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Filosofia e politica: possibilità e necessità della democrazia.

Di Giangiuseppe Pili         www.scuolafilosofica.com

Introduzione.

«… in ogni ricerca scientifica bisogna continuare tranquillamente il proprio cammino con tutta l’esattezza e sincerità possibili, senza curarci di ciò con cui tal ricerca potrebbe contrastare fuori del suo dominio ed eseguirla per sé sola,  per quanto si può,  secondo verità e in modo completo »[1].

I. Kant.

Non è semplice districarsi nella realtà dei fatti soprattutto quando l’argomento riguarda proprio i fatti. E se ciò è già difficile, la situazione si aggrava quando, al posto della ragione, si mette in moto la fantasia e il desiderio: e così spesso vanno le cose quando si ha a che fare con la politica.

D’altra parte, quando si fa una analisi filosofica, bisogna pretendere rigore e coerenza e, dunque, una certa conoscenza. La conoscenza, dimensione propria della filosofia, applicata alla politica, deve avere come obiettivo due pretese: il primo è vedere come stanno le cose senza pregiudizi, il secondo è cercare di capire dove le cose vadano indirizzate.

Sembra sempre ovvio ciò che è vicino, solo perché sembra semplice da vedere, mentre è ciò a cui meno prestiamo la nostra attenzione ed è ciò che ci sfugge di più e così, quando si cerca di capire cosa sia la politica, si è tentati prima di vedere come vorremmo che essa fosse e, solo dopo, com’è: tale è la nostra abitudine a considerarla una cosa ovvia. Inutile dire che questa anteposizione dei momenti del metodo è causa di grandi fraintendimenti.

In virtù di tali convinzioni, noi ci siamo sforzati prima di tutto di fare un discorso preliminare, di accostamento al problema, e ci siamo anche azzardati a dare una certa conclusione. Così abbiamo in primo luogo impostato il problema in termini di cosa sia la politica nella concretezza, come gestione del potere, quindi cosa sia questo potere e come si svolga nella realtà dei fatti.

Ma ciò non avrebbe esaurito il nostro proposito perché è lecito andare oltre la realtà dei fatti solo una volta conosciuti: un fine è oltre i fatti seppure a partire da essi. Per far questo però la conoscenza della politica, come forma di potere, non basta più, e bisogna capire un po’ più da vicino alcuni aspetti della natura umana. Anche questa conoscenza non è sufficiente perché ancora attiene troppo da vicino al puro dato di esistenza e così occorre vedere se la filosofia, in quanto attività razionale dell’uomo, non potesse dirci qualcosa di significativo. E così è stato.

Senza anticipare nulla, diciamo solo che l’analisi, in fin dei conti, non è altro che una preliminare inchiesta sul “con quali occhiali dobbiamo guardare il problema” senza andare troppo oltre nelle congetture e nelle ipotesi. Le idee del pensiero nascono spontaneamente dalla ragione e così lasciamo il lettore gentile, libero nella sua lettura senza ulteriori indugi.

Incipit.

« E’ bene riflettere sulle cose che possono farci felici: infatti, se siamo felici abbiamo tutto ciò che ci occorre; se non lo siamo, facciamo di tutto per esserlo »[2].

Epicuro.

Si può dire che la filosofia e la politica siano nate contemporaneamente: sin da subito gli uomini si erano resi conto che c’era un’affinità tra la ricerca della verità e la ricerca di un’organizzazione sociale. A ben vedere, il problema morale, il problema politico, il problema filosofico, non erano, e non tutt’oggi per tutti, così chiaramente distinti come superficialmente potrebbe apparire. Sebbene i significati dei nomi siano distinguibili tra loro, i loro suoni però determinano ancora una gamma di significati in parte comuni, in parte molto diversi.

In effetti, la distinzione d’ambito, è seguita lentamente nel tempo ad una inesorabile sedimentazione di conoscenze diverse per ciascun ambito, quelle conoscenze che poi rendono ciascuna categoria distinta nettamente dall’altra. Ma al principio le cose non dovevano essere così chiare per la semplice ragione che queste forme di conoscenza condividono un grande problema, forse l’unico vero enigma dell’esistenza, oggi come sempre: come si deve vivere?

Questo problema sembra inessenziale, fuorviante e lontano dal problema politico, in senso stretto. Un politico potrebbe essere solleticato da quel “dovere” che il problema solleva, piuttosto che dalla comprensione della vita in sé stessa, che potrebbe più interessare il filosofo o il fisico. A ciascuno il suo, un pezzo per volta e cose semplici. Il fatto è che oggi ci siamo troppo lasciati guidare dal languore meridiano dei mezzi automatici e univoci: ormai è credenza comune che i grandi e complessi problemi siano, in realtà, dei falsi problemi. Tutto deve essere scomposto, decomposto e riassemblato in parti semplici e in questa frammentazione manchevole spesso crediamo di aver trovato la soluzione, là, da qualche parte, come se un puzzle venisse fuori quando i pezzi vengono disseminati invece che riuniti.

In realtà il problema chiave è complesso e ci basta una sola osservazione per mostrarlo: se ognuno di noi avesse effettivamente in sé la soluzione alla domanda, non ci sarebbe ragione né della politica né della filosofia. Se tutti, proprio tutti, sapessero da loro come comportarsi per vivere, di fatto, sarebbero felici, forse autosufficienti, e, in ogni caso, disinteressati a qualsiasi problema concerna il vivere. Ma il punto è proprio questo: l’uomo, forse l’avrà prima o poi, ma senz’altro non ha avuto la soluzione al problema.

Ed eccoci bene introdotti all’argomento: politica e filosofia sono, in un certo senso, due modi di affrontare un problema, unico e universale. In questa comunanza di ricerca possiamo ritrovare le ragioni per cui tanti filosofi han’ trattato di politica e tanti politici di filosofia.

Poteva l’uomo non porsi la domanda, disinnescare il problema chiudendo porte e finestre,  voltare lo sguardo alla ricerca di qualcos’altro? Si, sicuramente, tanti oggi e ieri lo hanno fatto, ma non sono stati quelli che hanno aiutato il genere umano nella difficile arte del vivere e gli sorride solo l’oblio, così s’accontentano d’esser travolti da cose più grandi di loro concedendosi solo un triste sfogo. E non è questa la vita da uomini.

Analisi preliminari.

Analisi preliminare della la politica.

« Il popolo non può capire la propria sorte e gli avvenimenti dell’epoca altro che come una successione ininterrotta di malgoverno e di sfruttamento, di guerre e di saccheggi, di carestia, miseria e pestilenza »[3].

Huizinga.

L’essenza naturale di ogni potere.

«… tutti i pregiudizi che qui intraprendo a denunciare dipendono soltanto da questo unico pregiudizio, che cioè comunemente gli uomini suppongono che tutte le cose naturali, come essi stessi, agiscano in vista di un fine »[4]

Spinoza.

Innanzi tutto la politica si fa sui fatti, anche per coloro che di fatti non ne capiscono nulla. I fatti sono ciò che definiscono lo stato di cose in cui un governo si trova ad agire. Un governo, illuminato o meno, non può che essere definito da ciò che gli compete: un governo non è altro che il suo potere.

Questo lo diciamo volgendo la mente alla storia: quando ci apprestiamo a conoscere uno stato, la prima cosa che facciamo è vederne la geografia, la composizione fisica, in secondo luogo guardiamo la demografia, la distribuzione delle risorse economiche e cerchiamo di farci un’idea di quel che quel popolo ha dentro i suoi spazi e cosa è capace di tirare fuori da essi. Solo dopo di ciò, guardiamo ai costumi sociali e a tutte quelle cose che le scienze dello spirito ci insegnano perché, forse, difficile discernere, in questi casi, la causa dall’effetto, dimostrando agli increduli quanto sia labile il loro confine.

Questo ce lo insegna sia propriamente la storia, sia la storia della storiografia, che solo di recente si è emancipata dall’analisi “politica” ed economica della storia per passare ad una conoscenza più globale e completa di essa.

In ultima analisi, quando definiamo un governo, dobbiamo prima di tutto definire il suo potere e il potere non è altro che l’insieme di proprietà delle cose presenti, quindi stato di cose effettivamente agenti. Il fatto è che, però, il potere, così definito, sembra essere un che di volatile e astratto. La questione invece è in tutta la sua dura concretezza: in realtà, il potere non è altro che un sott’insieme infimo nell’insieme dei fatti di natura in cui s’inscrive e delle cui leggi vive. Tenuto conto di questo, il potere, se fosse lasciato a se stesso, sarebbe come una vigna priva di cure o come un campo senza contadino: un puro fatto naturale e, come tale, in continuo mutamento ribelle ai desideri razionali dell’uomo.

