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5 Giudizi a priori, puri e a posteriori – una rassegna essenziale

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I predicati dei giudizi che abbiamo visto sono i due più fondamentali: giudizi analitici e giudizi sintetici. Queste due tipologie[1] di giudizio sono generali e riguardano la loro definizione puramente linguistica, cioè che non considera il ruolo dell’esperienza in essa. Tuttavia, Kant distingue altre tre categorie che si applicano propriamente ai giudizi: x a priori, x a posteriori e x puro. Da qui si hanno altre tipologie di giudizio ottenute per combinazione ma intanto cerchiamo di capire cosa significano queste parti.

Partiamo dal più facile da capire: i giudizi a posteriori sono tutti quelli il cui predicato è dato dall’esperienza. ‘A posteriori’ sta ad indicare che esso è successivo all’esperienza. ‘Giovanni è scapolo’ è un giudizio a posteriori perché non si sa in anticipo se Giovanni sia sposato o meno. E quindi sembrerebbe che tutti i giudizi sintetici siano a posteriori. Questo sarebbe corretto se non fosse che noi possiamo ottenere giudizi sintetici, ovvero informativi, anche in altro modo che non soltanto sulla base dell’immediato dato di esperienza. Facciamo un esempio per capirci.

Se penso al principio di gravità, che è fondato sull’esperienza, se so che esistono pianeti in altre galassie (altro dato di esperienza) posso arrivare a pensare che ‘Un pianeta è attratto alla sua stella dall’altra parte del sistema solare’. Questo giudizio è basato sull’esperienza: la definizione di pianeta, la conoscenza della gravità e l’esistenza di altre galassie sono tutte conoscenze ottenute per esperienza e non potrebbe essere altrimenti. Ma abbiamo appena postulato qualcosa che non abbiamo esperito direttamente! Non solo non abbiamo (ancora) esperienza diretta di quel pianeta, ma è verosimile che non l’avremo mai e quindi questo significa che non possiamo formulare questo giudizio a posteriori. E quindi potrebbe essere un giudizio analitico? Non è possibile perché non c’è nel concetto di pianeta l’essere gravitazionalmente legato ad una stella: lo sappiamo solo per via di dati di esperienza. Quindi, questo giudizio è sintetico perché amplia la quantità di informazione delle nostre credenze (eccome!) ma non è a posteriori, perché non è successivo all’esperienza di esso proprio perché noi non abbiamo esperienza diretta di esso, sebbene sia esso interamente fondato sull’esperienza… a priori! Questo è un esempio di giudizio sintetico a priori. Per porre un punto che stupirà il lettore: tutti i giudizi matematici sono giudizi sintetici a priori, secondo Kant. Sono sintetici perché aggiungono informazione e sono a priori perché non sono proposizioni empiriche:

I giudizi della matematica sono tutti sintetici. Questa proposizione (…) pare sia finora sfuggita alla considerazione di quanto hanno analizzato l’umana ragione, anzi sembra contrapporsi del tutto alle loro congetture. Infatti, poiché si risocontrò che i ragionamenti dei matematici procedono tutti secondo il principio di contraddizione (…), si credette che anche i principi fossero conosciuti in virtù del principio di contraddizione; si trattava però di un errore, perché una proposizione sintetica può certamente esser conosciuta secondo il principio di contraddizione, ma solo se si presuppone un’altra proposizione sintetica, da cui possa esser ricavata; non mai, dunque, in se stessa. Occorre prima di tutto tener presente che le autentiche proposizioni matematiche sono sempre giudizi a priori, e non empirici, in quanto portano con sé quella necessità che non può mai esser tratta dall’esperienza.[2]

E dopo aver trattato della matematica e della geometria, entrambe fondate su giudizi sintetici a priori, così si esprime Kant sulla fisica, infatti:

