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Intenzione e convenzione negli atti linguistici. Analisi tra Strawson, Grice e Austin.

Di Giangiuseppe Pili.                               www.scuolafilosofica.com

 Introduzione.

Il nostro lavoro mira a mettere in luce la centralità della convenzione negli atti illocutori. Faremo questo solo dopo aver ricostruito i punti fondamentali del saggio di Strawson (1). Nella seconda parte (2) ci ripromettiamo di portare argomenti convincenti a favore della nostra tesi. Dopo aver posto le critiche, vediamo brevemente se ci siano ulteriori problemi della teoria di Austin non presi in considerazione (3). In fine terminiamo traendo le fila del discorso (4).

1. Breve ricostruzione del saggio di Strawson e modellizzazione.

Il fine del saggio di Strawson è analizzare e definire i problemi di ciò che Austin chiama “atto illocutorio”, in particolare chiarire i concetti fondamentali di forza e recezione. Secondo Austin, la forza dell’atto illocutorio è fissata per convenzione ed è resa manifesta dalla sin dalla sua enunciazione (atto locutorio): “E’ locutorio l’atto di dire qualcosa; è illocutorio l’atto che si esegue nel dire qualcosa: esso è ciò che si fa nel dire ciò che si dice”.[1] Fare un atto con le parole significa compiere qualcosa con esse, agire dicendo. In questo senso, bisogna distinguere due componenti fondamentali dell’azione, la causa dall’effetto. La causa è l’atto illocutorio e gli effetti sono i vari atti perlocutori:  “esso [l’atto illocutorio] va nettamente contrapposto alla produzione di certi effetti, intenzionali o meno, per mezzo d’un enunciato”.

Secondo Austin, perché un atto illocutorio sia soddisfatto, bisogna che esso venga riconosciuto, cioè si sia garantita la recezione: “Gli atti illocutori secondo Austin, devono «assicurarsi la recezione»: cioè il proferimento deve essere capito da un ascoltatore come avente un certo significato e una certa forza”[2]. Ciò è possibile perché l’atto è fissato da convenzioni, esso è “un atto convenzionale; un atto compiuto in quanto conforme a una convenzione”[3]. Sulla natura convenzionale che determina la realtà ed efficacia stessa degli atti linguistici in questione Austin è piuttosto vago, si limita a sostenere che “possiamo dire che […] è un uso convenzionale, nel senso che, come minimo, può essere reso esplicito dalla formula performativa”[4] e proprio su questo punto Strawson mette il dito e, almeno dal saggio in questione, sembra che Austin non dica molto di più in proposito.

Il problema della natura convenzionale degli atti illocutori è effettivamente centrale. La posta in gioco è molto alta: bisogna riuscire a spiegare come con le parole non ci limitiamo ad asserire enunciati, cioè occorrenze concrete di proposizioni. Austin mette in luce un aspetto fondamentale del linguaggio, più che in senso astratto, di come esso possa essere utilizzato e di come effettivamente ciò avvenga. Noi riusciamo a compiere azioni proferendo enunciati e spiegare come una frase proferita in un certo momento possa diventare causa di effetti (al di là, naturalmente, della perturbazione fisica dell’aria) non è affatto chiaro. Merito di Austin aver cercato di spiegare questo punto ed egli si è affidato in maniera centrale alla convenzionalità degli atti stessi.

Un atto illocutorio può esser concepito come causa efficiente di azioni perché tramite esso un parlante può domandare, ordinare, supplicare etc., in sostanza a seguito dell’illocuzione ci si aspetta una risposta a seguito della richiesta. L’aspettativa, in questo caso, deve essere letta in modo simile a quella che abbiamo quando riconosciamo un’attività familiare e regolare, per esempio, ci aspettiamo che un autista al semaforo rosso si fermi. Gli atti illocutori possono indurre chi li recepisce ad agire in modo conseguente, in modo da soddisfare la richiesta piuttosto che il contrario.

Il problema, però, è la nozione stessa di “recezione” dell’atto, cioè spiegare come ciò avvenga e cosa ciò significhi. Se non vien spiegato questo, si rischia di non riuscire più a distinguere un atto illocutorio dal solo proferimento di una frase, cioè l’atto locutorio. Secondo Strawson, la nozione di convenzionalità dell’atto illocutorio non basta a dar conto di cosa sia effettivamente la sua recezione e questa opinione è condivisa da Marina Sbisà:

“Di questi tre effetti [dell’atto illocutorio] il secondo e centrale si richiama nuovamente alla nozione di convenzionalità, ma in modo poco chiaro per l’insufficiente e fuorviante esemplificazione. L’unico esempio portato da Austin è il caso del battesimo della nave (…). La particolarità dell’esempio sembra indicare che si tratta di un tipo di effetto non di interesse generale, ma proprio soltanto alcuni atti illocutori specificamente legati a rituali sociali”[5].