Ed è da questa natura irrazionale di ogni potere che si determina il problema del governo, ovvero della politica.

Diciamo esplicitamente che ogni potere, di per sé, è irrazionale non per sottolineare di volata, quasi facendo passare silenziosamente la parola, che esso non-è-razionale ma per dire che non è né razionale né no, esso è semplicemente uno stato di cose. In questo senso, bisogna stare molto attenti a fare affermazioni sulla natura del potere in termini di bene o male: per esempio, la corruzione che il potere determinerebbe di per sé, è solo una conseguenza estrinseca e non implicita nel potere.

Ogni politica nasce dunque da una condizione reale, da uno stato di cose definito e definente. Possiamo anche dire che quel che genericamente è chiamato Potere è, in realtà, il “controllo” del potere stesso. Il “controllo” consiste nell’organizzazione dell’esistente secondo un certo fine. In questo senso, in quanto fine, il controllo del potere è sempre un che di “umano”, di in-determinato nel senso che seppure l’ambito è definito dallo stato di cose non è in questo spazio che è definito “il come” e “il dove” andare a parare. In altre parole, la politica, in quanto controllo consapevole della realtà, rinvia sempre ad una finalità. In questa distinzione che si gioca tutta la differenza tra “l’essere” della realtà e il “dover essere”: è in questa distinzione che la politica ha un senso.

Le leggi.

« [ la prigione ( o qualsiasi potere in generale ) ] deve prender carico di tutti gli aspetti dell’individuo, il suo addestramento fisico, la sua attitudine al lavoro, la sua condotta quotidiana, la sua attitudine morale, le sue disposizioni (…) la sua azione sull’individuo deve essere ininterrotta: disciplina incessante »[5].

Foucault

La gestione del potere è prima di tutto gestione delle risorse di una “Storia”, intesa genericamente come una società e un ambiente. Società e ambiente sono due parti di una “sola cosa” e questa consta di due modi: di uomini e cose. Ed in effetti, ci sembra di aver esaurito tutto quel che si può desiderare da un qualsiasi Stato. La gestione del potere è, quindi, solo questo: controllo di uomini e cose.

La politica è rivolta tanto alle cose che agli uomini e, per questo, si determina in due direzioni diverse: da un lato si concretizza materialmente, creando dei mezzi per gestire il corso degli eventi, da un altro, si “idealizza” sublimandosi sin dentro le coscienze degli uomini. Non volendo sollevare questioni metafisiche e attenendoci solo all’intuizione, possiamo non temere nulla dicendo che gli uomini sono dei corpi e delle menti. In questo senso, oltre ad esser costretti ad agire in determinato modo dalle cose, in quanto corpi, sono anche determinati dal pensare ed in questo senso la politica elabora le leggi e delle “etichette” comportamentali che fa passare nella vasta gerarchia dei pregiudizi morali, che altro non sono che parte del senso comune.

Non c’è bisogno di riportare esempi sui mille modi con cui il potere si concretizza. Per ciò ci basta andare in giro per una qualsiasi città ché noteremo un fatto: non si può fare esattamente ciò che ci passa per la mente perché, i comportamenti scorretti, in linea di massima, vengono puniti. Le punizioni non sono altro, in ultima analisi, che degli eventi in correzione ad altri eventi e, come tali, si attuano per mezzo di cose su quella “cosa” che tutti conosciamo come “corpo”. La punizione è coercizione di un comportamento.

Le modalità della gestione del potere.

« Il legislatore rassomiglia all’uomo che traccia la sua rotta in mezzo al mare; può bensì dirigere la nave che lo porta ma non può cambiare la struttura né creare i venti, né impedire all’oceano di sollevarsi sotto i suoi piedi »[6]

Tocqueville.

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Volendo essere estremamente asciutti, il controllo del potere si ottiene dal controllo del comportamento degli oggetti e degli uomini. In questo senso, per controllare le cose abbisognamo di altre cose, mentre per controllare gli uomini abbiamo bisogno sia di cose, sia di “credenze”. In questo senso, il controllo è effettuato, sicuramente, a partire da cose che indirizzano i comportamenti, ma, d’altra parte per vincolare i comportamenti degli uomini in quanto menti, c’è bisogno di vincolare, appunto, le loro menti. E questo è fatto sia tramite le leggi, sia tramite le “etichette del potere”.

Le leggi, potremmo quasi dire, semplificando, non sono altro che le “regole del gioco”: perché una partita a scacchi sia possibile, occorre che entrambi i giocatori sappiano giocare ovvero che abbiano assimilato le regole. A ben guardare una partita a scacchi, ammesso che riesca a distogliere la mia mente dal fatto che è abituata a riconoscere le mosse valide da quelle non valide, se mi abituo a pensare che dietro a quei comportamenti non ci sia alcuna regola, non mi rimane che un fluido evento senza ragione particolare. Quasi non lo riconoscerei tra gli altri. Ma il fatto sta proprio qui!: ciò che rende una partita a scacchi tale sta proprio nel fatto che essa vincola i giocatori a partire da delle regole.

Le leggi di un popolo sono paragonabili alle regole del gioco degli scacchi: tutti le devono rispettare e coloro che le infrangono stanno andando contro l’ordine stabilito.

L’ordine stabilito di una società è codificato nelle leggi ed esse passano sia direttamente, sia indirettamente, nelle menti degli uomini ed essi, a furia di accoglierle nel loro animo, prima ci si abituano, poi le dimenticano pur seguendole. Così si capisce perché le leggi si rifanno ai costumi sociali di un popolo: prima di tutto perché esse devono semplicemente rendere regolato un comportamento, in secondo luogo perché si devono inserire in un contesto che le riconosca e che le accolga in sé senza rifiutarle preventivamente.

Insomma, le leggi non sono altro che un ordine mentale per un ordine comportamentale relativo e conseguente. In questo senso, le leggi evolvono continuamente perché di continuo evolve la società e l’ambiente ed a questo ordine devono sempre essere aderenti: se questa “corrispondenza” non avviene, accade che le leggi divengono un’essenza formale e non vengono più seguite, cercate e così dimenticate.

Che l’uomo abbia sempre fatto in modo di adattare le leggi alle situazioni, è mostrato sia dall’esperienza, sia dalla pura conoscenza teorica. Dal principio l’uomo ha sentito il bisogno di darsi delle regole per il quieto vivere anche perché, all’epoca, più chiaramente di adesso, era necessario indirizzare e gestire le forze, imbrigliarle verso un unico scopo, pena il travolgimento degli eventi negativi e la morte conseguente: è di per sé evidente che i dieci comandamenti sono regole di buon senso e che, in linea di massima, rendono una società  stabile. Non è un caso che nei suddetti ciò che ricorre di più non è tanto l’attenzione al divino, quando l’attenzione al “possesso” delle cose. Non rubare ed estirpa il desiderio: vincolo nel comportamento e nel pensiero, ecco l’essenza di ogni legge.

L’autorità del potere.

« La sovranità degli stati si appoggia sui ricordi, sulle abitudini, sui pregiudizi locali, sull’egoismo di provincia e di famiglia, in una parola, su tutte le cose che rendono l’istituto della patria tanto potente nel cuore dell’uomo »[7]

Tocqueville.

Non potrebbe esser meglio introdotto un problema conseguente ma contemporaneo alla nascita delle leggi e, quindi, della gestione politica del potere: il problema dell’autorità. Se ci pensiamo un attimo, ci rendiamo conto immediatamente che non è semplice farsi ubbidire, anzi, far sì che ci sia una certa ubbidienza è assai difficile e questo lo sanno tanto gli insegnanti d’oggi che i genitori di sempre. Insegnanti e genitori non sono che casi particolari dell’insieme generale di chi detiene qualche forma di potere su qualcuno.

Le leggi vanno seguite, riverite e riconosciute, ciò è evidente. Il padre dà uno schiaffo al figlio e, con esso, un ammonimento quando il pargolo compie un’infrazione alle sue regole. Ma un buon genitore sa che lo schiaffo non è sufficiente, se col passar del dolore passa anche la memoria dell’infrazione a nulla sarà valso se non ad una formazione di una rivalsa e la creazione di un rancore. No, lo schiaffo non serve assolutamente a nulla se non è fonte di qualcos’altro. Questo qualcos’altro è la costruzione e riconoscimento di un’autorità: il figlio deve riconoscere nel padre colui che sa vivere e che può insegnargli le regole del giusto vivere.

