un tal uso può portare ad affermare nelle inferenze enti irreali o il nulla, ma anche l’essere. L’essere parmenideo sembra, infatti, per il fenomeno suddetto, auto-affermarsi come esistente, quando invece l’esistenza dell’Immobile è proprio ciò che andrebbe dimostrato.

L’esistenza (o l’essere) è una proprietà del secondo livello, nel senso che ogni oggetto possiede delle proprietà (primo livello) ed esiste. Quindi, se Socrate è un uomo, quando si dice che non esiste Socrate, in accordo con il sistema di parafrasi offerto da Russell, la nostra affermazione equivale a “non esiste un x che è un uomo e x è Socrate”. A questo punto non si generano più equivoci, Da essa non si deduce che Socrate esiste quando non esiste. Quindi il Principio di Parmenide falla il suo obiettivo per due motivi. Il primo è appunto che l’Essere Assoluto è solo un’ipotesi, il secondo motivo, come provato, è che la sua assolutezza non vale per il divenire.

Nonostante ciò, ci troviamo di fronte a due importanti intuizioni, una di Parmenide e una di Bontadini che involontariamente corregge Parmenide, indebolendo tuttavia il suo Principio di Creazione.

Con Parmenide la filosofia raggiunge il suo vertice, perché fissa il senso dell’Assoluto ed esprime l’orizzonte intrascendibile della totalità: l’essere, il pensiero, il divenire, cioè l’intero di ciò che esiste o è pensabile. L’Eleate ci dice: affinché un principio possa dirsi “primo”, non deve dipendere da nulla, e da esso tutto deve dipendere (altrimenti non sarebbe più principio ma incominciamento o conseguenza). Le caratteristiche per pensare l’Assoluto sono date per la prima volta, nulla di ciò che è materiale, temporale, transeunte, può essere l’archè. Qualsiasi forma di privazione rimanderebbe ad una spiegazione antecedente. Il Principio di tutte le cose non possiede privazione alcuna, è in sé e per sé, sempre identico a se stesso.

Ma è Bontadini ad affermarne l’originarietà, fissando in tal modo la sintesi tra esperienza e coscienza, riducendo e distinguendo l’Assoluto dal divenire. Nell’esperienza, il divenire appare svuotarsi dell’esistenza, respingendo così l’istanza fondamentale del lògos: la compiutezza della verità. Niente, infatti, nel divenire sembra essere definitivo, certo, perfetto. L’esperienza è, per la coscienza filosofica, quel voler sussistere degli enti che non trova mai riposo. Desiderio mai pago, volontà che se fosse soddisfatta negherebbe se stessa. Il volgersi fuori da sé delle cose e dell’uomo, la costitutiva insoddisfazione dell’esserci, il nucleo motore del mondo: tutto è “fame” quindi scorre. “So che voglio e non ho cosa voglia” affermava Michelstaedter nell’opera La Persuasione e la Rettorica intendendo con ciò la cieca volontà inappagata di tutte le cose.

La contraddittorietà è nella Struttura Originaria del Sapere perché la verità richiesta, nel fondo della coscienza, quella verità che sta al di là dalle mode epistemologiche, sarà fornita solo da quel dato ontologico che potrà soddisfare tutte le forme di spiegazione. Con Aristotele potremmo affermare che deve esser fornita alla ragione la forma, la materia, il fine e la causa efficiente. Per ottenere l’assenso del lògos non basta una spiegazione materiale. L’esistere richiede spiegazioni morali, estetiche, religiose, antropologiche. Qualsiasi spiegazione inferiore ad una spiegazione metafisica quindi non è la Verità ma è una verità parziale che, in quanto tale, quando afferma la propria completezza, contraddice la ragione. Consiste in tale differenziale tra idea e cosalità lo iato tra la coscienza e l’esistenza che Bontadini, un metafisico radicato nel cuore della modernità, giudica contraddittorio. In altri termini, sarebbe un vero fraintendere la filosofia se si dovesse credere che l’uomo, da un principio primo, si aspettasse di sapere soltanto come funziona il divenire materiale delle cose. La vera contraddizione allora è solo nella ragione, che in un divenire inteso come il tutto dell’essere, trova le sue categorie estetiche e morali, vuote. E’ proprio Bontadini infatti il filosofo che concepisce l’essere dell’esperienza come “l’essere di fronte al quale la coscienza filosofica si domanda – se lo domandava in fondo già con Talete – se esso sia anche quello in cui il sapere debba acquietarsi, e cioè sia l’assoluto o il fondo dell’essere”. Ma come potrebbe il sapere acquietarsi se il principio fosse una cosa particolare? Wittgenstein, antimetafisico, afferma in chiusura del Tractatus: “Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure toccati”.