Strawson trova il punto archimedeo spostando la questione su un altro perno: l’intenzione del parlante. Questa idea è sostenuta e ripresa anche da Searle e altri autori influenti.

Strawson si richiama esplicitamente a Grice per quanto riguarda la nozione di significato delle proposizioni, sebbene si riservi la possibilità di aggiungere una clausola. Secondo lui, infatti, l’analisi di Grice poneva tre condizioni, tutte necessarie, ma non ancora sufficienti. Per riportare le parole dello stesso Grice: “Il parlante P vuole dire o significa qualcosa mediante l’enunciato E (proferendo l’enunciato E)” equivale a “P ha l’intenzione che il proferimento di E produca un certo effetto in D grazie al riconoscimento di questa intenzione (e che il riconoscimento da parte di D dell’intenzione di P funzioni, almeno in parte, come ragione perché l’enunciato produca il suo effetto)”[6].

 Strawson riconosce anche che la sua correzione non è ancora in grado di tener conto di tutti i possibili casi e, secondo lui, è possibile costruire contro esempi efficaci alla sua stessa proposta. Come fa correttamente osservare, il punto sta nella plausibilità della concezione di fondo più che nei dettagli correggibili. Lo slittamento dal punto dalla convenzionalità a quello dell’intenzionalità del parlante nel proferire atti linguistici illocutori è suggerita dal fatto che esistono, secondo Strawson, degli atti illocutori che esauriscono la loro forza nella sola recezione del significato: capire l’enunciato esaurisce la sua stessa forza, se ne afferra l’uso. Egli fa osservare che in questi casi non esistono delle norme fisse che stabiliscano a priori come bisogna comportarsi. Strawson fa l’esempio della supplica dove l’enunciato:

(1)   “Rimani qui”.

a seconda di come venga espresso e dal contesto, può essere sia un atto di supplica che un ordine e la recezione dell’illocuzione vera e propria risiede esclusivamente nella comprensione dell’intenzione del parlante. Così se con (1) il parlante intendeva ordinare a qualcuno di rimanere nel posto allora egli aveva proferito un ordine, viceversa se con la stessa frase, il parlante avesse voluto intendere (e avesse anche fatto in mondo che il destinatario riconoscesse le sue intenzioni) una supplica allora l’aveva effettivamente compiuta. Strawson sostiene proprio che il problema della recezione è fondamentale soprattutto nei casi in cui non ci siano delle convenzioni prefissate dalla società e ne conclude che la forza illocutoria risiede semplicemente nella ricognizione dell’intenzione del parlante. Questa soluzione non ci appare del tutto soddisfacente per diverse ragioni che saranno esposte nella terza del seguente lavoro. In questa sezione, ci limitiamo a riportare nella sostanza il punto di vista dell’autore.

            Un altro punto a favore della posizione di Strawson è che si può chiedere all’agente dell’atto illocutorio cosa voglia effettivamente da esso. Per esempio, un uomo già mezzo sbronzo entra in un bar dal nome “Il puritano”:

            Beone: “Vorrei da bere”.

            Barista: “Vuole dell’acqua tonica o un caffè?”

La richiesta del barista è quella di sincerarsi sulle intenzioni del suo avventore. Infatti, non è specificato l’oggetto del “bere” e ciò rende impossibile al barista soddisfare la richiesta dell’atto illocutorio compiuto.

Un altro punto importante è il seguente: le intenzioni del parlante sono confessabili, cioè gli si può legittimamente chiedere cosa egli voglia proferendo un determinato enunciato. Questo segue, in un certo senso, dall’argomento precedente. Infatti, spesso non c’è solo bisogno di chiedere conferma per comprendere un l’enunciato (giacché, con Grice, capire un enunciato significa riconoscere le intenzioni di proferimento del parlante) e, di conseguenza, può essere fondamentale sapere cosa uno voglia intendere, ma anche di sapere se il parlante faccia sul serio o se non si sia sbagliato. Prendiamo il seguente esempio ispirato ad un episodio del film “Orizzonti di gloria”. Il comandante vede che i propri soldati sono troppo atterriti per lanciarsi tra le fila nemiche e impartisce il seguente ordine:

Comandante: “Fate fuoco sul punto x”.