Allo stesso modo si comporta il potere mettendo in atto tutte quelle strategie occulte e diurne che ce lo fanno immaginare da un lato come un che di nascosto e sporco e dall’altro come un che di splendido e grandioso. Il potere infatti ha bisogno di questa ambiguità, ma, soprattutto ha bisogno che esso venga riconosciuto perché se il controllo del potere è l’essenza stessa della politica, questo controllo deve essere riconosciuto e seguito dai controllati. Le più classiche condizioni di anarchia sono quelle situazioni in cui non sono più rispettati i vincoli da parte dei sudditi ovvero realtà nelle quali le leggi, pur essendoci, perdono la loro autorità e, con esso, ogni potere.

In questo senso non deve stupire che il potere generi educazione e conoscenza, anzi, educazione e conoscenza sono requisiti essenziali per qualsiasi politica che aspiri a dominare. E ciò è riconosciuto da tutti perché ogni persona sa, trascorsi millenni, che l’unico modo per  sopravivere è stare insieme agli altri in condizioni di reciproca stabilità.

La politica, intesa come pianificazione razionale del controllo del potere, attua una serie di procedure di legittimazione sociale, indispensabili per il riconoscimento nei singoli del suo operato. Ciò è prima di tutto mostrato dai segni indelebili della storia, e potremmo ricordare, per esempio, i processi storici di legittimazione del papato nel medioevo simultaneo alla costruzione di tutta una complessa forma codificata del potere imperiale. Come non possiamo dimenticare i tragici eventi degli anni ’30-’40 del Novecento dove le dittature totalitarie si im-ponevano proprio a partire da una serie ambigua di segni esteriori, seguiti, naturalmente, da una precisa e costante serie di comportamenti vincolanti.

La gestione del potere costruisce la sua legittimità con una lentezza esasperante ma in modo sistematico ed efficace: tali sono i modi e i tempi necessari a far passare sin nell’inconscio degli uomini la sua autorità, giacché l’inconscio dell’uomo è quel che c’è di più difficile a cambiare, una volta modificato: stretto l’inconscio, è avvinto l’uomo.

L’autorità è infatti, nel singolo, una specie di moralità, di sentimento che genera rispetto incondizionato e, dunque, comportamenti ossequiosi. Ciò che vogliamo dire è illustrato alla perfezione da tutti quei rituali marziali e pomposi che, se pensati in altro contesto, sarebbero semplicemente ridicoli e desterebbero l’ilarità di chiunque. Eppure, da quella rigidità apparente, da quella marzialità marginale in superficie, si costruisce la credibilità del potere stesso in quanto immagine.

Per riassumere in due battute l’intero ragionamento, potremmo dire questo: la politica, come organizzazione dell’esistente, logicamente implica e concretamente produce una sua estetica. L’estetica, in quanto logica di forme superficiali, non è altro che la facciata di un potere sedimentato e serve come manifesto e da cui i più introiettano informazioni preziose.

La moralità e l’estetica del potere.

« Il sapere, che è potere, non conosce limiti, né nell’asservimento delle creature, né nella sua docile acquiescenza ai signori del mondo »[8].

Horkeimer-Adorno.

L’estetica tuttavia non è comprensibile senza una morale di sottofondo, suo fondale animato di cui, l’estetica, non è altro che la configurazione ultima. Un disegno qualunque da un lato è l’espressione più o meno compiuta di ciò che qualcuno pensa, d’altra parte però è anche inscritta in un contesto umano e, dunque, relativa ad un comportamento, sinonimo di complessi di pratiche. In questo ultimo senso v’è effettivamente l’attività del potere quando si costruisce esteticamente.

L’autorità prende corpo, appunto, in una serie di comportamenti definiti e codificati, riconoscibili e rispettati. Tale configurazione comportamentale non è ininfluente giacché l’uomo, per istinto, tende a riconoscere immediatamente l’uguale, il diverso, il potente e il debole. I più deboli, i più istintivi e, quindi, quelli più suscettibili all’appropriazione di pregiudizi, cioè di precetti morali, associano immediatamente il “diverso” dell’estetica del potere, così precisa, così minuziosa e distante dall’imprecisione della quotidianità, alla sua forza e potenza: il potere, ogni volta che si concretizza deve apparire perfetto. L’uomo, in quanto essere, sa bene che ciò che lo fa sostentare è ciò che lo rende forte e, quindi, riconosce subito a colui che gestisce il potere, la sua forza e la conseguente grandiosità.

Tale sentimento istintivo d’ossequio interiore deve venir confermato da tutto l’insieme di pratiche del potere che mostrano la forza di questo: il sentimento deve venire risaldato dai fatti. Esso da solo non basta. Tutti, soprattutto i deboli e gli istintivi, immediatamente realizzano in sé stessi che il controllo delle forze è meglio assecondarlo che resisterlo. Mi viene in mente un discorso fatto da una graziosa tenera moglie ad un magistrato pachidermico di mia conoscenza che sarebbe dovuto andare in Sicilia: non andare, sei piccolo e puoi poco, rimani qui altrimenti ti lascio. Ecco, in soldoni, quello che ciascuno sente quando deve reagire a qualcosa di più grande e di più forte. E quella frase null’altro voleva dire che: resistere ad un potere forte non conviene. Per colui che gestisce il potere, ciò deve essere creduto ciecamente, più o meno come un fondamentalista può credere nelle dolcezze della vita ultraterrena.

Conseguenza della moralità del potere nell’animo umano.

« …[ giudicano], in base alla moda, e non possono ammettere che una dottrina sia giusta se non è comunemente accettata »[9].

Locke.

L’autorità inserita nell’intimo delle coscienze determina ubbidienza, ossequio e facilità di controllo ed in quanto i più non sanno minimamente come vivere, ma sanno con certezza che avere più cose li rende più felici e averne meno li rende più infelici, si lasciano dolcemente o duramente guidare da chi afferma con sicura sfrontatezza che sa come bisogna fare. E non è un caso che, assai spesso, viene votato, nelle democrazie, chi sostiene candidamente che ha la soluzione di ogni problema: i singoli, che formano le masse, hanno bisogno di un’autorità a cui obbedire nell’esatta misura in cui non pensano o non hanno voglia di pensare.

La responsabilità è ricercata da due generi di uomini: da chi gestisce un privilegio o dagli uomini liberi, ma i primi sono troppo intenti a far valere il proprio sugli altri per sapere che la responsabilità è importante in sé e non per sé, mentre i secondi sono sempre stati una grande minoranza nella storia dell’umanità. I non privilegiati e gli inconsapevoli rifuggono la responsabilità e, conseguentemente, la volontà di risolvere problemi: guidati si lasciano andare senza sapere dove andare.

Ciò non deve nemmeno destare troppa indignazione, in fin dei conti, è molto più facile obbedire agli altri che comandare se stessi. Privati della dimensione, umana quanto si vuole, della consapevolezza della volontà e dell’errore, siamo resi liberi anche dalle frustrazioni personali e dal senso di impotenza che tante volte assale colui che è conscio di agire in nome di se stesso.

La moralità del potere in questo senso non è delle cose più graziose, non è quella che “i grandi” avrebbero voluto da piccoli imparare nelle notti trascorse ad ascoltare le favole. Questa ideologia di ogni potere non è che l’ideologia dell’obbedienza, un’obbedienza resa malinconicamente necessaria dalla stessa natura umana che è potenzialmente contraddittoria nella sua intimità: da un lato l’uomo aspira al bene, a se stesso e agli altri, da un altro lato l’uomo tende a volere troppo, a riconoscere poco i diritti degli altri e intuisce il proprio egoismo come misura e peso di tutte le cose.

Purtroppo la vita ci costringe ad agire e così, in una certa misura, tale complessa moralità dell’obbedienza è assolutamente necessaria alla gestione del potere e, quindi, agli uomini. Infatti, mai bisogna dimenticarsi che, in fin dei conti, ciò che chiamiamo con termini astratti la “politica”, il “potere” sono solo una cosa: degli uomini concreti.

L’ideologia del potere: la sua formazione e la sua natura.

« …agendo sulle cose agisce sull’uomo, agendo sull’uomo agisce sulle cose »[10]

Tocqueville.

Fino a questo punto ci siamo solo addentrati nel cercare di districarci tra la giungla del bruto fatto del potere, abbiamo cercato di vedere in che consista nel concreto quel che è chiamato tramite generiche parole astratte e abbiamo così sostenuto lo sguardo di fronte a cose che appaiono sì sottili da essere raramente viste. In fin dei conti, non abbiamo fatto altro che dare un chiarimento sulla natura del potere dandone una definizione possibile, abbiamo chiarito cosa sia il suo controllo e perché esso sia necessario. Da qui le conseguenze sul comportamento, sul pensiero.