L’originario quindi è per Bontadini quell’essere o quella conoscenza, da cui proviene una spiegazione totale, la Verità, quella verità di cui Platone asseriva “non si confuta mai!”.

 

Valido e Sound

La validità della prova bontadiniana è, come abbiamo dimostrato, fuori discussione, la critica che mette in questione la coerenza non trova appoggio alcuno nella logica. La conclusione consegue dalle premesse senza difficoltà di sorta, senza alcun uso della dialettica o del bontadiniano “uso sintetico/dialettico del principio di non contraddizione”. Il principio in argomento è una tautologia derivata dagli assiomi e la prova procede in forza di quegli assiomi, mostrando con evidenza incontrovertibile la relazione tra le premesse e la conclusione. La riduzione nella notazione standard della logica dei predicati, non lascia adito a dubbi. L’assunzione del concetto di “originario” elimina ogni difficoltà di natura semantica generata dall’uso del termine “essere”. L’operazione bontadiniana permette quindi di stabilire uno schema valido di derivazione logica, offrendo una via elegante ed evidente, in uno stile tradizionale, classico (non logico-formale) alla trascendenza.

L’analisi ha messo invece in rilievo come la prova non sia sound. Si intende, in altre parole, che l’argomentazione pur essendo coerente e quindi costituendo un mondo possibile, non è allo stesso tempo adeguata o vera, perchè la premessa maggiore, che sembrava fondare su di un teorema, fonda invece, come abbiamo visto, sull’ipotesi falsificata dall’esperienza che l’essere debba essere incorruttibile. Infatti l’unico essere che noi conosciamo, è quello del divenire, che ci appare corruttibile.

Il dato unico della prova quindi è la premessa minore, perché deriva dall’esperienza.  L’adeguatezza della dimostrazione viene così a dipendere precisamente dal Principio di Creazione. Dobbiamo ammetterlo o rigettarlo? La risposta dipende dalle caratteristiche che crediamo debba avere un principio che sia veramente originario. Le considerazioni precedenti lasciano qualche spazio per accettare il Principio di Creazione, tuttavia qualcuno potrebbe credere che altre possano essere le caratteristiche dell’archè. E’ certamente coerente tuttavia, se concediamo che L’Originario non è corruttibile. Il perno della questione diventa provare l’incorruttibilità dell’origine. Ciononostante, nessuna evidenza sembra esistere contro l’enunciato che “l’origine non ha antecedenti, quindi è causa sui, perciò dato che ha in sé la propria ragione, non si corrompe”. Dicevamo infatti con Parmenide che affinché un principio possa dirsi “primo”, non deve dipendere da nulla, e da esso tutto deve dipendere. Vale inoltre lo stesso discorso riguardo alla completa esplicabilità del mondo tramite il principio. Si può dunque accettare il Principio di Creazione, che non è privo di forza argomentativa, e concludere che il divenire non è l’Originario. L’accettazione del principio rimane tuttavia vincolata ad una dimensione ipotetica del modo di concepire l’origine, ed è adeguata per lo più’ in un sistema linguistico specifico. All’interno della Filosofia dell’Essere l’uso del termine “essere” potrebbe essere considerato definito, atto a distinguere tra ciò che esiste e ciò che non esiste, e nel suo senso assoluto rappresentare l’archè: un ente originario, la cui esistenza è identica alla sua essenza e i cui predicati corrispondono all’essenza stessa (trascendentali). Quindi, in base a queste considerazioni, intendendo con il Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche che il significato dipende dall’uso del linguaggio in un determinato contesto, l’essere parmenideo è accettabile, ma è anche un postulato. In altri termini, la considerazione che il divenire è circolare, oppure un sistema infinito di cause, indebolirebbe la premessa maggiore.

In seguito a tutta la serie di studi bontadiniani sul gnoseologismo moderno, cade invece facilmente la critica kantiana di matrice fenomenistica, secondo la quale non è possibile inferire o conoscere l’essere. Lo scopo che si è prefisso Bontadini negli studi citati, è appunto quello di riaprire lo spazio alle considerazioni metafisiche.

