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Waka Waka (This time for Africa). Ovvero uno studio su un risultato vincente dell’industria culturale di massa.

Questa breve analisi vuole mostrare due proprietà importanti della canzone Waka Waka (This time for Africa): primo, si tratta di un prodotto dell’industria culturale e, come tale, va considerata sul piano della lavorazione prim’ancora che del livello estetico; secondo, che essa è stata una progettazione complessa programmata per essere un “contenuto culturale vincente”, vale a dire capace di attirare l’attenzione di milioni di individui.

Un prodotto dell’industria culturale è un qualunque artefatto che contiene informazioni con il solo scopo di un guadagno, sia esso economico o di prestigio, o di entrambi. Se la definizione proposta è vaga, è solo perché la produzione dell’industria culturale è, di per sé, molto variegata e include molti artefatti culturali di genere molto diverso. La principale caratteristica, però, rimane il fine: se ogni opera d’arte deve avere un fruitore potenziale, ciò non vuol dire che essa abbia come scopo un guadagno, inteso come la massimizzazione di un’utilità tangibile. Assumiamo che l’Arte, distinta, in ciò, dalla pura produzione di artefatti culturali, sia la produzione di opere belle, cioè rimarchevoli da un punto di vista estetico. Allo stesso modo, assumiamo che la produzione di Conoscenza, in qualsiasi forma essa si presenti, sia slegata dal guadagno, come l’abbiamo precedentemente definito. In questo senso, possiamo parlare dei contenuti dei prodotti dell’industria culturale come degli artefatti informativi che non hanno come scopo né la produzione di opere esteticamente rimarchevoli, né di opere conoscitivamente rilevanti, ma solo artefatti (perché prodotti da individui attraverso strumenti) informativi (perché hanno come contenuto un materiale da consumare a livello mentale) il cui scopo è divertire lo spettatore e far avere vantaggi al produttore.

Possiamo considerare Waka Waka (This is time for Africa) (da ora solo Waka Waka) come un “contenuto culturale vincente” dal numero delle visite su youtube (a oggi -19.04.2012- si contano 461 milioni (!) di entrate dal giugno 2010) e dalla sua precedente diffusione nei principali mezzi di diffusione delle informazioni (televisione, radio, internet, per considerare i principali). 461 milioni di entrate in meno di due anni equivalgono, arrotondando a due anni, a 19 milioni e 200 mila entrate al mese, per più di 600 mila entrate al giorno. Si tenga presente che questi numeri tengono conto esclusivamente di chi ascolta Waka Waka su youtube, e non di chi ha sentito la canzone alla radio, alla televisione, in strada, sul computer, su cd etc., il che farebbe salire ulteriormente il numero degli ascoltatori volontari. Se poi volessimo includere anche tutti coloro che sono stati costretti controvoglia a sentire tale opera, i numeri crescerebbero ancora di più, giacché i campionati del mondo sono stati seguiti da un miliardo di persone circa. Ma ci possiamo limitare ai numeri di questi ascoltatori volontari, considerandoli come il nostro campione privilegiato di riferimento, privilegiato perché quantificabile e perché composto di “volontari”. Siamo di fronte a numeri importanti, tenendo conto che è come se ogni persona dell’Europa Occidentale (500 milioni) abbia ascoltato una volta tale canzone. Un altra ragione, per cui si deve considerare Waka Waka come un caso emblematico ed importante dell’industria culturale è il suo indotto economico. In primo luogo, essa è stata la canzone di apertura e promozione di uno degli eventi mondiali più seguiti (mondiali di calcio) e economicamente più rilevanti; in secondo luogo, la pubblicità presente sui siti che riproducono “gratuitamente” la canzone è importante, considerando il numero delle persone che ascoltano la canzone. Si può, dunque, dire che Waka Waka sia un contenuto culturale vincente, in un lasso di tempo breve. Infatti, è assai difficile stabilire in che senso un “contenuto culturale” sia effettivamente “vincente”. Due discriminanti possono intervenire: il rapporto di diffusione nell’unità di tempo o il rapporto di diffusione nel tempo. Con queste due discriminanti possiamo dire che Waka Waka sia vincente nel primo senso, ma non necessariamente nel secondo. Per chiarire il punto, la musica di Schubert, che fu tendenzialmente ignorata al suo uscire (in specie alcune composizione per solo piano, per quanto belle) è un contenuto culturale vincente nel tempo, ma non secondo il rapporto di diffusione nell’unità di tempo. Il fatto che la musica di Schubert si continui ad ascoltare a distanza di duecento anni dalla sua pubblicazione è un fatto decisivo. Dunque, sembra che per valutare la “vittoria” di un determinato contenuto culturale bisogna fare appello alla storia degli effetti, almeno in parte.  D’altra parte, è lecito supporre che Waka Waka non diverrà mai vincente in questo secondo senso (diffusione nel tempo) perché in due anni la quantità di persone che hanno sentito la canzone è andato a scemare di 1/4: in Wikipedia è riportato che 300 milioni sono stati gli ascolti di un anno (2010), dunque, nel successivo anno fino ad ora (2011-2012) sono entrate 100 milioni di persone (ascolti registrati). Sembra che, stando a questi numeri imponenti, la canzone dovrebbe rimanere ascoltata per dei secoli. In realtà, se il ritmo di entrate scende in modo stabile (1/4 in meno all’anno), Waka Waka dovrebbe essere ignorata tra circa 12 -15 anni! Una cifra potenziale molto eloquente sul futuro possibile di Waka Waka!