A questo punto però diventa stringente un altro problema. In effetti, fino ad ora abbiamo detto del potere, ma, si è sostenuto, la gestione del potere in quanto stato di cose e di uomini è propriamente quel che interessa in senso più stretto la “politica” intesa come “riflessione” sulla politica. Sì, perché prima di tutto la politica è una prassi, solo dopo diventa argomento di discussione. Come diceva Pericle: non tutti possono fare la politica, tutti la possono giudicare. Si faccia caso che in questa affermazione, il giudizio, quindi, se vogliamo, la teoria, sia successiva al fatto.

Ora, la riflessione sulla politica è generalmente condotta in due modi giacché solo in due modi, sostanzialmente, l’uomo riesce a pensare e trattare le cose: o a partire da una qualche forma di credenza, o a partire da una qualche forma di ragionamento. Da una parte abbiamo una credenza, da un’altra abbiamo un ragionamento.

La credenza nella politica è quel che è comunemente chiamata “ideologia” e l’ideologia è, in politica, una serie di convinzioni intorno alla res publica. Queste convinzioni non sono altro che una serie di credenze che si giustificano come tali e hanno una forma del tipo “io credo che X” dove la “X” sta per una qualsiasi azione politica. Tutte le credenze sono relative ad un soggetto e  successive ai dati di fatto: che io creda che un pallone calciato si muova è un fatto garantito nel momento in cui io, una volta, ne ho avuto esperienza, anche se fosse solo in via deduttiva. Senza quell’esperienza non ne avrei potuto avere idea. Ma questa esperienza non si configurerebbe come “credenza” se non fosse che io non sono, in un certo momento, sicuro di come stiano le cose. In questo senso, ogni credenza nasce, da un lato, da una considerazione sulla realtà dei fatti, da un’altra dalla generalizzazione che vien fatta di quell’esperienza. Il credere in una cosa non è mai in sé assurdo, lo diventa quando il contesto la fa diventare. Ed in questa cristallizzazione della credenza che rende questa un pericolo.

Infatti, in generale non si crede mai a qualcosa davvero di completamente assurdo e in ciò sta la ragion per cui la pazzia fa tanta paura: perché non è mai in sé del tutto impossibile. Il problema dell’ideologia si pone da sé nella politica: se a volte, raramente, si hanno ben chiare le forze in gioco, non sempre si sa come utilizzarle, come ben sanno i seriosi giocatori di scacchi o i ridanciani giocatori di risiko. Il problema in politica, e non solo, è il modo attraverso cui determinare un fine, uno scopo da raggiungere, perseguire e in cui credere a tal punto da diventare, quello, ragion sufficiente dei mezzi che occorreranno per raggiungerlo.

Il fine, potremmo dire, che nasce sempre da una presa di coscienza di una mancanza, di un qualcosa che non va. Infatti, se noi avessimo tutto, o semplicemente non sentissimo di mancar di nulla, che dovremmo ricercare? Nulla. Un fine è una proprietà a me mancante. In quanto l’uomo è una mente e un corpo, o si ingegnerà di ricercare delle cose che lo aiutino nella sopravvivenza oppure che lo distraggano da essa piuttosto che lo aiutino a pensare. Questo in generale, in politica invece il problema è leggermente, ma molto leggermente, più limitato: il problema è, ancora una volta, organizzare l’esistente. Ma come fare, da dove partire?

Ed ecco salta fuori l’ideologia o l’importante riflessione che in generale ogni uomo deve porsi. Chiarita la realtà, bisogna chiarire l’approccio. Non deve stupirci che in questo secondo aspetto ci siano una grande quantità di opinioni, spesso assurde e equivoche, perché la fantasia di ciascuno è grande e i desideri sono ancora più grandi della fantasia. Fantasia e desideri sono spesso alla base delle decisioni quotidiane e, per ciò tristemente assai spesso, anche nella politica.

Da questa ragione si spiega bene un fatto: perché le ideologie siano state oggetto di venerazione. Le ideologie infatti non sono altro che delle schematizzazioni di ragionamenti, quando va bene, quando va male sono proprio delle ispirazioni vaghe ma conturbanti e capaci di attirare gli istinti, come il nazismo o il fascismo. In ogni caso, quel che rende le ideologie tali è la loro capacità di infondere fiducia in qualcosa: esse non sono altro che una possibilità tra le altre ritenuta vera sulla base solo della fiducia in loro. L’ideologia è come tutte le altre credenze: una fede.

I due stati d’animo su cui si fonda ogni ideologia.

« Bisogna dunque seguire ciò che è comune. Ma pure essendo questo logos comune, la maggior parte degli uomini vivono come se avessero una loro propria e particolare saggezza ».[11]

Eraclito.

Le ideologie potremmo distinguerle in due categorie: da un lato quelle che si interessano esclusivamente al mantenimento dello stato esistente, da un altro quelle che sono preoccupate di cambiarlo. In quanto un fine è una proprietà mancante, esso attiene al futuro ed in quanto il futuro si raggiunge apprestandosi a cambiare nel presente, le ideologie, in quanto credenze, si interessano tanto del presente che del futuro.

Tutte le ideologie sono accomunate dal fatto che sono un complesso di credenze, determinanti comportamenti diversi, e sono accomunate dal fatto che esse riescano o meno a dispensare fiducia. La fiducia è proprio quel sentimento, generato dal credere, che ci fa intuire che la possibilità desiderata si realizzi. In questo senso, d’altra parte, ci muoveremo verso il fine nella misura in cui noi gli crederemo e, nel far questo, ci attrezzeremo in ogni modo per raggiungere quello scopo. Un fine infatti è preveduto da tutta una serie complessa di mezzi i quali non sono altro che delle azioni indirizzate a controllare il corso degli eventi.

Le ideologie giocano un ruolo centrale nella politica perché sono quel che indirizza il fine, quindi i mezzi, degli uomini. Non è affatto indifferente il “come” né il “cosa”: “come” e “cosa”, due facce della stessa medaglia.

Le due categorie sono emblematiche, schematiche ma chiarificatrici e manifestano due attitudini generali dell’animo umano: in primo luogo, l’uomo è istintivamente conservatore, sa che è bene rimanere fermi piuttosto che diminuire la propria potenza e questa considerazione è universale. D’altronde, c’è anche la percezione che, spesso, siamo travolti dalle circostanze, a prescindere dal nostro desiderio e di ciò ci rattristiamo. Non a caso gli uomini cambiano la loro opinione politica a partire dalle circostanze in cui sono: quando tutto va bene tendenzialmente si sentono più fiduciosi ma con prudenza, quando va male diventano tutti, con pochissime eccezioni, dei conservatori.

Le ideologie, potremmo dire, di destra e di sinistra si contendono questo gioco offerto dalla “gioiosa precarietà” dell’animo umano: da un lato si vuole gestire l’esistente, da un altro si vuole cambiare in meglio. Tuttavia bisogna far caso ad una cosa: il potere, inteso come insieme di uomini e cose, è in sé irrazionale, dunque non offre risposte ai problemi ma ne pone di nuovi. In questo senso, le ideologie, intese nel loro significato di “credenza”, non sono né giuste né sbagliate nel senso che sono loro che dicono cosa sia giusto o sbagliato: il giusto e lo sbagliato sono l’aderenza di un comportamento o meno ad una determinata credenza. Le ideologie, in quanto attengono alla credenza, non possono assurgere al diritto di ragione universale, giacché esse possono essere ragionevoli, non razionali.

Le ideologie devono essere credibili, nel senso che devono riuscire a farsi spazio nella fiducia delle singole coscienze. Ciò non è una cosa facile e a seconda del fine dell’ideologia particolare si delinea una diversa leva su cui insistere. Insomma, anche per le ideologie si pone il problema dell’autorità.

Abbiamo chiaro il punto: gli uomini sono istintivamente “conservatori” e l’uomo ha chiaramente la percezione di non voler perdere forza nel mondo. In questo senso, l’ideologia conservatrice fa leva sulla tradizione intendendo questa come l’insieme delle abitudini comuni ad una popolazione. Se i più credono fermamente che le abitudini e le loro convinzioni sono ciò che garantisce la sopravvivenza, allora vien da sé che tendenzialmente le persone sono restie a cambiarle, quand’anche gli fosse di vantaggio. In quanto è evidente che, nel presente, si vive, è altrettanto evidente che i comportamenti passati, bene o male, hanno garantito la sopravvivenza. Ciò è sufficiente a determinare fiducia negli uomini.