In ogni caso, la prova bontadiniana è una vera sfida filosofica ad ammettere che il nostro mondo, quello dell’esperienza, possa essere il tutto e l’intelligibile. Siamo veramente disposti a credere che tutte le risposte possano provenire dal mondo diveniente? Cosa risponderemmo a Wittgenstein rispetto all’affermazione citata in precedenza?

 

Critiche e fraintendimenti

Secondo Severino se la contraddizione del divenire si risolve nel suo Fondamento originario, allora il divenire non dovrà più essere letto come contraddittorio, ma come apparente. Ora, nel saggio del 1964 Ritornare a Parmenide l’autore afferma che Bontadini, ammettendo la premessa minore, inconsapevolmente si contraddice, perché ammette la contraddittorietà dell’essere del divenire, ossia la contraddittorietà dell’essere stesso e poi la nega. Se così fosse, la prova bontadiniana sarebbe logicamente invalida. Tutta la filosofia occidentale, secondo Severino, cercando di risolvere il divenire nell’Assoluto, in actu exercito ha ammesso che l’essere è nulla. Infatti, se il divenire è contraddittorio, allora se esiste l’Assoluto non è più’ contraddittorio. Quindi il divenire è contraddittorio e non contraddittorio.  Da ciò deriva appunto, che risolvendo la contraddizione del divenire, questa risulta apparente, oppure come afferma Piero Faggiotto, “se il divenire in quanto divenire è realmente contraddittorio, non ci sarà alcuna possibilità di conciliare questa contraddizione.”

La critica nei confronti di Bontadini viene espressa da Severino considerando il Principio di Creazione nella seguente dizione: “L’essere non può essere originariamente delimitato dal non essere”. Lo stesso principio viene enunciato in modi differenti da Bontadini, noi abbiamo scelto la dizione espressa nel saggio Per una teoria del fondamento: “L’essere non può essere originariamente annullato”. Tuttavia, nella nostra analisi, formulata nella notazione della logica dei predicati, al fine di garantire un sicuro senso logico alla proposta bontadiniana, i termini “essere” e “nulla”, in quanto appunto non sono proprietà di oggetti, sono stati evitati, e la prova si è dimostrata valida. Gli oggetti sono qui considerati divenienti e processuali, anche se giustamente non abbiamo esperienza del loro annullamento. “Diviene(x,y)” oppure “essere_ in_divenire(x)” sono formule ben formate della logica dei predicati, indifferentemente da come consideriamo il divenire. La frase, “il divenire è contraddittorio”, non è logicamente ben formata. La contraddizione non è una proprietà ma una funzione di funzioni. Socrate è contraddittorio è una frase senza significato.

Abbiamo rilevato come secondo Aristotele, il divenire non fosse contraddittorio (perciò non si contraddiceva come invece afferma Severino riferendosi a tutti i filosofi dopo Parmenide) e tuttavia lo Stagirita sentiva la necessità di provare l’esistenza di un Motore Immobile. E’ vero che si potrebbe affermare che Aristotele si contraddiceva in actu exercito, perché considerava il divenire atto e potenza, che se li pensassimo retrocedere all’infinito nella serie della cause, cadremmo (secondo lui) in contraddizione. Ma questo significa solo che risulterebbe contraddittorio considerare originario il divenire.

Cosa ben più importante è che il termine “contraddizione” esercita il suo influsso su tutta l’argomentazione severiniana e anche bontadiniana. Infatti, frasi come “il divenire è contraddittorio”, come accennato, sono fortemente ambigue. E’ contraddittorio considerare il divenire come un rapporto tra essere e nulla, e qui va bene ciò che afferma Severino, ma considerare il divenire l’Assoluto è ciò contro cui Bontadini, insieme a tutti i filosofi dopo Parmenide, ha reagito. Il brutto circolo vizioso, generato dal rapportare il divenire contraddittorio (come sua proprietà) negato dal principio di non contraddizione che giudica impossibile questa contraddittorietà e che quindi la elimina negando l’ipotesi iniziale, è diventato occasione di una speculazione fuorviante rispetto al Principio di Creazione.

 

Il paradosso della Struttura Originaria

Ripensando quindi al rapporto intenzionale tra il principio di non contraddizione e l’esperienza, inteso da Bontadini come Struttura Originaria del Sapere, possiamo rilevare allora la presenza del paradosso che ha contraddistinto la disputa sul Principio di Creazione. Abbiamo già notato, e hanno notato i critici, che la prova bontadiniana entra in crisi a causa dell’ineliminabilità della contraddizione del divenire, oppure dalla sua virtualità o apparenza. Le aporie avvengono perché è chiaro che il divenire non si toglie, quindi non si toglie nemmeno la contraddizione. Inoltre, siccome la legge di contraddizione è una tautologia non può essere falsificata dall’esperienza, perciò Bontadini è costretto ad affermare che qui si crea un’ulteriore dieresi, quella tra ragione ed esperienza sensibile. Tenta allora di dare fondazione rigorosa alla dialettica dicendo che proprio questo scontro tra esperienza e legge di contraddizione fonda la sintesi, che ora dovrebbe scattare, ma questo non avverrà mai perché l’idea si rivelerà paradossale.