Differenziare e qualificare la storia degli effetti è, invero, assai difficile e i parametri intuitivi che abbiamo fornito sono, indubbiamente, insufficienti. Un terzo parametro potrebbe essere indicato dalla quantità di studi specifici sul contenuto culturale in questione: se un romanzo ha prodotto molti studi, anche se poco letto, sarà, in un certo senso, un contenuto culturale vincente. Dunque, abbiamo tre possibili indicazioni: rapporto di diffusione nell’unità di tempo, diffusione nel tempo, quantità di studi sull’argomento. Questi sono criteri di valutazione quantitativa e non qualitativa e non a caso: stiamo cercando di valutare in che modo una certa merce (artefatto culturale) sia vincente, non quanto sia esteticamente rilevante (bello, sublime, mediocre) o conoscitivamente importante. Il punto è che, almeno in un certo senso, Waka Waka non solo è un artefatto culturale vincente, ma è anche l’emblema di tutti i suoi consimili risultati.

Questa sua universalità è ciò che ci spinge, più di tutto, a decostruire nei dettagli tale opera dell’industria culturale. Una seconda importante ragione sta, invece, in un’altra osservazione: questa capacità di affermarsi nel mercato culturale di massa è un metro di giudizio estetico per molte persone che tendono a fraintendere la diffusione di un’opera con la sua qualità. Essi valutano con la bilancia una realtà senza peso, per affermare un consenso sulla validità artistica di un’opera. Noi non vogliamo entrare in merito al giudizio estetico perché non era nelle intenzioni dei produttori di tale contenuto questo aspetto qualitativo. D’altra parte, il fatto che sia prematuro, per un’opera così giovane, parlare dell’aspetto duraturo (che attiene alla diffusione nel tempo e alla quantità di studi specifici dell’opera in questione), che attiene, indubbiamente, alla sua qualità estetica, rischierebbe di scivolare in qualcosa di estraneo alla nostra analisi.

Il nostro intento è solo dimostrare come Waka Waka sia esclusivamente il risultato di un lavoro meticoloso e complesso, organizzato a livello industriale, programmato per essere vincente.

Decostruzione sistematica di Waka Waka

Definiamo, ora, più precisamente cosa consideriamo come Waka Waka: Waka Waka è un prodotto complesso di musica, parole, immagini. Essa non va considerata né solo come canzone, né solo come insieme di parole (nel suo complesso di suoni articolati da una laringe che include anche le parole onomatopeiche prive di significato semantico), né solo come immagini, distinte in fotogrammi tratti da precedenti campionati del mondo, fotogrammi di balletto e fotogrammi di eminenti personalità calcistiche. Essa va considerata come un tutto.