Soldato: “Comandante, il punto x è quello delle nostre linee. Perché devo eseguire l’ordine”.

Comandante: “Così quei maledetti andranno a combattere”.

La chiarificazione dell’intenzione da parte del comandante è implicata dalla manifestabilità dell’intenzione dell’atto illocutorio, secondo Strawson. L’intenzione può essere manifestata, se necessario.

In sintesi: se ci si assicura la ricezione dell’atto illocutorio (Austin) allora è riconosciuta l’intenzione del parlante (Grice). La costruzione del condizionale è, naturalmente, di Strawson.

Spostato il problema alla recezione del significato nei termini della comprensione dell’intenzione, sembrerebbe che Strawson non lasci molto spazio alla convenzionalità. Ciò non è vero. Egli passa in rassegna tutti i casi in cui l’analisi convenzionale austiniana non fa alcuna difficoltà. Senza elencare gli esempi, basti dire che l’insieme è costituito da tutte e le sole formulazioni verbali rigidamente fissate istituzionalmente, come il giudicare innocente di una giuria. In questi casi Strawson riconosce che la convenzionalità costituisce nell’essenziale le regole per codificare e decodificare gli atti illocutori, tuttavia fa notare che questi sono casi limite, casi tutto sommato rari rispetto all’uso ordinario del linguaggio. Ciò non toglie che essi ci sono e ciò consente a Strawson di ricondurre a due grandi categorie tutti gli atti illocutori. L’insieme di questi atti è definito in base al modo attraverso cui gli atti sono recepiti, o mediante intenzione o mediante convenzione. In realtà, giustamente l’autore del saggio rileva che le due categorie segnano i limiti estremi e non la norma: generalmente ci sono sia componenti intenzionali che convenzionali. Chiudendo il paragrafo con le parole di Strawson: “Ma questo contrasto così netto ha qualcosa di fuorviante; e sarebbe sicuramente sbagliato supporre che tutti i casi rientrino chiaramente e ordinatamente in una di queste due classi”.

1.2. Modellizzazione dei punti nodali del saggio di Strawson.

Prima di tutto, diamo una definizione di atto illocutorio il cui riconoscimento avviene mediante la sola comprensione dell’intenzione del parlante:

Un atto illocutorio si dice “intenzionale”[7] se e solo se

  1. la sua forza si esaurisce nel significato di un enunciato,
  2. la comprensione del significato segue l’analisi griceana.

Dunque veniamo alle condizioni del punto 2.. Un enunciato è compreso se e solo se

                    i.            P intende produrre in D una certa risposta y tramite l’enunciato x,

                  ii.            P intende far riconoscere a D la propria intenzione (i),

                iii.            Il riconoscimento di (i) è sufficiente a D a far comprendere le ragioni del proferimento di x di D.

                iv.            D deve riconoscere l’intenzione di P.[8]

A questo punto possiamo definire l’atto illocutorio convenzionale, cioè la cui recezione ed esecuzione è definita da convenzioni. Lo faremo mediante l’analisi di Sbisà che definisce l’atto in funzione dei suoi effetti:

Austin specifica tre tipi di effetti con cui l’atto illocutorio è connesso (1962: 87):

-l’assicurarsi la recezione, cioè il produrre la comprensione del significato e della forza dell’atto linguistico: senza che quest’effetto sia ottenuto, l’atto illocutorio non può dirsi effettivamente compiuto;

– l’entrata in vigore convenzionale, cioè la produzione di uno stato di cose in modo diverso dal produrre un cambiamento nel corso naturale degli eventi; questo è, verosimilmente, l’effetto che in caso di grave infelicità viene annullato;

-la sollecitazione di una risposta o seguito, cioè il fatto che l’atto invita un certo tipo di comportamento successivo da parte di uno dei partecipanti; se l’invito è accolto, ne seguono ulteriori atti da parte di quest’ultimi.[9]

Si noti che abbiamo definito l’atto illocutorio convenzionale secondo la concezione di Austin, che assumiamo non ritenga molto importante l’intenzionalità nel ruolo dell’esecuzione e della recezione dell’atto stesso. Questa interpretazione, che considera l’atto illocutorio austiniano come quello della categoria degli atti convenzionali “puri” di Strawson, ci è stata suggerita sia dall’interpretazione di Strawson stesso che dalle conferme degli altri autori (Sbisà prima di tutti).