Ma una cosa che l’uomo soffre assai è l’ignoto nella sofferenza, in effetti, l’uomo non teme l’ignoto di per sé, ma lo teme in relazione ad uno stato d’animo di dolore fisico o interiore. Infatti, si può anche tollerare di soffrire “in nome di qualcosa” ma non si tollera il fatto di soffrire per soffrire. In tale ragione sta l’istinto dell’ingiustizia. A guardare con occhio fine, l’uomo comune non è tanto interessato alla giustizia, quanto all’ingiustizia. In questo senso, egli si rende conto che molte cose “non funzionano” perché egli stesso ne patisce i risultati. Questo non fa piacere. L’uomo ha però fiducia istintiva in ciò che vede e ciò che vede è lo stato di cose presente. In questo senso, quando avverte lo stato di ingiustizia, l’uomo pensa prima di tutto a cause strampalate per giustificare la sua sofferenza e solo dopo si rende conto che quello stato di cose in cui tanti credevano e in cui tanto aveva creduto non era una cosa assai bella. Alla sofferenza si deve trovare rimedio, qualunque esso sia e in ultima istanza, finalmente, si riesce a trovare la forza di ammettere che il presente va cambiato e che non era la cosa più preziosa. Ecco da dove le ideologie “rivoluzionarie” traggono forza.

Una conclusione: per quanto nobili possano essere gli assunti di una particolare ideologia, conservatrice o innovatrice, bisogna sempre ricordarsi che di credenze si tratta e, in quanto credenze, non si può star certi di avere la “ragione” giacché ragionare e credere sono cose diverse da tenere attentamente distinte.

Analisi preliminare: la natura umana e la filosofia.

« L’uomo cominci sin da giovane a filosofare e da vecchio non sia mai stanco di fare filosofia »[12].

Epicuro.

 

L’uomo come mente -corpo in continuo svolgimento simultaneo e la natura biforcuta della mente.

« So dunque che cosa sono: una cosa che pensa. Ma che cos’è una cosa che pensa? Di certo una cosa che dubita, intende intellettualmente, afferma, nega, vuole non vuole, e anche immagina e sente »[13].

Cartesio.

L’essere umano è una mente e un corpo, e non né più né meno che questo. Da tanto tempo infatti si giochicchia senza nascondere le pretese, un po’ sempre con la stessa cosa, sebbene tanti credono di aver detto cose tanto diverse in merito alla stessa cosa. Tuttavia, quell’affermazione che pare tanto ovvia, non è così per tanti.

Dire che l’uomo sia un corpo, in effetti, ha poco senso, diciamo piuttosto che l’uomo è un insieme variegato ma costante di comportamenti che fanno capo ad un sostrato costante. Tale “sostrato mobile” è il corpo, manifestazione prima dell’uomo in comunicazione col suo ambiente: attraverso esso si rende conto con chiarezza di essere un ente tra gli altri. Se fosse solo una mente, potrebbe, in fin dei conti, anche dubitarne.

D’altra parte, se mi guardassi allo specchio come considero gli altri oggetti, mi renderei conto subito che non saprei distinguermi da questi. In questo stato di limitazione conoscitiva stanno gli animali, capaci di riconoscere gli altri, ma non sé stessi.

Tale “irriconoscenza” mostra la peculiarità dell’uomo: essere una mente capace di ri-conoscere se stessa. Tutti noi, all’oracolare domanda “ma chi sono io?” non abbiamo semplicemente risposto “io sono il mio corpo” ma abbiamo pensato, in vari modi, alla nostra unicità di conoscenza, a quel che siamo in quanto mente. In tale individualità sta la nostra distinzione dagli altri oggetti del mondo e dagli altri uomini.

Dunque siamo una mente e un corpo, ma la relazione tra questi non ha qui importanza, quanto notare invece che senza l’un termine e l’altro non ci saremmo, almeno come “coscienza”. Quel che intendiamo come “conoscenza” attiene soprattutto alla mente.

Guardando la nostra attività intellettuale, la mente può considerarsi esclusivamente come ragione e caos, intendendo come caos le informazioni multiformi che ci giungono dall’esterno. Ora, poiché l’esterno è vario ma costante, è facile che se la mente è abituata a stare solo a ciò che vede e sente, si faccia delle idee “preventive” su ciò che accade e ad esse ci si affeziona, come se fossero tutto quello che la mente può offrire. D’altra parte però, la mente è capace di farsi un’idea delle cose dal momento che con esse entra in relazione. Formata l’idea vien da sé la sua definizione e la conoscenza del suo contesto, giacché l’uomo non conosce le singole cose come se non ci fossero tutte le altre, ma le situa in un contesto logico preciso e definito. L’uomo impara a conoscere le cose come le parole: attraverso un paziente e attento uso.

La filosofia come conoscenza libera: la conoscenza, in quanto razionalità, implica libertà.

“Quell’assoggettamento dell’egoismo dello schiavo, costituisce il cominciamento della vera libertà dell’uomo. Il tremore della singolarità del volere – il sentimento della nullità dell’egoismo-, l’abitudine dell’obbedienza, sono momenti necessari nella formazione di ogni uomo. Senza avere sperimentato questa disciplina che spezza la volontà capricciosa nessuno diviene libero,  razionale ed atto al comando »[14].

Hegel.

 

Non ci interessa fare discorsi particolari intorno alla filosofia né giustificarne le definizioni. Ci interessa dare alcuni spunti che interessano l’intrecciarsi del discorso sulla politica come gestione del potere.

La filosofia è essenzialmente ricerca della verità attraverso l’uso della ragione. Potremmo forse dire, in termini meno vincolanti, che la filosofia è la ricerca della conoscenza. L’uomo conosce le cose per natura, infatti esso è capace di mettersi in relazione col mondo, interagire con esso e imparare. In questo senso ogni uomo per natura tende al sapere. Il che non significa affatto né che ogni uomo sia filosofo, né che sia razionale.

Ancora una volta i termini possono giocare brutti tiri: “filosofia” è un utile termine astratto che implica una attività, sempre di qualcuno su qualcosa. La filosofia è una pratica, una serie complessa, coordinata di attività conoscitive che hanno di per loro un riflesso pratico giacché pratico e teorico in senso fisico non sono due cose distinguibili. Come ogni attività che richieda un comportamento, anche la filosofia richiede una serie di condizioni per esistere. L’esperienza insegna che non tutti son filosofi,  non da per tutto si fa filosofia.

La conoscenza per la conoscenza, quale è la filosofia, richiede fondamentalmente la libertà, risultato dell’attività della ragione resa libera da ogni precedente preconcetto, credenza o quant’altro di vincolante. Questa è la condizione necessaria e sufficiente per l’esistenza di tale attività della mente. Infatti, essa non richiede null’altro che la ragione, intesa, in questo senso, come attività conoscitiva della mente, capace di conoscere la realtà dei fatti per quella che è.

La ragione, una volta che inizia la sua attività, si prodiga di conoscere tutto ciò con cui entra in relazione, uomini e cose. Ciò è l’unica cosa che determina la libertà nella misura in cui s’intenda “libertà” come assenza di costrizione. O si agisce in virtù di una ragione o si agisce a caso e il caso non è altro che l’istintiva inclinazione di un momento, irriflessa ed immediata. Se agisco a caso non agisco in nome di me stesso ma in nome delle circostanze nelle quali sono inserito. Anche la ragione parte dalle circostanze ma solo dopo la loro conoscenza, il caso invece parte sì dalle circostanze nel senso che ne è una pura conseguenza. Non a caso l’uomo irrazionale si rende conto delle vicende solo a cose avvenute, quando la frittata è già stata fatta.

La libertà non nasce dalla determinazione del caso, perché ciò che non dipende da me non è nemmeno mio a tutti gli effetti: non ho potere su ciò che non controllo ed a mia volta sono in potere di ciò che sfugge alla mia possibilità.

La libertà, a sua volta, implica la conoscenza…

«… mi è parso più conveniente andare dietro la verità effettuale della cosa più che all’immaginazione di essa»[15]

Machiavelli.

La conoscenza è il risultato della libertà intesa come assenza di costrizione. Non si può affermare il contrario: la verità non è imposta che da sé, ma, in quanto riconosciuta intimamente dal soggetto, egli la contempla come sé stesso. In questo senso, la verità non conosce vincoli ma implica delle conseguenze.

La verità non si trova a partire da preconcetti giacché i pregiudizi sono delle credenze assunte come regole. Non è che le credenze nascano dal nulla, ma sono il frutto di una decantazione di abitudini comportamentali cristallizzate nella mente. Le credenze, che hanno la forma “io credo in qualcosa” non sono altro che l’attestazione di un’immagine parziale personali di qualcosa.