Partiamo, dunque, dal livello (1): la musica. Essa coinvolge vari tipi di suoni di strumenti musicali diversi: musica elettronica, piatti, batteria, chitarra o banjo, xilofono, maracas, percussioni a legno. Considerando il solo genere dei suoni prodotti da strumenti artificiali o fisici, considerando solo il numero dei tipi distinti, è chiaro che la principale ricchezza sonora nasce dalle percussioni. La musica è prodotta in gran parte elettronicamente.

La struttura musicale di Waka Waka è la seguente: 21” primo spezzone, 30” prima strofa, 7” ritornello, 18” parte strumentale, 29” seconda strofa, 15” ritornello, 31” solo percussioni, 32” ritornello. Il tempo è 4:4/3:4. Possiamo fare alcune osservazioni in merito alla “pura struttura matematico-quantitativa”, per così dire, della canzone (in questo senso, sì, canzone): essa ha due strofe di lunghezza uguale (numero pari) e ha tre ritornelli che crescono proporzionalmente di durata (raddoppiano: 7”, 15”, 32”). Scriviamo, dunque, le varie parti:

Primo spezzone.

Prima strofa.

Ritornello.

Parte strumentale.

Seconda strofa.

Ritornello.

Percussioni.

Ritornello.

Possiamo osservare sia in base alle partizioni soprascritte, sia alla quantità temporale che l’importanza del testo è minimale. Il totale delle strofe (prima e seconda) è di 61”, cioè meno di un terzo, giacché Waka Waka dura in totale 3′.31”. L’interesse principale dell’autore della musica è, chiaramente, quello di marcare il tempo con le percussioni. Ciò è indicato sia dal fatto che hanno una parte a sé, sia dal fatto che la maggiore ricchezza musicale, come già detto, è di questa componente. La musica, in generale, si presenta molto semplice, facile da ascoltare. Si può dire che si tratti di una musica allegra e non impegnativa, per l’assenza di una ricchezza dei temi distinti da quello principale, dall’assenza di dissonanze e di elementi contrastanti, il tutto è espresso compiutamente dal ritornello. Che il ritornello sia la parte musicale dominante è indicato dalla sua presenza strutturale (si ripete tre volte: 3/8) e dalla quantità di tempo nell’economia globale della canzone (54”).

Riportiamo, ora, le parole:

Oooeeeeeeeeeeeeeeeehh

You’re a good soldier

Choosing your battles

Pick yourself up

And dust yourself off

Get back in the saddle

You’re on the front line

Everyone’s watching

You know it’s serious

We’re getting closer

This isn’t over

The pressure’s on; you feel it

But you got it all; believe it

When you fall, get up, oh oh

And if you fall, get up, eh eh

Tsamina mina zangalewa

Cause this is Africa

Tsamina mina eh eh

Waka waka eh eh

Tsamina mina zangalewa

This time for Africa

Listen to your god

this is our motto

Your time to shine

Don’t wait in line

Y vamos por todo

People are raising their expectations

Go on and feel it

This is your moment

No hesitation

Today’s your day

I feel it

You paved the way,

Believe it

If you get down

Get up oh, oh

When you get down,

Get up eh, eh

Tsamina mina zangalewa

This time for Africa

Tsamina mina eh eh

Waka waka eh eh

Tsamina mina zangalewa

Anawa aa

Tsamina mina eh eh

Waka waka eh eh

Tsamina mina zangalewa

This time for Africa

Awela Majoni Biggie Biggie Mama

One A To Zet

Athi sithi LaMajoni Biggie Biggie Mama

From East To West

Bathi . . . Waka Waka Ma Eh Eh

Waka Waka Ma Eh Eh

Zonke zizwe mazi buye

Cuz this is Africa

Tsamina mina, Anawa a a

Tsamina mina

Tsamina mina, Anawa a a

Tsamina mina, eh eh

Waka waka, eh eh

Tsamina mina zangalewa

Anawa a a

Tsamina mina, eh eh

Waka waka, eh eh

Tsamina mina zangalewa

This time for Africa

Django eh eh

Django eh eh

Tsamina mina zangalewa

Anawa a a

Django eh eh

Django eh eh

Tsamina mina zangalewa

Anawa a a

(2x) This time for Africa

(2x) We’re all Africa[1]

