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Descrizione e norma in filosofia: una questione centrale in etica ed in epistemologia

Prendiamo due questioni apparentemente diverse ma entrambe accomunate dalla tecnologia filosofica utilizzata per risolverle: cosa è giusto?; cosa è la conoscenza? Per rispondere alla domanda “cosa è giusto” entriamo all’interno del discorso metaetico, vale a dire una disquisizione intorno a ciò che si può considerare giusto oppure no, vale a dire stabilire quale sia il significato, se c’è, di enunciati contenenti termini morali come “giusto”, “sbagliato”, “buono”, “cattivo”, “virtuoso” etc.. Mentre, per rispondere alla domanda “cosa è la conoscenza” ci addentriamo nel discorso epistemologico. Etica ed epistemologia sono due campi della filosofia che, fin dal principio, hanno visto dei tentativi opposti di soluzione.

Un modo per affrontare il problema della conoscenza o della giustizia può essere domandarsi quale sia una definizione adeguata di “conoscenza” e “giustizia” che possano essere valide per tutti i casi in cui formuliamo giudizi con essi. I giudizi morali, in generale, contengono dei termini che non hanno un significato da un punto di vista puramente fattuale, il problema è stabilire se essi abbiano un significato universale oppure no e, in generale, se essi abbiano un significato. Allo stesso modo, ci si può domandare se esista una definizione di “conoscenza” che racchiuda ogni possibile caso in cui tale parola è utilizzata in modo adeguato: una definizione di tal genere deve riguardare tutti e soli i casi in cui un soggetto perviene ad una conoscenza effettiva ed adeguata del suo oggetto. Questo modo di procedere è molto ragionevole ed intuitivo giacché si pone come problema non considerare ogni singolo caso che, generalmente, richiederebbe un tempo assai lungo e di cui è discutibile il risultato ma ragionare in termini astratti sul problema. Ci spostiamo dal dato di fatto per cercare una qualifica per il dato di fatto. Un esempio chiarificatore, anche se non preso né dall’etica né dall’epistemologia, è l’insiemistica: per definire un insieme si può procedere in due modi (1) elencare tutti e i soli elementi di un insieme, (2) definire il criterio di appartenenza dell’insieme stesso. Ciascun metodo porta a risultati equivalenti, se parliamo di insiemistica. Tuttavia, il modo di procedere è abbastanza diverso e sarà chiaro se facciamo un altro esempio: prendiamo l’insieme dei corvi e diciamo che “tutti i corvi sono neri”. La frase universale “tutti i corvi sono neri” può essere concepita ed affermata attraverso i due procedimenti diversi: abbiamo visto tutti i corvi (tutti quelli passati e presenti) e abbiamo visto che ogni elemento dell’insieme dei corvi ha la proprietà “esser nero” quindi abbiamo formulato ogni proposizione singolare “il corvo 1 è nero”, “il corvo 2 è nero” e abbiamo asserito “il corvo n è nero” e, in fine, per induzione “tutti i corvi sono neri”. In poche parole abbiamo osservato ciascun elemento dell’insieme dei corvi e li abbiamo raggruppati sotto una caratteristica universale (in questo caso “esser nero”). Ma avremmo potuto procedere anche in modo diverso e, in qualche modo contrario: invece che basarci su dati empirici, avremmo potuto stabilire a priori che “ciascun elemento dell’insieme dei corvi è nero e che tutto ciò che non è nero non è un corvo”, in poche parole, abbiamo qualificato un insieme dei fatti. Una qualifica è l’asserzione di una regolarità che non segue da una sequenzialità immanente ai fatti ma da una definizione che ci serve per discriminare i fatti, cioè da una norma. Si può osservare che nel caso dei corvi il problema è solo ed esclusivamente empirico, ammesso e non concesso che sia cosi, l’esempio è molto utile per capire, traslando, quale sia la differenza di approccio in etica, in epistemologia e, pure, in metafisica: è lecito considerare ciò che esiste (l’ente) come ciò che la fisica dice ci sia (ricordandoci che la fisica non è lo studio dell’essere ma delle leggi e relazioni che sussistono tra fatti) oppure no?

Dunque, la questione è centrale sia in etica che in epistemologia e da come si sceglie di procedere si assumono dei principi assai diversi: se assumiamo che in etica il livello a priori e normativo non conti, allora significa che le parole “giusto” e “sbagliato” abbiano un valore puramente empirico e il loro significato attesta un particolare dato di fatto. Le regole morali, poi, non sono altro che le relazioni e leggi che effettivamente regolano i comportamenti umani, al pari delle leggi fisiche: il problema non è stabilire come dovremmo agire ma come effettivamente agiamo. La storia, l’antropologia, la psicologia (oggi le varie scienze cognitive) sono le scienze adeguate per conoscere effettivamente i dati di fatto che attengono alla morale e, in generale, ad ogni comportamento umano. L’etica si scioglie in sociologia e psicologia nelle loro varie forme.

