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Il discorso sul metodo di Cartesio

Il Discorso sul metodo per ben dirigere la propria ragione e per cercare la verità nelle scienze (1637) è lo scritto introduttivo alla prima opera pubblicata di Cartesio: una raccolta di saggi a carattere scientifico intitolata La diottrica, le meteore, la geometria. Il Discorso nasce come introduzione metodologica ad una parte del lavoro scientifico di Cartesio. Ma è certamente di più, sia nelle intenzioni dell’autore, sia per il peso che ha avuto nella storia delle idee.

Si tratta di uno scritto breve, conciso anche nelle sue parti più significative. Alcuni passi possono e meritano di essere integrati con la lettura delle Meditazioni e dei Principii, due opere posteriori al Discorso, in cui Cartesio svilupperà più diffusamente il suo pensiero filosofico.

Seguono alcune premesse irrinunciabili alla corretta contestualizzazione del testo. Qual’è la forma dello scritto? Da quali vicende autobiografiche nasce? A quali esigenze risponde?

Il Discorso si presenta come narrazione in prima persona del percorso e delle riflessioni compiute al fine di risolvere un problema fondamentale: come si possa arrivare alla certezza e alla verità.

Ora, questo problema si pone a Cartesio, nello specifico, a causa dell’insoddisfazione provata relativamente al proprio percorso educativo. Egli, conclusi gli studi presso un collegio di gesuiti, è profondamente deluso. Sente di non aver imparato a ragionare, di non possedere che idee poco chiare e ingarbugliate. I maestri non hanno fatto che trasmettergli nozioni e nessuno l’ha istruito su come si giunga con sicurezza alla verità. Dubbi, errori e confusione, ecco cosa gli rimane. La colpa è del sistema educativo. La polemica è generale, ma è diretta in particolar modo verso la filosofia scolastica. Nocive ad un corretto uso della ragione e ad una valida costruzione della conoscenza sono due caratteristiche del clima culturale contemporaneo a Cartesio: a) la fiducia nel principio di autorità (ad esempio ed innanzitutto, il sapere deve essere coerente con quanto si trova scritto nella Bibbia); b) l’oscurità delle argomentazioni scolastiche.

Da questa vicenda di personale disappunto prende l’avvio l’idea di riformare le scienze. Non il sapere in generale, ma il sapere scientifico. Quest’idea maturerà lentamente in Cartesio, che dopo li studi intraprenderà una breve carriera militare, per poi viaggiare alcuni anni, nella speranza di trovare li stimoli giusti al fine di disciplinare la ragione. Cosa che riuscirà a fare meglio trasferendosi in una tranquilla cittadina dell’Olanda, da cui potrà far conoscere, con la prudenza tipica dei tempi e propria in particolare del Nostro, le sue idee al mondo scientifico.

È in questa chiave autobiografica che Cartesio stesso preferisce presentare le sue riflessioni. Un aspetto particolare della presentazione rende giustificato l’uso della narrazione autobiografica, ovvero la considerazione dell’autore per cui le idee esposte non pretendono di valere per tutti. Cartesio espone il migliore metodo che egli ha trovare per disciplinare la propria ragione, e non esclude che altri possano fare altrimenti e meglio. Ora, si comprende immediatamente la paradossalità di questa posizione, e pertanto si è portati facilmente a tralasciarne l’importanza come sedimento appartenente alla circostanza. Col ché, si prosegue senz’altro nella direzione di prendere il discorso di Cartesio come un’indicazione che pretende di valere per ognuno.

Tanto più che le indicazioni forniteci costituiranno uno dei pilastri del sapere e della scienza moderna, uno dei primi fondamentali passi verso la scienza di oggi. Esse sono, come poi ogni opera filosofica di rilievo, espressione chiara dello spirito del proprio tempo e della delicata fase di cambiamento che stava attraversando. Cartesio è uno dei primi ad aprire la via del razionalismo che, dal dominio più ristretto della filosofia, occuperà nei secoli a seguire i più diversi campi del sapere e dell’agire, fino a permeare di sé, se non proprio le singole vicende, almeno l’idea della rivoluzione francese.

Ma veniamo ai contenuti del Discorso. Presenterò il contenuto del Discorso per ciò che contribuisce a chiarire l’idea del metodo cartesiano, tralasciando dunque gli aspetti marginali.