E’ facile verificare come la gran parte delle parole di questo testo non abbiano alcun significato e sono pure strutture onomatopeiche (Django eh eh, Tsamina mina zangalewa, Zonke zizwe mazi buye). Si tenga conto che anche semmai una serie di suoni articolati come Tsamina mina zangalewa avesse un significato in una lingua a noi sconosciuta, rimarrebbe il fatto che la grande minoranza dei fruitori della canzone comprenderebbe il riferimento (non è italiano, non è inglese, non è francese, non è tedesco, dunque, non è una delle lingue principali né, dunque, una delle lingue parlate dall’ascoltatore medio di Waka Waka). Motivo per il quale anche in presenza di un senso compiuto, rimane l’evidenza che tale senso non ha alcuna importanza. Il contenuto del resto della canzone esprime un ottimismo ingenuo per le condizioni del continente africano che viene, per così dire, invitato a “rialzarsi”, in occasione del campionato di calcio (che, ironicamente, è stato combattuto da due squadre che hanno fatto parte dei colonizzatori dell’Africa, Olanda e Spagna; se includiamo le semifinali, allora anche la Germania). Che il contenuto, per così dire, morale sia molto ingenuo è mostrato dalla povertà semantica delle parole scelte e dal fatto che, a volte, le frasi sensate sono alternate a frasi insensate Zonke zizwe mazi buye Cuz this is Africa. Se paragonassimo il testo di questa canzone ad uno di quelli di De Andrè, assumendo che questi siano degli indubbi testi moralmente e esteticamente impegnati e rilevanti, noteremmo tutta la distanza: in De Andrè non solo la ricchezza semantica è molto più densa, ma pure lo è il ruolo del testo all’interno dell’economia complessiva della canzone e, molto spesso non c’è ritornello (che, in genere, è l’elemento reiterante e alleggerente della canzone). Nel caso di Waka Waka, indubbiamente, non è così giacché l’attenzione al testo del fruitore medio è minimale ed è incoraggiata dalla presenza di poche strofe a contenuto semantico chiaro. Ma, forse, paragonare Waka Waka ai testi di De Andrè potrebbe essere un’operazione illecita, proprio perché la centralità dei suoni (onomatopee e musica) esclude l’importanza del testo, quanto meno, rispetto alla musica. Allora potrebbe essere più utile paragonare Waka Waka ad alcune canzoni di Paolo Conte, autore ben più interessato all’aspetto puramente musicale e amante, anch’egli, dei suoni onomatopeici (basti pensare al famoso Zazzarazzaz, Zazzarazzaz…). Anche prendendo in esame la musica, nel suo complesso, di alcune canzoni di Paolo Conte (ad esempio La negra della raccolta bellissima Aguaplano; oppure l’ancora più bella Danson Metropoli del magnifico Una faccia in prestito o la celebre Bartali) che sembra subordinare il significato del testo alla bellezza della musica, si può osservare come, tale subordinanza sia apparente e non reale, laddove il testo diventa un amalgama perfetto con la musica, il cui significato, coglibile prima di tutto con la propria sensibilità, si manifesta in tutta la sua pienezza come una poesia. Dunque, anche nel caso delle opere di Paolo Conte il significato del testo, nei casi più simili (apparentemente) a Waka Waka non viene mai cancellato ma diventa poesia pura e, in ogni poesia, è difficile dire e scindere il contenuto sonoro dal contenuto semantico. In Waka Waka ciò non accade perché, in realtà, non c’è una ricerca specifica per salvaguardare il significato (per lo più assente o superficiale) del testo rispetto al contenuto propriamente musicale, anch’esso, come detto e come vedremo, piuttosto lineare.