2. I problemi della proposta di Strawson.

2.1 Prendiamo sul serio la convenzione.

Strawson scrosta l’apparente sicurezza della concezione di Austin aprendo un problema: cosa significa che un atto illocutorio è tale perché è definito da convenzioni? Non è affatto chiaro. Se è vero che la definizione è un fatto di sinonimia allora basta che il definendum sia oscuro che tutta la certezza si sgretola. Ed è ciò che accade in questo caso con la nozione di “convenzione”. Se ci limitiamo a ciò che sappiamo da Austin, questa parola può significare ben poco. Il filosofo oxoniense si limita a dire che un atto illocutorio è convenzionale quanto meno perché può essere espresso mediante un enunciato performativo, il che è evidentemente troppo restrittivo e Strawson lo mostra chiaramente.

Austin si limita a dir poco o nulla e ciò è un fatto. Ma il problema non è risolto dalla proposta di Strawson e ci impegneremo a sostenerlo. In generale, il punto è come rendere un proferimento linguistico simile ad una causa efficiente, cioè bisogna riuscire a spiegare come da una semplice frase segua un’azione. Il caso più intuitivo è l’ordine.

Il problema non è solamente distinguere un atto illocutorio da un semplice locutorio, quanto ciò che esso implica. L’atto illocutorio è causa di atti perlocutori, sebbene non sia riassumibile in essi. Quanto possa essere lecito caratterizzare una causa nel senso dei suoi effetti è mostrato dal fatto che molto spesso noi descriviamo le azioni in funzione delle loro conseguenze. Per esempio, dire che “il coltello è uno strumento tagliente utilizzato in cucina” è definire l’oggetto “coltello” in base ai suoi effetti applicativi. Per tanto, se si ammette l’esistenza di atti perlocutori, bisogna ammettere l’esistenza di atti illocutori. In sostanza, bisogna mantenere sia la distinzione tra locuzione e illocuzione, ma anche tra illocuzione e perlocuzione. Questa precisazione è preliminare al punto nodale della faccenda: si può dire che l’esecuzione di un atto illocutorio sia esaurito dalla ricognizione del significato intenzionale dei termini e non, piuttosto, da convenzioni? Riformuliamo il problema: un atto illocutorio è una causa di effetti (atti perlocutori) a seguito della recezione dell’intenzione di un parlante da parte di un destinatario?

(2)   Spara!

Nel caso di  (2) ciò dovrebbe essere automatico giacché l’intenzione è palesata in modo piuttosto evidente e senza ambiguità di sorta: l’azione da compiere, non l’oggetto dell’atto dello sparare, è evidente. Secondo Strawson ciò costituisce l’esaurimento di tutta la forza illocutoria di (2). Ma il solo fatto di sapere che (2) significa “premi il grilletto in modo tale da colpire il bersaglio” secondo l’intenzione del parlante esaurisce il valore intenzionale della frase ma non implica alcuna azione. Chi riconosce (2) come un atto illocutorio dovrebbe agire di conseguenza per il solo fatto di sapere perché (2) è stato espresso ma questo è molto spesso falso. Infatti, un soggetto in genere segue le volontà di un altro solo quando egli concorda (in senso lato) con le intenzioni di quello, non altrimenti, se non costretto. Ciò significa che un soldato, salvo casi di devianza mentale, non dovrebbe mai adempiere al proprio dovere se stesse solo agli ordini dei superiori. Ciò vale anche in casi molto più deboli. Dietro ad una richiesta, anche minimale, sta sempre un’autorità e un’autorità non è una proprietà che nasce dalle intenzioni giacché, se così fosse, nella clinica in cui tutti sono Napoleone e Giulio Cesare ci sarebbe l’imbarazzo della scelta a trovare autorevoli volontà. Dietro un atto illocutorio sta sempre una autorità e questa non nasce mai dall’intenzione ma da convenzione.

E’ un fatto di costruzione culturale, sociale e (solo in casi limite) istituzionale che alcuni individui siano riconosciuti come autorità. Il riconoscimento dell’autorità non dipende dal fatto che io intenda farlo, quanto dal fatto che chi proferisce enunciati abbia determinate proprietà, attribuite da convenzioni, per agire come dice. Anche l’autorità è soggetta a variazioni di grado e si instaura di volta in volta. Se dico:

(3)   Passami il sale.