La fisica include in sé, in qualità di principi, giudizi sintetici a priori. Addurrò, quali esempi, soltanto due proposizioni, come quella che in tutti i cambiamenti del mondo corporeo la quantità di materia resta invariata; oppure l’altra, che in ogni comunicazione di movimento, azione e reazione sono sempre in rapporto di eguaglianza. Per tutte e due le proposizioni, infatti, non solo è chiara la necessità e quindi la loro origine a priori, ma è anche chiara la loro natura di proposizioni sintetiche. Infatti, nel concetto di materia io non penso la permanenza, ma la sua semplice presenza nello spazio, in quanto lo riempie. Oltrepasso quindi senza dubbio il concetto di materia, per includervi col pensiero qualcosa a priori che non pensavo in esso. Dunque la proposizione non è analitica, ma sintetica, e tuttavia è pensata a priori; lo stesso vale per le altre proposizioni della parte pura della fisica.[3]

Un passaggio fondamentale, ancorché un po’ difficile, ma abbastanza chiaro. I principi della fisica devono essere giudizi sintetici perché appunto aggiungono informazione: passano il test brillantemente. Che essi siano anche a priori è meno intuitivo ma è chiaro dal fatto che, appunto, la loro generalità è tale che non può dipendere da un’esperienza particolare immediata, ma appunto da una analisi da essa in parte indipendente. Da tutto questo dovrebbe essere ora chiaro che i giudizi analitici sono, invece, tutti a priori perché non dipendono dall’esperienza in quanto tale ma dalla forma del giudizio. Infatti, bisogna sempre tener distinto il piano linguistico da quello, per così dire, complessivamente epistemico, che riguarda anche ciò che fonda il linguaggio. Quindi, il giudizio analitico è a priori perché non dipende dall’esperienza nella sua formulazione, non ché esso necessariamente trascuri l’esperienza. Ovvero questo ci conduce all’ultimo possibile giudizio, il giudizio puro: “Chiamo pure (in senso trascendentale) tutte le rappresentazioni in cui nulla è riscontrabile che appartenga all’esperienza”.[4] Se già dal titolo dell’opera si trova questa parola (puro) si intende che sia qualcosa di davvero importante. La questione, infatti, è se sia possibile una qualche forma di conoscenza “pura” che, sia ben chiaro, significa che essa è assolutamente indipendente da ogni forma di esperienza. Quindi non solo essa è a priori, perché infatti non dipende direttamente dall’esperienza (quindi non è a posteriori), ma è pura nel senso che è assolutamente al di là di ogni possibile esperienza. Questo è quello che Kant chiama appunto “problema generale della ragion pura” (p. 86) al quale dedica un intero importante paragrafo nell’introduzione: “Il vero e proprio problema della ragion pura è pertanto contenuto nella domanda: come sono possibili giudizi sintetici a priori. (…) Nella soluzione del suddetto problema è racchiusa senz’altro la possibilità dell’uso puro della ragion nel fondare e nell’edificare tutte le scienze che contengono una conoscenza teoretica a priori di oggetti (…) Dunque, anche per essa [la metafisica] vale la questione: come è possibile la metafisica in quanto disposizione naturale? Ossia: come scaturiscono dalla natura della ragione umana universale i problemi che la ragion pura affronta e a rispondere ai quali, meglio che può, essa è sospinta da un proprio bisogno?”[5] E quindi, la portata del problema assume la sua rilevanza e diventa una questione vitale, almeno per un filosofo come Kant. Ma prima di procedere oltre, vale la pena di capire come Kant avrebbe potuto affrontare il problema dell’analisi, paradosso divenuto celebre agli albori della filosofia analitica da Frege e Russell.


[1] Cerco di non usare mai la parola ‘categoria’ che in Kant ha un uso tecnico che vorremmo preservare per evitare confusioni per quanto possibile.

[2] Ivi., Cit., p. 84.

[3] Ivi., Cit., pp. 85-86.

[4] Ivi., Cit., p. 98.

[5] Ivi., Cit., pp. 86-88.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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