Cartesio reagisce al sapere scolastico che gli appare ora falso, poiché costellato di opinioni contrastanti su cui non era possibile prendere una posizione definitiva, nemmeno dopo secoli di discussione; ora sincretistico, poiché impegnato a rendere coerenti tra loro proposizioni provenienti da diverse discipline e con proposizioni assunte come vere poiché indimostrabili, tipicamente i dogmi della fede o le opinioni dei Padri, dei Dottori e dei filosofi antichi. Un’ulteriore fondamentale problema rispetto alla scolastica di stampo aristotetico, che al tempo di Cartesio era il paradigma dominante in filosofia, è il suo carattere sostanzialmente empirista. La conoscenza è inizialmente derivata dai sensi e attraverso l’astrazione è possibile in seguito conoscere le qualità astratte dei fenomeni. Qualità come grandezza ed estensione non sono proprie degli oggetti, ma sono astrazioni operate dalla mente nell’atto di conoscere. In questo senso si capisce come mai la matematica e la geometria erano slegate dal mondo.

Il problema più grave rilevato da Cartesio era però il fatto di che le dottrine considerate gli sembravano fondate su fondamenti assai poco sicuri. Cartesio reagisce violentemente, argomentando a favore di una semplice ma rivoluzionaria idea: farsi guidare nel processo conoscitivo dalla sola ragione. Meglio. Da una ragione rigorosa, autonoma e disciplinata. L’idea di Cartesio è quella di fornire un processo finito di analisi attraverso cui avere la garanzia di formare credenze giustificate e vere.

Ideale utopico? Non per Cartesio, il quale esordisce nel suo discorso affermando che la ragione è “per natura uguale in tutti gli uomini”. La ragione sarebbe la forma o la natura dell’uomo, dal momento che è la cosa che ci distingue dagli altri animali. Se le cose stanno così, la ragione non può essere presente in diversa quantità o misura negli uomini. Ma se la ragione, che è facoltà di distinguere il vero dal falso, è posseduta in maniera equivalente da tutti gli esseri pensanti, come si spiegano le divergenze d’opinioni e ancora più fondamentalmente la situazione d’oscurità in cui si trova il sapere umano? Si spiegano con il fatto che la ragione non basta al raggiungimento della verità. La ragione deve essere disciplinata. E con essa la volontà, per mezzo della quale l’uomo è portato in via pratica al giudizio, dirà poi Cartesio nelle Meditazioni. Infatti, il giudizio stesso è possibile solo nella misura in cui la volontà e le facoltà conoscitive concorrono a a dargli vita.

C’è bisogno di procedere con metodo nella costruzione del sapere, pena aumentare sensibilmente la probabilità di errore. Il problema che li uomini di scienza si devono porre è dunque quale sia il metodo migliore di conoscenza. Il problema del metodo è un problema che la scienza e la filosofia della scienza del Novecento hanno sentito con particolare forza. Eppure rimane ancora oggi nello spirito scientifico l’indicazione fondamentale di appoggiarsi alla ragione disciplinata per mezzo del metodo. Rimane nella scienza moderna l’idea cartesiana per cui se due individui differenti (ma poi sappiamo che in quanto a forma sono equivalenti, entrambi sono esseri pensanti, dotati di ragione in misura eguale), si applicano nella conoscenza di un certo oggetto con uno stesso metodo, allora necessariamente arriveranno alle medesime conclusioni. È quello che oggi chiamiamo il requisito della replicabilità nell’indagine scientifica del mondo.

Se ciò oggi sembra scontato ed acquisito non lo era per il tempo in cui Cartesio proponeva le sue riflessioni. Il metodo di indagine, quindi, ecco una questione su cui il Nostro era perfettamente convinto valesse la pena spendere anni di riflessione, poiché da essa dipende interamente la qualità del sapere. Procedere con ordine, dunque. L’obbiettivo finale è evidentemente arrivare alla verità, alla corretta comprensione della realtà.

Avere opinioni false non dipende dunque dalla mancanza di ragione, ma piuttosto dal non aver indirizzato la propria ragione in modo corretto. Sostenere il falso significa avere opinioni confuse, formate senza un metodo rigoroso. Ma quali sono allora i segni della verità? Come la si riconosce? Per Cartesio un’idea è accettabile quando la si può concepire con chiarezza e distinzione. Quando è possibile arrestare il dubbio su un certo giudizio, perché il dubbio implica contraddizione oppure non è possibile, e trovo l’evidenza mentale costituita da chiarezza e distinzione, allora quel giudizio sarà vero. In altre parole, se abbiamo una conoscenza chiara e distinta, allora non possiamo veramente formulare un giudizio che sia falso. Se invece il giudizio non è formato a seguito di una conoscenza chiara e distinta, allora risulterà probabilmente falso.