Il lògos afferma che l’esperienza è contraddittoria, ma reificando la contraddizione nell’intenderla come proprietà degli enti, questa rimane e si deve intendere, restando in linea con Bontadini, che qualcosa d’altro dal divenire la fonda e la toglie, ma se la toglie, allora il divenire non è contraddittorio. Ora, la contraddizione si elimina solo affermando che il divenire non è l’Originario. Ma se questa affermazione non è ammessa proprio perché costringe a concedere che il divenire non è contraddittorio (dopo aver detto che lo è), allora non è ammesso che il divenire sia non contraddittorio, consegue nuovamente che il divenire è contraddittorio.

In sintesi se l’esperienza è contraddittoria, allora non è contraddittoria e se non è contraddittoria, allora è contraddittoria.

Con questa chiarificazione si vuol significare che Bontadini ovviamente intendesse nel paradosso qualcosa di differente dal paradosso stesso. Infatti nella stesura originale della prova, l’autore ci dice che l’uso sintetico del principio di non contraddizione produce la sintesi che risolve la contraddizione del divenire. La convinzione bontadiniana era che la sua prova fosse di natura dialettica. Ora, egli intendeva la dialettica come “la conciliazione di un’antifasi”. Quindi la considerava nel senso idealista, un processo in cui gli elementi in opposizione “dileguano” nella conclusione. La regola vorrebbe perciò che, una volta recuperata la sintesi, in essa permangano “dileguantesi” gli opposti come parte del processo dell’intero. Sarebbe certamente corretto rilevare che la sintesi altro non è che la normale conclusione di una derivazione del prim’ordine e mostrare che non serve alcuna dialettica. Sarebbe corretto dire anche che tale conclusione, in quanto è l’insieme congiunto delle premesse, è essa stessa la sintesi che si cercava. Tuttavia la dimenticanza, che spesso è stata motivo della critica all’argomento bontadiniano, è proprio nei confronti di questo intento dialettico. Una critica che potrebbe ben essere imputata a tutti i dialettici della storia, primo fra tutti Hegel.

 

L’intendimento ontologico e cosmologico

Bontadini ritiene rigoroso un procedimento filosofico che porta alla trascendenza, ma solo quando risulta dall’intero processo di analisi dell’esperienza, epurata da presupposti dogmatici e fenomenistici. In altri termini, elabora un suo concetto di esperienza contrapposto a quello kantiano che viene inteso da Bontadini come “costruzione del soggetto” e contrapposto anche a quello della filosofia moderna pre-kantiana che l’autore intende come “recettività dell’oggetto da parte del soggetto”. Accetta invece il concetto di esperienza di matrice idealista-immanentista concependolo come “presenza di un oggetto rispetto ad un soggetto”. Nega l’idea della filosofia moderna di un soggetto “chiuso nelle sue rappresentazioni” (fenomenismo/gnoseologismo) e considera dogmatica la posizione dell’Io trascendentale nell’idealismo. In tal modo si riporta alle ragioni del realismo ripristinando quel rapporto tra soggetto e oggetto che giustifica la conoscenza effettiva della realtà da parte del soggetto (rapporto questo negato dal fenomenismo) e che giustifica l’indipendenza della realtà rispetto al soggetto (negata dall’idealismo) affermando quindi la possibilità di conoscere l’essere e di poter inferire l’Essere trascendente partendo dalla conoscenza dell’esperienza.