Tale immagine implica necessariamente un vincolo nella misura in cui non è nel potere della mente quello di cancellare a piacimento ciò che pensa, che, anzi, permane sino a che non c’è qualcosa che lo sostituisce. Ora, il pregiudizio è quindi una possibilità, in quanto immagine parziale di qualcosa, contemplata come unica. In questa “contemplazione” sta lo stesso vincolo del pregiudizio che assurge a universale quando non è altro che un particolare inessenziale.

Di questa inessenzialità del pregiudizio si rende conto solo colui che conosce razionalmente il preconcetto: la ragione mostra come il possibile non sia necessario se non in chiare e definite circostanze.

Conoscenza per pregiudizi implica contraddizione e costrizione.

« … quando ci si trova di fronte a tanti pregiudizi, una dimostrazione nuda e cruda non basta. Devo anche soddisfare i dubbi che possono sorgere nella mente della gente in favore delle sue idee preconcette, dimostrare da dove venga l’errore e come si sia diffuso, e finalmente rivelare e sradicare quelle convinzioni erronee che preconcetti precoci possono avere impiantato nella mente »[16].

Berkeley

 

Fin qui non è chiaro perché il pregiudizio dovrebbe vincolare la nostra libertà. Il pregiudizio è una possibilità che esclude tutte le altre e, quindi, mostra le alternative come secondarie o inesistenti quando invece esistono e non è detto che siano secondarie. In questo vincolo conoscitivo sta avvinta la libertà di pensiero dell’uomo irrazionale giacché colui che è convinto di qualcosa non cambierà la sua opinione non perché non ci siano ragioni ma perché non le riconoscerà come “qualcosa”. Il circolo si chiude su se stesso e avvinghia colui che ne è il centro:  tale è la chiusura del pregiudizio.

L’uomo è corpo e mente: vincolata la mente è vincolato anche il corpo. Così, chi è affetto da pregiudizi, morali, religiosi o piuttosto singolari, non può dirsi pienamente libero, nella misura in cui non penserà ciò che esiste ma solo ciò che contempla con l’immaginazione. Tale disposizione d’animo non è quella dell’uomo che aspiri alla conoscenza e alla libertà.

Naturali inclinazioni dell’animo umano.

« … il populo non desidera essere comandato né oppresso dà grandi, e li grandi desiderano e opprimere il populo… »[17]

Machiavelli.

Insomma, la ricerca della filosofia in termini singolari implica la ragione, quindi la libertà. Dunque, la verità e ogni possibile pregiudizio, in quanto nemico della verità, non sarà visto di buon occhio dalla vigile e felice mente del filosofo ma sarà riconosciuto come l’erbaccia nel prato verde, come un qualcosa da conoscere per creare un giusto rimedio.

Eppure, si sa, che la natura umana risulta cedevole di fronte all’abitudine e alla pigrizia perché l’uomo, intimamente conservativo con le cose come con le idee, si lascia condurre da ciò che ha sempre pensato o fatto per la sola ragione che con esse è sempre sopravvissuto. Bisogna dunque prendere atto di questo: l’uomo è per natura ben fatto, capace di agire liberamente dai preconcetti ché, per logora abitudine, offuscano le idee. Tutti gli uomini sono capaci di ragionare ed anche il più ignorante o il più ingenuo per difendere le sue tesi, istintivamente, fa appello alla ragione per rendere autorevole la sua credenza. Nel fatto solo che, anche sol in potenziale, tutta l’umanità potrebbe essere tutta una ragione è mostrata la grande bontà della natura umana. Ogni uomo può aspirare alla ragione e tutti desideriamo la libertà.

Ma la natura è sempre ambigua per l’uomo, ché la vede madre della gioia e della vita ma anche della sofferenza e della morte. Così, qualsiasi natura di qualsiasi cosa è ambigua, per l’uomo. Ed in questa realtà intima sta la ragione dell’inquietudine dei grandi ingegni, ché, meglio degli altri, sanno bene che se la natura umana è pur fatta bene, c’è però in se stessa la causa di grandi e piccoli mali. Infatti, sin tanto che l’uomo si lascia condurre dalle circostanze, mai sarà in grado di fare il bene per sé e per gli altri perché sarà condotto dalle circostanze e, come un nocchiero di una nave in tempesta, sarà costretto ad asservire la democrazia del caso.

L’ingenuo astuto ribatterà che, però, ciò non è garanzia di errore e possiamo dire: è vero, infatti il caso potrebbe fare anche il bene, seppure involontariamente. Ma questa è proprio un’ingenuità perché dal caso non si genera bene che a caso. Legge statistica vuole che si faccia ciò che è più probabile ed in quanto sono molto poche le cose che fanno bene all’uomo e tante che fanno male, tale legge vuole anche che l’uomo, a patto che conduca la sua vita a caso, faccia più male che bene.

Filosofia e politica: un unico problema sociale.

« … i molti ignorano che, senza codesto discorso per tutte le vie, è impossibile che la mente si imbatta nel vero »[18].

Platone.

Filosofia e politica: due attività sociali.

« Gli animi tuttavia non sono conquistati dalle armi ma dall’amore e dalla generosità »[19]

Spinoza.

Prima di tutto va capito che la filosofia e la politica, nella misura in cui volgono al bene dell’uomo, si pongono lo stesso problema e cercano di risolverlo a loro modo, in questo senso soltanto, è un problema quasi capzioso voler distinguere con troppa chiarezza dove inizi l’una e dove finisca l’altra.

Tuttavia una cosa è certa: se la filosofia è la ricerca spontanea della conoscenza, in quanto risultato dell’attività della mente, se la politica è la ricerca del buon governo allora filosofia e politica sono due “attività sociali”. Entrambe sono due attività solo umane e finalizzate solo al benessere e alla felicità degli uomini. Filosofia e politica sono rivolte alle società umane.

La società non è altro che la somma di individui reali e di ciò bisogna sempre ricordare. La “massa” non esiste, le società di massa non esistono. Esisto io, esisti tu, esiste lui, esistiamo io e te, non noi. L’individuo non è l’espressione maligna di un cancro sociale, ma semplicemente l’essere umano considerato nella sua irriducibile unità: egli è se stesso, egli è una conoscenza, egli è una mente.

La natura dei problemi sociali.

« Sebbene nulla di ciò che è opera dei mortali possa essere immortale, tuttavia, se gli uomini facessero uso della ragione che pretendono di avere, i loro Stati sarebbero al riparo almeno dalla rovina causata da mali interni »[20]

Hobbes.

Tutti i problemi sociali non sono altro che problemi di uomini, singoli, concreti e attingono esclusivamente all’uomo in quanto essere nel mondo. Le questioni sociali sono determinate dalla stessa natura umana e così o attingono all’uomo in quanto corpo o all’uomo in quanto mente. E’ evidente, in quanto la natura umana è duplice, che il problema corporeo si riflette sulla mente e viceversa e così i problemi sociali si sdoppiano sempre su una doppia superficie: i problemi sociali sono sempre di tipo comportamentale-corporeo, oppure attengono alla sfera intellettuale delle persone.

La natura dei problemi sociali è, nella loro essenza astratta, estremamente semplice, nella loro sostanza concreta, estremamente complessa e complicata. In generale, potremmo dire che sono delle contraddizioni in atto e niente di più e, come tali, causano sofferenza. Un corpo che necessita, e non ha, vive la contraddizione del bisogno inappagato e la mente del desiderio frustrato. Una mente incapace di raggiungere la soluzione di un problema si accascia sul peso di se stessa e vive la contraddizione dell’essere e del dover-essere. I problemi sociali sono null’altro che riflesso di problemi intimi dei singoli, non derivano da altro.

La causa della natura sociale dell’uomo.

« Ogni cosa, per quanto è in sé, si sforza di perseverare nel suo essere.

La forza con la quale ciascuna cosa si sforza di perseverare nel suo essere non è altro che la sua attuale essenza »[21].

Spinoza.

L’uomo è combattuto tra le due intime parti di sé: da una parte egli vive e necessita di cure, ovvero di proprietà di altri corpi, da un’altra parte egli vive per pensare e non può evitarlo.

Non si può ignorare che l’uomo si sforza in tutti i modi di sopravvivere e farebbe qualsiasi cosa per farlo. Ciò è apparentemente causa di soli mali: l’egoismo è in sé stesso invincibile, non ha eguali ed è manifesto a colui che non è stato abituato a credere che ciò sia il più grave dei mali. Questa sfaccettatura dell’animo umano è mostrata dalla natura possessiva dei bambini, volonterosi di stare al mondo più di qualunque adulto e più di qualunque adulto capaci di volere l’impossibile per se stessi.