Cartesio è interessato a trovare la via per una scienza certa, vera e sostanziale. Questi non sono aggettivi casuali. La scienza deve essere certa e vera, non solamente probabile o verosimile, come invece tutta la filosofia precedente appariva a Cartesio. Certezza e verità, secondo Cartesio, appartengono alla matematica, che però è limitata dal carattere esclusivamente formale, dal fatto di non trovare un suo contenuto empirico. L’ideale è allora quello di una scienza disciplinata dal rigore matematico. Non a caso Cartesio è l’uomo che rielabora concetti di algebra e geometria, fino ad allora separate, per formulare un sistema coerente oggi noto come geometria analitica. Il che ha significato, almeno nelle intenzioni del Nostro, di contro alla separazione scolastica di mondo e matematica, dare un contenuto al rigore logico e matematico.

Sull’esempio di questo rigore, dunque, Cartesio pensa il suo metodo. I Discorsi lo riassumono in quattro fondamentali precetti.

a)      Accettare come vere solo le idee conosciute con evidenza, ovvero le idee concepite senza dubbio, chiaramente e distintamente.

Si tratta dell’indicazione per cui, al fine di dimostrare qualsivoglia cosa, è necessario partire da principii semplici o elementari ed evidenti, dal contenuto chiaro e distinto. Parliamo di evidenza mentale e non di evidenza empirica. La chiarezza è la forza con cui il contenuto si dà ad una mente attenta, mentre la distinzione è la separazione concettuale del contenuto da tutto il resto. Le verità così individuate sono come gli assiomi della matematica. Non sono però qualcosa di complesso, postulato come vero poiché non è possibile darne ragione, ma qualcosa di semplice, accettato nel novero delle verità per la massima chiarezza e distinzione con cui è presente alla mente che conosce.

b)      Decomporre mediante un processo analitico il problema o il fenomeno complesso nelle sue parti, nei suoi elementi semplici ed evidenti.

Si tratta di passare dal complesso al semplice attraverso un rigoroso processo di analisi.

c)      Al fine di controllare il risultato dell’analisi, risalire con ordine dai concetti più semplici al fenomeno complesso, attraverso un processo di sintesi.

In questo modo è possibile mostrare la necessità degli elementi semplici, inizialmente indivuati attraverso l’analisi, per la descrizione e la spiegazione della complessità. Il passaggio di sintesi ha il merito di togliere ogni residuo di oscurità dal processo conoscitivo, e di prestarsi naturalmente ad una migliore esposizione della materia trattata.

d)     Operare delle analisi complete, senza omettere alcun passaggio. Procedere con precisione, dunque.

L’ideale di scienza tratteggiato per mezzo del metodo cartesiano è dunque quello di un sapere che, partendo da premesse semplici e intuitivamente vere, poiché presenti in modo chiaro e distinto, per rigorosa deduzione arrivi alle più lontane e complesse conclusioni. Per Cartesio tutte le nozioni scientifiche pregresse andrebbero riviste con metodo, secondo ragione. Il primo passaggio di revisione è dunque il dubbio metodico, ovvero la messa in dubbio di tutte le nozioni pregresse al fine di ricostruire con metodo il sapere scientifico.

Nel Discorso, Cartesio ci dà un assaggio di applicazione del metodo in ambito filosofico. Egli ci mette a parte dei primi ragionamenti sviluppati applicando il metodo. Giudicando le credenze pregresse come se fossero false, ovvero dubitando radicalmente di esse, Cartesio arriva all’idea chiara e distinta di essere qualcosa. Egli ha dubitato sia dei sensi sia della propria ragione. Entrambi, infatti, ogni tanto ci ingannano. Pertanto è necessario mettere in dubbio ogni credenza che da essi ci deriva, fino al punto in cui non si arriva a concepire l’oggetto della propria speculazione in modo chiaro e distinto. E ciò che Cartesio non può che percepire chiaramente e distintamente nell’atto di dubitare, è di esistere. L’esistenza dell’essere che pensa è implicita nell’atto di dubitare, certamente reale. Non posso infatti dubitare senza esistere. In questo senso l’esistenza dell’essere pensante non è dedotta per via inferenziale. In più, dall’attività di dubitare non si traggono inferenze. Piuttosto, per mezzo del dubbio radicale, si scoprono le evidenze, ovvero le idee chiare e distinte, i principii primi su cui fondare il proprio sapere. E, si sa, i principii primi non sono dedotti per via inferenziale. Le intuizioni attraverso le quali si individuano queste prime evidenze non sono intuizioni a carattere mistico, ovvero non sono intuizioni di qualcosa di esterno e ancora oscuro, ma sono come “atti di evidenza” di qualcosa che trovo in me. Si ricorda a questo proposito che Cartesio pensava che le idee fossero innate. Perciò parla di scoperta. Noi scopriamo, tramite l’intelletto, idee innate.