E’ evidente quindi l’intendimento cosmologico, la premessa minore non lascia adito a dubbi, è una metafisica dell’esperienza quella che Bontadini mira a consegnare alla contemporaneità scettica, empirista e scientista. Il punto di partenza infatti è l’Unità dell’Esperienza, il rapporto intenzionale semplice tra coscienza e presenza immediata, concetto che deriva come accennato dalla complessa elaborazione storico-critica del gnoseologismo moderno e dalla sua risoluzione nell’immanentismo idealista che recupera la formula dell’intentio medievale, restituendo così alla storia un principio essenziale per la metafisica classica. La via dell’esistenza di Dio quindi è un processo ascensionale, un trascendimento dell’immediato, come nella migliore tradizione Scolastica. Eppure, se consideriamo bene la premessa maggiore, “l’essere non può essere originariamente delimitato dal non essere”, sapendo che deriva dal Principio di Parmenide, notiamo che quest’essere eterno, immobile, assoluto, è in estrema sintesi la somma perfezione, id quo maius cogitari nequit (ciò di cui non si può pensare niente di maggiore). Se si confronta il divenire con il citato principio anselmiano, il divenire stesso risulta non essere originario. In base alle considerazioni precedenti, la prova dipende da come viene fondato l’asserto iniziale. Il fondamento parmenideo assomma in sé ogni perfezione rappresentando un insieme di entità prive di gradazioni, dei puri positivi o perfettivi. L’insieme dei perfettivi, secondo Gödel, è compatibile, costituisce un insieme massimale consistente. Un insieme P si definisce consistente quando per nessuna formula A di P deriva A e non A. Si definisce invece massimale e consistente l’insieme P in cui una formula qualsiasi A o è un membro di P oppure da A deriva B e da A deriva non B.

In esso nessuna formula può essere aggiunta senza inconsistenza, possiede cioè tutte le formule che può contenere.

L’autore della “prova matematica” dell’esistenza di Dio fissa infatti nella prima parte della prova cinque condizioni per dimostrare che l’essere è massimale, consistente e quindi possibile e definisce Dio come G(x)=(ϕ)[P(ϕ)=>ϕ(x)], (Dio è l’insieme dei perfettivi).

1 L’intersezione di perfettivi è un perfettivo.

2 Data una proprietà non vuota, essa o la complementare, è un perfettivo.

3 Se qualche proprietà è un perfettivo, lo è necessariamente.

4 L’esistenza necessaria è un perfettivo.

5 Tutto ciò che deriva da un perfettivo è un perfettivo.

Consegue dalla definizione data che in un insieme massimale e consistente esattamente una formula tra A e non A appartiene all’insieme. Ed è proprio ciò che enuncia l’assioma numero due della prova ontologica. Inoltre, si evince che qualsiasi formula implicata dall’insieme in argomento, sarà essa stessa parte dell’insieme, come afferma l’assioma cinque.

Il sistema dei perfettivi fissa la possibilità dell’esistenza di Dio, ma allo stesso tempo formalizza l’idea dell’essere parmenideo. La prova della consistenza dell’insieme dei perfettivi, che è la base dell’intera dimostrazione, comporta l’effettiva possibilità dell’insieme, in questo senso esso è come per S. Anselmo un pensato, ma Gödel non afferma che dal fatto di essere pensato come il massimo pensabile Dio è direttamente esistente. Ciò che afferma invece è che i perfettivi non hanno gradazioni, sono pure perfezioni, proprietà assolutamente positive la cui intersezione è essa stessa un perfettivo. Questa istanza è perfettamente conforme con l’istanza parmenidea dell’essere in cui non ci sono differenze e gradazioni pena la contraddittorietà dello stesso. Inteso così l’Assoluto è ancora solo ipotetico, ma in quanto certamente consistente è anche definito. Quindi dato che è consistente, allora è possibile un ente con queste caratteristiche, distinto da altri enti, e questo ente può essere per definizione solo Dio. In tal modo Gödel riporta alla luce quel concetto antico che ha visto scorrere tutta la storia del pensiero.

Tornando alla prova bontadiniana, essa può supporre quindi questa prima parte della prova ontologica di Gödel, e in essa può trovare notevole supporto. Infatti, se l’Originario non avesse la massima perfezione (se non fosse l’insieme dei perfettivi), sarebbe affetto da mancanza, quindi sarebbe affetto dal nulla o da inconsistenza, come per Parmenide. L’Essere Assoluto quindi è possibile perché l’insieme dei perfettivi è consistente; Dio è per definizione la sola cosa che può essere pensata come l’insieme di tutti i perfettivi, il concetto espresso da Gödel esclude inoltre che qualcosa di differente da Dio sia caratterizzato come Dio, opera quindi nello stesso modo in cui opera il concetto di “originario” nel Principio di Creazione. Il Principio di Creazione può quindi essere derivato dall’idea espressa da Gödel, la quale ben rappresenta l’essere parmenideo ma ridotto della sua portata di annullamento del divenire. Solo l’Essere Originario infatti possiede tutti e soli i perfettivi.