Nella volontà di vita, però, sta anche la stessa volontà di associazione dell’essere umano che, senza di essa, non sentirebbe la necessità vincolante di stare in mezzo agli altri. Attraverso esperienze millenarie l’uomo ha acquisito che solo l’unione fa la forza, detto proverbiale che testimonia questa tendenza naturale, molto più forte nell’uomo che in tutte le altre creature del mondo. La volontà di associazione, quindi, nasce da questo bisogno evidente nella consapevolezza della necessità di unire le forze.

Ma come gestire la forza degli uomini uniti sotto il sacro vincolo della volontà di vita e di sopravvivenza reciproca? La strada dell’uomo è costellata di sangue e di fuoco proprio perché il vincolo “sacro” era meno vincolante di quel che potrebbe sembrare perché gli uomini, nel panico, si comportano come un formicaio impazzito: vagano a caso alla ricerca della salvezza. Per questo non si deve essere troppo severi con la storia dell’umanità perché essa non è altro che la manifestazione più chiara di come l’uomo difficilmente si sia adattato ad un ambiente di per sé non facile e sempre capace di rovesciarsi sugli uomini come il mare sulle nave.

Come il bolero di Ravel avanza lentamente e svolge il suo irresistibile movimento, anche la storia degli uomini, uniti ormai sotto una comunità, ha messo in evidenza un problema cruciale ed irrefutabile: come organizzarci? Di nuovo la domanda politica che non può che essere nata simultaneamente all’altra: come siamo fatti? Filosofia e politica sorgono assieme dall’animo umano l’una dall’interno e l’altra dall’esterno.

La solubilità dei problemi sociali.

« Concludo, adunque, che variando la fortuna, e stando gli  uomini  nei loro modi ostinati, sono felici quando concordano insieme, e, come discordano, infelici»[22]

Machiavelli.

Prima di passare all’ultima parte del discorso, volgiamo però un’inchiesta su una questione importante: se i problemi sociali sono problemi umani, se i problemi umani scaturiscono dalla sola natura umana che agisce nel mondo, allora tali problemi sono proprio inevitabili?

In fin dei conti nessuno sente un problema come tale sino a che non si rende conto che, prima o poi, vivrà una sofferenza. Questa può essere causata o da una privazione di forza del corpo o da un’incapacità della mente. Tutti i problemi, in ogni caso, possono essere spiegati, nella forma, come una contraddizione non sanata: da una parte stiamo noi, da un’altra parte sta ciò che ci nega. Ciò è testimoniato sia dalla sofferenza fisica, causata da una lacerazione o privazione della capacità del nostro fisico, sia dalla sofferenza intellettuale, causata dalla percezione di insufficienza o impotenza di fronte ad una realtà che ci opprime.

Ogni problema è una contraddizione irrisolta che stira la mente come due corde possono tirare il nostro corpo da due parti opposte. E, come tutti i problemi umani, anche le questioni sociali si giocano in termini di contraddizioni irrisolte. Le società umane si combattono proprio in virtù di decisioni opposte, semplicemente divergenti in qualche punto in comune. Le guerre si fanno in nome della volontà di vita sopraffatta dagli altri, per qualche motivo, spesso insignificante.

La percezione della contraddizione è il sintomo emotivo del fatto che il problema o non s’è risolto o non s’è visto ma i problemi si possono risolvere. Non ci sono rimedi per le contraddizioni che la conoscenza. Era mostra subito che la contraddizione non è altro che un toro che va preso per le corna, una biforcazione che va appianata attraverso la logica della coerenza. L’operazione implica la presa di coscienza che la contraddizione è la testimonianza di una proprietà mancante: se io ho tutto ciò che necessito allora sarò soddisfatto di me e del mondo. Ma io non ho spesso tutto ciò di cui necessito e dalle contraddizioni come manifestazioni di privazione, nascono tutte le finalità. Giacché nel fine sta la possibilità di risoluzione di ogni contraddizione, eccolo formarsi. Di conseguenza, la conoscenza di una contraddizione mostra sia la realtà della possibilità mancante, sia la necessità dei mezzi per raggiungerla. Ogni contraddizione offre in sé, nel suo atto conoscitivo consapevole la sua stessa soluzione.

Questo in caso di conoscenza adeguata. Ma se noi andiamo a braccetto col caso, che siamo incapaci di ragionare perché, magari, presi dal panico: saremo constretti ad affidarci al caso, le informazioni e abitudini sedimentate ed irriflesse. Come i naufraghi si appigliano a quel che possono, così gli uomini ignoranti coi loro pregiudizi. Ma i pregiudizi sono possibilità che annullano tutte le altre, rendono ciechi di fronte alla realtà e inibiscono la comprensione. Gli uomini ignoranti vengono travolti dalla loro stessa ignoranza perché, guidati come sono dal caso, essi partecipano alle loro disgrazie invece che tentare di arginarle.

L’unico fine lecito della filosofia e della politica.

Verso la chiarificazione del fine congiunto della filosofia e della politica.

« … in nessun modo ognuno può dimostrare il proprio valore e il proprio impegno meglio che nell’educare gli uomini affinché vivano finalmente sotto il dominio proprio della ragione  »[23]

Spinoza.

A questo punto è fin troppo chiaro da dove nascano i problemi degli uomini e come non debbono essere affrontarti. Se è indiscutibile che la vita sia dura e difficile, essa, a determinate condizioni, può anche essere gioiosa.

E’ evidente che non si possa fare a meno del potere, della gestione delle persone e delle cose perché è a partire da questa gestione, da questo controllo che si può cercare di vivere nel nome dell’umanità per l’umanità. Ma se lasciamo che l’uomo vada allo sbando, allora non ci rimane che attenerci alle leggi della più prosaica statistica della selezione naturale. L’uomo però è grande proprio perché non sta solo alle leggi della natura ma è in grado di sollevarsi sui ginocchi per tirar fuori la testa e così riuscire a vedere che può anche riconoscersi nella natura come uomo.

Questa operazione è garantita nella misura in cui l’uomo è capace di pensare e da ciò trae soddisfazione sia perché la conoscenza è premio a se stessa, come sanno tutti gli uomini che pensano, ma anche perché immunizza dalle contraddizioni. E se l’uomo è mente e corpo, le contraddizioni risolte nella mente non possono essere vissute dal corpo.

La politica quindi deve essere indirizzata a mettere a proprio agio l’uomo nel mondo, e, quindi, prima di tutto, verso la sopravvivenza del corpo che è il primo modo di inibire l’egoismo più spontaneo di quello. Ma ciò non basta. La politica non può fermarsi all’ovvietà della pancia piena, deve guardare anche l’uomo negli occhi e considerarlo non solo come corpo, quindi come un altro animale qualunque, ma anche come mente. E così il potere deve mettere a disposizione se stesso per la conoscenza.

Conoscenza è sinonimo di verità e questa amplia la libertà degli uomini, anzi, si può dire a pieno titolo che la libertà sia il riflesso esistenziale della verità. In questo modo, all’uomo non basta essere liberato dalle catene opprimenti della fame e della sete, ma deve anche essere messo in condizione di pensare, di “pensarsi”. Le persone sono rese cieche quando non conoscono e non sono in grado di discernere un altro uomo da un animale.

E tale stato di irriflessione ed ignoranza è quel criterio sufficiente che ha reso la schiavitù una realtà capace di resistere ai millenni. Infatti, gli schiavi erano solo uomini visti come cose, trattati come cose: un uomo nella piena proprietà di un altro uomo. Tale condizione sarebbe stata impensabile se gli uomini, da subito, avessero riflettuto sul fatto che un uomo è una anche mente e non solo un corpo. Ma questa constatazione, spesso, si fa solo per i propri simili, cioè per quelli che condividono gli stessi nostri pregiudizi, le nostre credenze. Le nazioni si sono spesso odiate perché gli uni mangiavano spaghetti e gli altri crauti e, peggio ancora, insetti. In fin dei conti, le nazioni, formate di singoli che credono in pregiudizi condivisi, non sono altro che definite, appunto, da credenze collettive, da collanti scoccianti e molto fragili, a ben guardare.

Ma se gli uomini avessero da subito ragionato avrebbero certamente capito che nell’altro uomo non può esserci una cosa, ma un amico e che dietro le credenze, ingenue, ignoranti, c’è dietro una persona in carne e ossa che respira, espira, gioisce e soffre. La ragione sa distinguere e non annulla l’individualità, ella è in noi e ci fa conoscere l’uomo e le cose.