Sto proferendo un enunciato usato in modo tale che chi mi ascolta riconosca me come portatore di una certa autorità per farlo. Se (3) fosse pronunciata dal mio peggior nemico difficilmente otterrebbe soddisfazione proprio perché ad egli non attribuirei alcuna autorità per darmi ordini. Tuttavia se fossi un ottimo cristiano lo accontenterei perché le mie norme morali non mi consentono di rifiutare. Come si vede, le convenzioni sul chi e come vincolano gli atti illocutori in modo molto più massiccio e sotterraneo di quanto non sembri. E’ interessante osservare che enunciati come (3) siano da esprimere secondo modi convenzionalmente fissati, altrimenti l’autorità non viene riconosciuta come valida. In altre parole, la convenzione non riguarda solo la fonte della richiesta ma anche il modo attraverso cui essa debba essere espressa, questo anche Strawson era disposto a riconoscerlo. Ciò su cui non si può concordare è il fatto che la sola ricognizione delle intenzioni altrui basti a motivare il destinatario ad agire. Se Strawson avesse mostrato interesse al problema dell’autorità in modo diverso da quello convenzionale, avrebbe indicato un modo alternativo di risolvere il problema. Non è impossibile sostenere che chi proferisce (3) è riconosciuto immediatamente come un’autorità  in virtù della sola intenzione ma ciò non è neanche preso in considerazione da Strawson.

Ma abbiamo un altro motivo di dubitare della motivazione fondata sull’intenzione. Facciamo un esempio. Prendiamo di essere invitati a cena da un amico. Alla fine della serata noi siamo ancora molto svegli e quello, invece, non vede l’ora di vederci andar via. Per far ciò, essendo un uomo garbato, dice:

(4)   Si è fatto tardi.

Noi riconosciamo subito l’intenzione dell’invito, ma preferiamo rimanere ancora a chiacchierare, facendo finta di non aver riconosciuto l’intenzione. Siamo di fronte ad un caso “soft” in cui si riconosce l’intenzione senza per questo alzare un dito per soddisfarla.

Strawson porta l’esempio dell’avvertimento per sostanziare l’idea che non ci siano modi convenzionali e prefissati per suscitare in qualcuno delle reazioni. La frase era:

(5)   Il ghiaccio è sottilissimo.

L’enunciato è stato proferito in presenza di un pattinatore. Strawson sottolinea che questo enunciato è un avvertimento ma non è così chiaro perché bisogni prestargli fede. Ancora una volta, noi siamo disposti ad attribuirgli credito solo a condizione che chi dice (5) non sia, per esempio, una persona che ha visto il ghiaccio da molto lontano o in condizioni psicofisiche deviate. In altre parole, prestiamo fede solo se non siamo messi nella condizione di dubitare della sua autorità, definita da parametri intuitivi. Ma è bene sottolineare che la fiducia scaturisce sempre da un’autorità. In questo caso, essa dipende dalla credenza espressa del parlante riconosciuta come affidabile dal destinatario. Inoltre, a seconda di chi pronuncia (5) varia anche la nostra disposizione ad interpretare l’intenzione del proferimento, da frase dichiarativa ad avvertimento.

L’affidabilità, come abbiamo detto, è definita da parametri. Dunque, mettiamo che la pattinatrice sia Piperita Patty e chi proferisce l’enunciato sia Snoopy. Piperita farebbe bene a fidarsi di un cane che parla? Secondo i nostri parametri, un bracchetto parlante non sarebbe una buona autorità sullo spessore del ghiaccio. Se, dunque, Piperita ascolta Snoopy con tutta probabilità sarebbe indotta a credere che (5) è un atto locutorio senza alcuna valenza illocutoria, ciò indipendentemente dalle intenzioni di Snoopy. Ma, se fossimo in una cultura in cui il sommo dio è un cane che parla, le cose si invertirebbero.

Si può sostenere che la nostra capacità ad attribuire autorità a chi esprime atti illocutori non sia naturale perché indotta da pratiche sociali. Infatti, non bisogna confondere il fatto della naturalezza dalla naturalità. Quando gioco a calcio non mi domando mai se l’arbitro sia effettivamente autorizzato ad ammonirmi perché sono talmente avvezzo al gioco che non sono più in grado di distinguere la convenzione dalla realtà pura. Questo avviene assai spesso.