Il primo principio, la prima verità, dunque, suona così: io dubito, ovvero penso (perché dubitare è una forma di pensiero), dunque sono. Che io esisto è indubitabilmente vero. Meglio, che io esisto in quanto pensiero è sicuro, non altrettanto invece è sicuro che io esisto in quanto corpo. È da questa prima verità, di tipo immediato, che per mezzo dell’analisi prescritta dal metodo possiamo ora incominciare a ricavare altre verità. Altre verità che nel caso sono l’esistenza dell’anima e l’esistenza di Dio. Le lasciamo ai curiosi. Solamente notiamo che l’esistenza di un Dio non ingannatore è fondamentale per Cartesio a garantire la sicurezza che per mezzo della ragione si pervenga alla verità. La ragione che metodicamente arriva a conoscere è, per Cartesio, fondata in Dio, e non potrebbe essere altrimenti. È Dio la sola garanzia della verità, essendo la sola garanzia che il soggetto conoscente non sia fallace.

Una questione metodologica importante invece rimane da specificare. Se l’induzione abbia un posto nel metodo cartesiano, e se sì, quale? Di induzione e metodo induttivo aveva incominciato a parlare Bacone nel Novum Organum. Bacone argomenta a favore di una ricerca scientifica di base, ovvero a favore della raccolta di molti dati non necessariamente analizzabili nell’immediato per scopi pratici o applicati. Il punto centrale del metodo induttivo è quello di partire da queste molte osservazioni per poi procedere a generalizzazioni, in forma di teoria o legge, e predizioni. Dal particolare all’universale. Cartesio non spende troppe parole per chiarire la questione. Tuttavia, l’ultima sezione del Discorso ci offre qualche utile indicazione.

Innanzitutto, se la conoscenza dei principii primi è da ricercarsi nell’evidenza della ragione, nella chiarezza e nella distinzione dell’idea, e le leggi a spiegazione del mondo sono da individuare per via deduttiva dai principii primi, la specificazione puntuale del singolo individuo o del caso singolo sembrerebbe fuori dalla portata conoscitiva del metodo.

Un posto all’induzione, dunque, sarebbe riservato da Cartesio proprio al fine di integrare la parte deduttiva e analitica del suo metodo. Sarebbe fondamentale osservare in modo sperimentale anche i singoli casi, e cercare di ricondurli alle leggi precedentemente individuate a partire dai principii primi massimamente evidenti. Vi sono poi scienze sperimentali, come la medicina, per cui Cartesio nutriva le massime speranze di sviluppo, in cui l’esperimento è centrale per decidere di spiegazioni che altrimenti sembrerebbero egualmente ritenute valide. Principii primi, leggi e ulteriori verità dedotte attraverso l’analisi, andrebbero resi coerenti con l’osservazione sperimentale.

In chiusura, pensiamo di non fare torto al genio (metodico) di Cartesio nell’affermare che una delle eredità più prezione della sua filosofia è l’insegnamento a discutere per mezzo di una ragione disciplinata ogniqualvolta ci si trovi di fronte ad un pensiero, una struttura o un’azione tradizionale, autoritaria e pregiudizievole.

Considerando la brevità dello scritto e la sua posizione centrale per la nascita del pensiero scientifico moderno, varrebbe certamente la pena di affrontarne la lettura direttamente. Tuttavia, chi non volesse seguire il consiglio, può comunque giovare e spero abbia comunque giovato della nostra presentazione, che ha forse il merito aggiunto di divulgare il discorso di Cartesio nella sua essenzialità.

Riferimenti bibliografici essenziali

– Cartesio, Discorso sul metodo, a cura di G. De Ruggero, Milano, Mursia 1972

– Cartesio, Meditazioni metafisiche, traduzione e introduzione di Sergio Landucci, Editori Laterza

– Scribano, E., Guida alla lettura delle Meditazioni Metafisiche di Descartes, Editori Laterza

– Pili, G., a cura di, Descartes, Scuolafilosofica

– Pili, G., Riflessioni di storia della filosofia: Teoria della verità e dell’errore nelle Meditazioni Metafisiche, Scuolafilosofica

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