Libertà e conoscenza, conoscenza e libertà, insomma, filosofia. Si, ma libertà e conoscenza ci fanno balzare gli occhi e sorridere, come se avessimo trovato una cosa inaspettatamente, venuta fuori chi sa da dove: libertà e conoscenza sono requisiti indispensabili per la filosofia, certo, ma pure per la politica come attività democratica.

La democrazia come emancipazione politica dell’uomo da uno stato di minorità pratica.

« Nello stato, a dominare sono lo spirito del popolo, i costumi, la legge. Qui l’uomo viene trattato come essere ragionevole, come libero, come persona… »[24]

Hegel.

La democrazia è il solo e unico modo che gli uomini nel tempo hanno trovato per mettersi d’accordo pur essendo in disaccordo. E’ triste ma il cammino della ragione è incerto ed incostante, come il cammino di uno zoppo. La ragione è infatti claudicante e sol perché ci vuole grande fermezza d’animo e grandissima conoscenza per rendersi conto che la ragione è quasi tutto nella vita. E “quasi” è solo la misura che essa richiede dal corpo per poter vivere. Così l’uomo non sempre ragiona e non tutti sono in grado di farlo, di fatto, nella pratica quotidiana.

Libertà e conoscenza, conoscenza e libertà, democrazia, filosofia. Si, ma fino a che punto? Purtroppo gli uomini testimoniano con la loro fitta storia che cosa sono stati nel tempo, nel bene e, in particolare, nel male. Ci rendiamo subito conto che di conoscenza ce n’è poca. E ce n’è sempre stata poca.

Ancora una volta bisogna stare molto attenti: forse oggi sappiamo molto più di ieri, forse molto meno di domani, ma questa frase non ha soggetto: il “noi” non è che un soggetto di una classe astratta. L’umanità in generale sa molto di più ma i singoli individui sono mediamente ignoranti e irrazionali, incapaci di elevarsi dalle ideologie o le fedi di giornata per la più serafica ma eterna ragione. La natura umana è tale e così non basta avanzare nel tempo per avanzare nella conoscenza: ogni generazione è un popolo nuovo da educare.

Ciò sembrerebbero gravi mancanze, e tale sono, infatti, ma una mancanza null’altro è che un fine! Ed ecco una risposta possibile a quello che dovrebbe essere il problema della filosofia e della politica: bisogna portare ogni singolo uomo, verso una condizione di maggiore conoscenza di sé e così aumentare la conoscenza di tutti. Conoscenza, quindi libertà, quindi soddisfazione e felicità.

L’alternativa è il caso degli eventi ed esso può essere brutale. Ma se la gestione politica è democratica, libera, allora può essere anche che gli uomini, seppur presi dall’ignoranza, possano ritrovare la loro ragione perché non vincolati a credere in una sola cosa. Se non ricondotti ad una sola voce l’uomo può trovare una sua strada. Non dall’unisono, come ricorda Beethoven nell’“Inno alla gioia”, ma da una splendida armonia polifonica che nasce un sublime maestoso canto. E l’uomo è capace di queste cose: l’uomo è capace di cantare inni di gioia.

Democrazia per la filosofia e la filosofia per la democrazia.

« In effetti, Platone e Aristotele soprattutto, tentarono di giustificare l’esistenza della schiavitù muovendo dalla premessa che gli schiavi erano non greci, ma barbari…»

Enciclopedia della Storia Antica Garzanti. Voce “schiavitù”.

Come l’uomo è in grado di cantare “inni di gioia” è anche capace di gridare odi di morte, di bruciare e stuprare la vita per la propria frustrazione interiore. La politica genera da sé controllo e il controllo implica legalità, necessaria, ma soprattutto ideologia e moralità, quindi estetica: tutte armi capaci di sopraffare la libertà degli uomini, avvinghiarla irrimediabilmente a ferree catene perché il pericolo maggiore è quello della fede cieca e insensibile.

Quando il potere è nelle mani di una schiera unilaterale diventa sordo ad ogni richiesta di aiuto da parte delle categorie diverse. Infatti il potere, che di per sé è irrazionale. Se sposato con una credenza, diventa padrone “teocratico” di ogni possibilità e le sue capacità sono grandi. La credenza in un uomo fa vedere il suo fratello diverso come un nemico, come non dotato di una mente autonoma perché lo stupido è facilmente associato ad un oggetto. Non è affatto un caso che i peggiori insulti siano proprio quelli che “reificano” gli altri e che ne cancellano l’individualità. La fede elimina ogni alternativa e l’altro uomo diventa il male contro il bene, la tentazione del male da esorcizzare.

E così le circostanze diventano ingovernabili, sotto lo scudo della credenza nulla di diverso è più creduto credibile e così si ritorna ad un istintualità irriflessa e pericolosa. L’individuo sparisce inghiottito dalla verità presunta e muore ogni principio razionale. Colui che comanda, per autorità consacrata dal tempo e dalla forza, regna su tutto e su tutti. Le cose e gli uomini vomitano contro i loro amici e fratelli e l’uomo per l’altro uomo diventa un mostro.

Tutto questo è il prezzo da pagare quando la conoscenza è ottenebrata dall’ignoranza, quando l’irrazionalità si sostituisce alla ragione. La barbarie è sempre dietro l’angolo nella storia degli uomini e con ciò è evidente una cosa: contro il totalitarismo e la plutocrazia non c’è rimedio migliore che conoscenza e libertà. Filosofia e democrazia, democrazia e filosofia dove inizia l’una e dove finisce l’altra non ha importanza ma l’importante è difendere la democrazia con la filosofia e la filosofia con la democrazia.



[1] I. Kant. Critica della ragion pratica. Traduzione di Francesco Capra. Laterza. Bari. 1997. P. 233.

[2] Citato da: Lettera a Meneceo. M. Trombino. Filosofia. Vol. 1.2., Dalle filosofie ellenistiche alla Scolastica. Poseidonia. Bologna. 1997. Pp. 4-7.

[3] J. Huizinga, L’autunno del Medioevo, traduzione di B. Jasink, BUR. 1995.

[4] Baruch Spinoza. Etica Dimostrata con metodo geometrico. Editori Riuniti. Roma. 1988. A cura di Emilia Giancotti. Appendice, Parte I.

[5] Foucault, Michel. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione. Einaudi Torino 1976. P. 257.

[6] Tocqueville. A. La democrazia in America. BUR. P. 160.

[7] Ivi. P. 163.

[8] Adorno-Horkeimer. Dialettica dell’illuminismo. Einaudi. Torino. Cap. “Concetto di illuminismo”.  P. 12.

[9] Locke J., Saggio sull’intelligenza umana. Laterza. Bari. 2001. P. 4.

[10] Ivi. P. 60.

[11] Da: Severino E.. Antologia filosofica. Edizione Mondo Libri. Milano. Pp. 17-20.

[12] Epicuro. Lettera a Meneceo. M. Trombino. Filosofia. Vol. 1.2., Dalle filosofie ellenistiche alla Scolastica. Poseidonia. Bologna. 1997. Pp. 4-7.

[13] Descartes R., Meditazioni Metafisiche, Traduzione e introduzione di Sergio Landucci, Collana de “Classici della filosofia con testo a fronte”. Editori Laterza. Roma-Bari. P 47.

[14] Hegel, Fenomenologia dello spirito. UTET. S. 435 Aggiunta P. 277  [ corsivo mio ].

[15] Machiavelli, Niccolò. Il principe. Oscar Mondadori. Milano. Cp. XV. P. 67.

[16] Berkeley, citato da: Rossi M. M. Introduzione a Berkeley, Laterza, Bari-Roma. P. 34.

[17] Machiavelli, Niccolò. Il principe. Oscar Mondadori. Milano. Cp IX, P. 42.

[18] Platone. Parmenide. Nella versione di Francesco Acri. Einaudi. Torino. 1970.

[19] Baruch Spinoza. Etica Dimostrata con metodo geometrico. Editori Riuniti. Roma. 1988. A cura di Emilia Giancotti P. 285.

[20] Hobbes. Leviatano. Laterza. Roma-Bari. 2004. 263.

[21] Baruch Spinoza. Etica Dimostrata con metodo geometrico. Editori Riuniti. Roma. 1988. A cura di Emilia Giancotti P.179.

[22] Machiavelli, Niccolò. Il principe. Oscar Mondadori. Milano. Cp. XXV P. 113.

[23] Baruch Spinoza. Etica Dimostrata con metodo geometrico. Editori Riuniti. Roma. 1988. A cura di Emilia Giancotti Parte V P. 332.

[24] Hegel. Fenomenologia dello spirito. Utet. Pag 274.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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