Così quando vivo in società, vengo sin da subito abituato a riconoscere autorità e situazioni che conferiscono autorità. Per esempio, se qualcuno mi dice di stare attento perché il nemico può sparare, spontaneamente sono portato ad ascoltarlo e riconoscere l’atto illocutorio a seguito del fatto sono in un contesto di pericolo. Ma se quel qualcuno proferisce la medesima frase in casa mia, quanto meno mi metto a ridere, soprattutto se credo che egli pensi il pericolo genuino. La stessa definizione di “pazzia” e di “normalità” è un fatto di convenzioni, secondo l’influente opinione di Foucault.

L’intenzione non motiva l’azione (del destinatario) al contrario dell’autorità perché la non soddisfazione di un atto illocutorio ha conseguenze dirette e indirette su chi si rifiuta di renderlo felice. Ciò può avvenire in molti modi, anche questi fissati o da regole di buon senso o da leggi istituzionali. Se un amico si rifiuta di passarmi il sale, sono autorizzato a infastidirmi (se così si può dire). Ma se prendo un coltello e infilzo il mio amico nulla varrà dire al poliziotto che egli non mi aveva passato il sale! Per dirla rozzamente “ci sono modi e modi”, determinati da convenzioni in tutti i sensi.

Dunque, esistono delle regole sociali per riconoscere i contesti e ciò non nasce in sé dal contesto.[10] Il caso di pericolo è un buon esempio perché assai spesso, e per fortuna, non siamo edotti dei pericoli potenziali che corriamo e, per tale ragione, c’è chi ci avvisa (basti pensare a quanti cartelli stradali di pericolo esistono). L’educazione è soprattutto un fatto di convenzioni secondo David Hume.

L’autorità assunta per convenzione dall’atto illocutorio (riconosciuta prima o nel momento stesso dell’esecuzione) vincola la responsabilità di chi lo compie. Ma perché siamo responsabili di atti? Questo non dipende, se non in modo limitato, dall’intenzione. Infatti, la colpa di chi dice “Stupra!, Stupra!” è nel dire ciò che dice, indipendentemente dal fatto che egli stia pensando a tutt’altro. Infatti, come nel caso di atti generici, anche nel caso degli atti linguistici ciò che conta (e ciò di cui veniamo imputati) non è ciò che riteniamo ma di ciò che facciamo. Dunque, la responsabilità e il suo limite non è prefissato a priori, ma a posteriori, essa nasce, segue e si quantifica dalla legge (rigida, elastica, morale, statale, sociale…).

Un atto illocutorio non può essere espresso che in un uso “normale” del linguaggio, cioè in casi in cui si riconosca agli enunciati non solo la locuzione “pura” ma anche la loro forza. Il passaggio da uso “normale” a “eziolato” del linguaggio può avvenire in molti modi, ma risulta evidente. Ciò che distingue i due diversi usi linguistici è proprio il fatto che nel linguaggio “normale” il soggetto esprime sempre degli atti e “le sue parole possano essere ritorte contro”. Questo avviene anche nelle comunicazioni più normali. Facciamo un esempio:

Ragazza: “Devo fare una presentazione. La sto facendo in inglese”.

Ragazzo: “In inglese? Ma se non sai neanche parlare in italiano!”

La ragazza ci rimane male indipendentemente dal fatto che il ragazzo abbia scherzato e può dire, giustamente, che sebbene sappia che il ragazzo abbia proferito l’infelice frase in modo giocoso ciò non toglie che egli abbia detto ciò che ha detto. Come si vede, addirittura lo scherzo è fissato da regole tali per cui se esse sono violate si passa all’insulto. Anche questo genere di regole è fissato da convenzioni e non dalla manifestazione di intenzioni. Ci sono culture che riconoscono giochi cose a cui non siamo abituati a considerare come tali.

Il proferimento di atti illocutori è fissato da convenzioni anche nei casi in cui meno appare, come nel caso del saluto o della galanteria. Il linguaggio è innervato di cultura ed il fatto che siamo immersi in essa ci distoglie dalla possibilità di notarlo. Questo diventa subito evidente quando ci spostiamo in paesi di cultura diversa o in epoche lontane dalla nostra. Per esempio, se pranzo alla corte della regina d’Inghilterra e mangio con le mani, come minimo causo un forte imbarazzo. Ma se tornassi nel medioevo, nella medesima corte, nessuno avrebbe mai notato un’offesa al buon costume. Nel linguaggio si danno casi di questo tipo e non è un caso che Austin dica esplicitamente che un atto illocutorio possa essere compiuto anche senza proferimento verbale.