La difesa di un’etica descrittiva è antica quanto solida e risale ad Aristippo, allievo di Socrate e, soprattutto, ad Epicuro che ne assunse e giustificò in termini razionali il problema. Husserl sostiene che l’etica descrittiva trovi il suo primo apparire nell’edonismo antico e non a torto giacché tale concezione etica si fonda sull’idea che “tutti gli uomini tendono al piacere e rifuggono il dolore” (in realtà due principi di natura diversa). Tale principio è di natura descrittiva giacché esso asserisce una “tendenza naturale” e non una legge morale valida a priori, cioè indipendentemente da ciò che effettivamente accade. Il punto è che gli uomini tendono ad assumere come “vero”, “utile”, “giusto” e “bello” (quattro qualità essenzialmente diverse ma pensate in modo molto confuso) ciò che effettivamente è considerato come “vero”, “utile”, “giusto” e “bello”. Il vero diventa, spesso, ciò che si crede pensi la maggioranza (ma, d’altra parte, ben difficilmente si arriva a sapere ciò che pensa la maggioranza). Il “giusto” diventa ciò che fanno i più (più che altro ciò che si crede acriticamente che facciano i più) e lo stesso discorso vale per il bello: in poche parole, si tende ad assumere una regola descrittiva (ammesso anche che sia esatta) come una regola prescrittiva. In realtà, va da sé che questo modo di procedere non sia sempre il migliore giacché si scambia la qualifica con il dato di fatto e ciò che accade con ciò che dovrebbe accadere: non è detto che la qualifica debba seguire ai dati di fatto. Non si può essere convinti che, ad esempio, l’istituzione scolastica italiana, minore e superiore, sia giusta (cioè ben organizzata) per la sola ragione che se così vanno le cose allora automaticamente è giusto che vadano così. Allo stesso modo, non si può qualificare una torta sacher come “buona” solo perché è un dolce: essa sarà buona se avrà determinate qualità predefinite tra le quali l’esser fatta con un tot di uova, di cioccolato etc., che la differenziano effettivamente da una parigina.

L’approccio opposto è quello normativo e parte dal presupposto che i dati di fatto siano da qualificare attraverso una definizione a priori e non, viceversa, partire da essi per giungere ad una generalizzazione che valga come regola. L’idea è che non ci possiamo accontentare (in etica e in epistemologia quanto meno) di ciò che ci dicono i dati di fatto: occorre dare una qualifica a questi dati di fatto che richiede un’analisi a priori di essi. Un esempio potrebbe essere, mutatis mutandis, un film: un film se dura meno o mezz’ora è un corto, se un film dura più di mezzora ma meno di un’ora è un semilungo, se un film dura più di un’ora è il “canonico” film. Questa definizione di “film” in base alla lunghezza prescinde chiaramente da ciascuna pellicola che, per qualità, non si differenziano tra loro: un muto, un semilungo e un lungometraggio non sono di per sé qualitativamente diversi in base al sonoro, immagini etc., ma sono diversi in base alla lunghezza. Ciò è un discorso di qualifica normativa che sancisce a propri come si debbano considerare le cose. In etica si tratta di appurare a priori cosa significhi, in generale, che una cosa sia “giusta” piuttosto che “sbagliata”, “buona” piuttosto che “cattiva”, indipendentemente dai singoli casi che, naturalmente, possono smentire la categorizzaizione generale se presi in esame come controesempi validi da un punto di vista normativo. Stessa cosa si può dire per l’epistemologia: una cosa è definire la conoscenza come “credenza vera giustificata” ed assumere che tale definizione sia quella universale e necessaria, altra cosa è andare a vedere in ogni singolo caso in cui ad un certo in-put segue un certo out-put ritenuto adeguato e definire poi la conoscenza in base ad una generalizzazione dai singoli casi.

Questi due approcci si compenetrano, talvolta, ma a seconda della modalità di analisi che si segue si può arrivare a posizioni radicalmente contrastanti. Emblematico caso di approccio etico normativo è, classicamente, l’etica platonica, l’etica husserliana dei valori piuttosto che l’etica kantiana mentre i sostenitori accaniti dell’etica descrittiva sono gli edonisti antichi, gli empiristi moderni (Hobbes, Hume in particolare) e gli utilitaristi. In teoria della consocenza i propugnatori di un’epistemologia puramente descrittiva sono i vari seguaci di Quine e, probabilmente (anche se non c’è alcuna certezza) di Quine stesso e mentre i loro avversari sono J. Kim, Goodman, Goldman. In epistemologia, poi, la corrente dominante nella storia della filosofia è certamente quella normativa, quanto meno da Cartesio in poi che cercano di dar fondamento certo ed indubitabile (a priori) alle nostre conoscenze. Stessa cosa dicasi per i pensatori antichi.

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