Perciò se Dio è l’Essere Originario, allora la prova bontadiniana suona così:

 

Se qualcosa è l’Essere Originario, allora possiede tutti e soli i perfettivi.

L’essere del divenire non possiede tutti e soli i perfettivi.

L’essere del divenire non è l’Essere Originario.

 

Da questo punto di vista decade anche il problema del divenire come un passaggio dall’essere al nulla. E’ sufficiente rilevare che, per quanto il divenire possa essere positivo, le proprietà che esprime non sono perfettivi o non sono “tutte e sole” le proprietà positive. Deriva quindi, tornando ai termini della Neoscolastica, che solo l’Assoluto è Assoluto.

 

Sintesi

Abbiamo iniziato presentando la tesi di Parmenide così come è stata intesa dalla tradizione, poi abbiamo visto come da essa Bontadini ha derivato il concetto di Essere Originario istituendo il Principio di Creazione, la premessa maggiore della sua prova dell’esistenza di Dio. L’essere parmenideo è eterno, non può essere posteriore a nulla, quindi è l’Originario. Bontadini considera il divenire contraddittorio, ma tale affermazione si rivelerà produttrice del paradosso che renderà dilemmatica la prova bontadiniana agli occhi della critica ufficiale che oscillerà tra i due poli del paradosso stesso. La derivazione appare tuttavia coerente se ridotta alla forma standard della logica dei predicati, ma l’analisi ci mostra anche che l’essere parmenideo fonda la sua esistenza e assolutezza sulla semantica del linguaggio naturale e non sulla legge di contraddizione. Il Principio di Parmenide si presenta quindi all’analisi come un’ipotesi contraddetta dall’esperienza, quindi il Principio di Creazione perde la sua forza probatoria.

Tuttavia, sebbene la prova fornita da Bontadini sia cosmologica, essendo il teorema parmenideo logicamente ridotto dall’analisi a mera ipotesi, cioè ad un pensiero, viene a coincidere con le prove ontologiche, che partono appunto dal pensiero della massima perfezione. Se quindi si riuscisse a provare la mera possibilità di un oggetto che è la massima perfezione, si avrebbe una definizione del bontadiniano Essere Originario, distinto per sua natura dall’essere del divenire. Ma questa definizione esiste ed è espressa dalla prima parte della prova matematica dell’esistenza di Dio di  Gödel. Le intuizioni bontadiniane trovano quindi fondata giustificazione relativamente ai parametri logico-filosofici scelti.


 

Bibliografia

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G. Bontadini, Per una teoria del fondamento,in “Sapienza”, XXV (1972), pp. 333-355

G.Bontadini, Per la rigorizzazione della teologia razionale, in “Filosofia e vita”,X (1969), pp. 3-37.

G.Bontadini, Sozein ta fainomena, in Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, LVI, (1964), pp. 439-468.

E.Severino, Ritornare a Parmenide, in Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, LVI, (1964), pp. 137-175.

P. Faggiotto, Osservazioni sulla metafisica dell’esperienza di G.B., in “G. crit. filos. it.” 1952, pp. 507-521

K. Gödel, La prova matematica dell’esistenza di Dio. A cura di: Gabriele Lolli, Piergiorgio Odifreddi,  Torino, 2006.

G.Hunter, Metalogic, An Introduction to the Metatheory of Standard First Order Logic, Londra, 1996 .


Massimo Fabi

Nato a Trieste nel 1968, mi sono laureato nel 1999 presso l’Università degli Studi di Trieste in Scienze dell’Educazione seguendo l’indirizzo per Esperti nei Processi Formativi. Ho scritto una tesi in Storia della Filosofia dal titolo Bontadini e il Dialogo con L’Idealismo incentrata sugli studi bontadiniani del gnoseologismo moderno e sull’intenzionalità del pensiero. Negli anni successivi, dopo aver seguito un master in Formazione dei Formatori e un corso di perfezionamento in Terapia della Famiglia, mi sono iscritto all’albo dell’Associazione Nazionale dei Pedagogisti (ANPE). Sono un Pedagogista, ma gli interessi per la logica e la filosofia della scienza, sviluppati all’università durante un tirocinio del prof. Alessandro Cortese in Scrittura Filosofica, mi hanno seguito portandomi tutt’oggi a concentrarmi sulle problematiche relative all’analisi del linguaggio, alla coscienza critica, all’epistemologia e agli aspetti fondazionali e metodologici delle scienze umane.

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