 Altro sintomo del fatto che le convenzioni ci tallonino fastidiosamente è dato dal bel romanzo di Jack London, dove il protagonista, che da il nome al libro, Martin Eden, si rende conto della distinzione sociale che intercorre tra lui e la sua amata proprio dal fatto che egli “non riesce a parlare la sua lingua”. Addirittura in conversazioni banali si annidano i “modi di esprimersi” che implicano delle differenze importanti nella espressione/recezione degli atti stessi. Già Grice aveva notato ciò quando diceva: “Ci sono, naturalmente, massime di tanti altri tipi (estetiche, sociali, o morali), come “sii cortese”, le quali di norma sono anch’esse osservate dai partecipanti agli scambi linguistici…”.[11] Per Strawson sembra che esista una sorta di “pangea linguistica” dove le convenzioni sono rilevanti in modo sostanziale solo nei contesti istituzionali rigidi. In realtà, quanto siano “pochi” questi contesti è molto discutibile.

Inoltre, nella scrittura esistono una serie di regole da seguire e basta studiare un po’ di letteratura italiana (i maestri della legalità linguistica) per rendersene conto. Si può forse sostenere che nella scrittura sia molto più rilevante l’insieme di convenzioni che non le intenzioni dello scrittore: basti pensare a quanto sia importante la convenzione nella letteratura poliziesca  (Christie, Van Dine, Gardner, Stout, Ellery Queen etc.)[12], un genere nato dal basso e non dalla letteratura colta, dunque, non da convenzioni prefissate, come la poesia.

Anche nel darsi delle arie i modi contano. Facciamo un esempio:

(6) Io sono un genio, a differenza di Kant, che era un fesso.

(7) Nonostante tutto, non conosco ancora Tucidide a memoria.

La differenza tra (6) e (7) è evidente: in entrambi i casi ci troviamo di fronte ad un darsi delle arie, ma nel caso di (6) l’atto illocutorio ottiene degli effetti negativi, nel secondo caso degli effetti positivi. Non è difficile dimostrare che ciò sia dovuto non già ad un fatto di intenzione (ché è la stessa) ma di modo di dire convenzionalmente accettabile.

2.2 Tutti i punti a sostegno della convenzione negli atti illocutori.

In primo luogo, diamo un elenco esaustivo delle ragioni per cui bisogna riconsiderare con più cautela il problema delle convenzioni:

  1. L’autorità nasce dalla convenzione e non dall’intenzione.
  2. La motivazione del destinatario segue dall’assunzione dell’autorità del parlante. L’autorità del parlante è assunta per via convenzionale, dunque la motivazione alla risposta è determinata dalla convenzionalità dell’atto, non dall’intenzione.
  3. I modi di esecuzione dell’atto illocutorio sono fissati da regole, in un linguaggio “normale”.
  4. Il riconoscimento dei contesti d’uso degli atti linguistici si apprendono, variano da epoca a epoca e da società a società. Cioè sono contesti in cui valgono convenzioni diverse.
  5. I vincoli e i limiti della responsabilità sono fissate da norme.
  6. Le conseguenze dell’insoddisfazione dell’atto illocutorio (l’assenza degli atti perlocutori) sono fissate da regole prestabilite.

Possiamo così distinguere diversi tipi di “convenzione”, tutti inerenti al problema dell’esecuzione/recezione degli atti illocutori:

        i.            Convenzioni istituzionali rigide (i.i) e convenzioni istituzionali elastiche (i.ii),

      ii.            Convenzioni di educazione,

    iii.            Convenzioni di usi sociali (buon costume), precetti religiosi, morali etc.,

3. Considerazioni sulla teoria di Austin.

Il problema del ruolo dell’intenzione non è così cristallino e risolto alla luce del fatto che c’è, in realtà, molta convenzionalità nell’uso del nostro linguaggio. Un punto importante sarebbe riuscire a sancire una distinzione, se non netta comunque plausibile, tra uso “normale” e uso “eziolato” del linguaggio.

            Alcuni problemi della posizione di Austin meritano di essere almeno enunciati. Intanto deve esistere una certa relazione tra la “verità” (categoria semantica) di un enunciato e l’atto illocutorio veicolato. Riprendiamo, modificando, l’esempio del comandante:

Comandante: “Sparate sulle linee nemiche, al punto x”.

Soldato: “Il punto x non è quello delle linee nemiche, ma il nostro”.

Un altro esempio è quello del ghiaccio. Ricordiamo: “Il ghiaccio è sottilissimo”. Se il ghiaccio non è sottilissimo e ciò è evidente a tutti (magari non è ghiaccio), l’atto illocutorio fallisce immediatamente.

Altro punto interessante messo in luce dall’analisi di Austin comparata con il punto di vista di Strawson è che considerare il linguaggio come un atto implica la possibilità di vederla con due punti di vista molto diversi: in prima e in terza persona. E’ probabile che i due filosofi fossero gli enunciatori di un punto di vista opposto. Questa è solo una proposta.

4. Conclusioni.

Il saggio di Strawson mette in rilievo un aspetto importante, cioè il ruolo dell’intenzionalità nell’esecuzione degli atti linguistici. Tuttavia egli sottovaluta il peso massiccio della convenzione che, come abbiamo cercato di mostrare, irradia il nostro modo di utilizzare il linguaggio anche perché assai spesso le nostre intenzioni diventano manifeste solo all’interno di convenzioni che ne sanciscono i limiti e le possibilità.

Inoltre, come abbiamo fatto notare, che un destinatario comprenda le intenzioni di un parlante di per sé non implica che egli sia disposto ad agire per soddisfare le richieste (qualunque esse siano) di chi proferisce l’atto.

In fine, se è un fatto che Austin non ci dice poi molto sul ruolo della convenzione, è pur vero che bisogna prendere sul serio la sua posizione. Riuscire a vedere le cose non con gli occhi interni del soggetto, ma con l’occhio imperscrutabile del giudice imparziale (sociale, religioso, arbitro di gioco, di galateo etc.)  può aiutarci a capire molto su come noi utilizziamo le parole e di come queste abbiano davvero un peso, indipendentemente dalle nostre intenzioni.

Bibliografia.

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Grice P., Logica e conversazione, In Filosofia del linguaggio, Raffaello Cortina, Milano, 2003.

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Saul J., Speaker Meaning, What is said and What is implicate. Nous, 2002.

Sbisà, Linguaggio, ragione, interazione. Per una pragmatica degli atti linguistici., Edizione digitale: EUT Edizioni Università di Trieste, 2009.

Sbisà, Teoria degli atti linguistici, edizione digitale.

Strawson P.,  «Intention and Convention in Speech Acts», Philosophical Review, 73, pp. 439-460, trad. it. «Intenzione e convenzione negli atti linguistici», in Sbisà (a cura di) 1978, pp. 81-102.



[1] Strawson P. F., Intenzione e convenzione negli atti linguistici, in Gli atti linguistici. Aspetti e problemi di filosofia del linguaggio; a cura di Marina Sbisà, Feltrinelli, Milano, p. 83.

[2] Sbisà M., Linguaggio, ragione, interazione. Per una pragmatica degli atti linguistici. Edizione digitale: EUT Edizioni Università di Trieste, 2009 p. 48.

[3] Ivi., p. 83.

[4] Ivi., p. 84.

[5] Sbisà, Teoria degli atti linguistici, edizione digitale, p. 9.

[6] Bianchi C., Pragmatica cognitiva, Laterza, Roma-Bari, 2009, p. 17.

[7] Questa formula imperfetta sembra suggerire l’idea che un atto illocutorio il cui uso è fissato da convenzioni non sia un atto intenzionale. Ciò, naturalmente è falso, ma utilizziamo le parole in questo senso solo per comodità, in modo da render ancor più manifesta la distinzione.

[8] Quest’ultima clausola è un aggiunta di Strawson.

[9] Sbisà, Teoria degli atti linguistici, edizione digitale. p. 9.

[10] E’ curioso come sulla nozione di contesto ci sia l’idea “scatola” che da esso segua tutto giacché quasi sempre quando si dice che un’espressione si disambigua da sola in base al contesto (questo è solo un caso specifico) sembra che si sia risolto il problema. Ma come noi riconosciamo un contesto da un altro, perché dal riconoscimento segua qualcosa e così via non è stato chiarito da gran parte delle analisi che sottendono il concetto scatola di “contesto”. La teoria della pertinenza ne fa a meno, sebbene non sia del tutto immune da problemi simili.

[11] Grice P.H., Logica e conversazione, in Filosofia del linguaggio, a cura di Casalegno Raffaello Cortina, Milano, 2003 P., 230. Corsivo mio.

[12] Il giallo classico è stato un genere talmente stereotipato che S.S. Van Dine ne aveva codificato le “regole” di scrittura.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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