Il secondo (2) aspetto dominante del contenuto complesso Waka Waka è, indubbiamente, il ricco complesso di immagini. Ci sono 125 cambi di immagine, vale a dire un fotogramma di durata media di quasi due secondi (1,8) per l’intera durata della canzone. Le differenze nelle transizioni video sono imposte dalla sincronizzazione delle immagini con la musica, così ci sono parti più veloci con un fotogramma al secondo e parti più lente con un fotogramma ogni tre secondi. D’altra parte, rimane la difficoltà oggettiva di fissare l’attenzione sui singoli fotogrammi, ma si passa ad una fruizione del “complesso”, vale a dire che la diversità dei fotogrammi sull’unità di tempo impone al fruitore la sola possibilità di recepire il contenuto in un senso “globale” e rende molto difficile un’analisi più particolare delle varie parti. Le immagini, dunque, sono una trasposizione abbastanza fedele della musica, in questo senso di “attenzione dispersa” e “decentrata”. “Dispersa” perché l’attenzione fluisce continuamente tra i vari generi di immagini e “decentrata” perché non catturata da un unico aspetto dominante di contenuto (le immagini, il testo e la musica sono parimenti importanti nella sensazione globale di Waka Waka). La diversità dei generi delle immagini è interessante e indicativa, per il fenomeno su detto: (I) immagini della vittoria dell’Italia al precedente mondiale, (II) Balletto 1 con Shakira in evidenza, (III) vecchi e recenti campionati, (IV) Particolari di calciatori famosi (Messi, Daniel Alves, Pique etc.), (V) Azioni da gol, (VI) Balletto con quattro ballerine più Shakira, (VII) Balletto esteso con bambini ballanti (sic!), (VIII) Balletto esteso a una massa di persone non chiaramente numerabile.

Le immagini mostrano in modo indicativo almeno due fatti rilevanti: prima di tutto, che la “memoria storico-calcistica” dei fruitori è ritenuta piuttosto limitata, giacché le immagini dei campionati del mondo (che esistono dai primordi, cioè dagli inizi del XX secolo) sono limitate a quelle recenti (1994-2006) e compaiono solo Maradona e Pelè in due spezzoni molto limitati. Ad esempio, non c’è una sola immagine di campionati precedenti all’uso del colore nella televisione, questo perché, evidentemente, lo spettatore è ritenuto capace di riconoscere i volti di pochissimi calciatori famosi, precedenti agli anni novanta e perché il colore “bianco e nero” non è ritenuto idoneo ai tempi dell’HD e del 3D. In secondo luogo, la scelta dei tempi e delle immagini è in sintonia con la crescita del tempo del ritornello, con la conclusione nella quale si vede un’intera folla di persone che ballano, folla di persone che, curiosamente, non include anziani ma infanti. Al principio c’è la sola Shakira ballante (nel balletto), poi compaiono delle ballerine alle spalle, che poi vengono inquadrate direttamente, in fine si vede un’intera folla giubilante e gaudente che chiude la canzone con ” We’re all Africa”, che, ci venga permesso, lascia un po’ inquietati e perplessi, considerato il tempo medio di interesse degli uomini del mondo per il continente più povero e isolato.

Comunque, la percezione globale deve essere quella di una sorta di festa per gli africani, che si chiude in un tripudio di ballo e musica in un miscuglio di razze umane eterogeneo, con al centro Shakira. Shakira non deve essere stata scelta a caso come “centro” della canzone. In primo luogo per le caratteristiche fisiche: essa ha dei tratti tipicamente occidentali, ma non fissate in una chiara caratterizzazione razziale. Essa, cioè, è l’emblema di quella multietnicità che sembra promossa alla fine nel ballo in cui compaiono persone di varie razze distinte. Certo è che, per quanto di origini di diversi paesi, Shakira rimane “molto bianca”. Le doti di ballerina, a quanto ne sappiamo, sempre attribuitele sono associate (nel ballo con in sfondo le altre ballerine) a quelle di un ballo tribale africano (non per niente, la canzone riprende una sudafricana precedente).

 

Analisi finale sull’artefatto culturale vincente Waka Waka (This is time for Africa)

I livelli distinti di Waka Waka mostrano in modo indubitabile che, per la sua realizzazione, sono occorse diverse decine di persone (centinaia?), grazie alle quali è stato prodotto un artefatto culturale vincente. Per mostrare che l’intelligenza della canzone sia, anch’essa, decentrata e non di un’unica mente artistica, facciamo un piccolo elenco possibile di tutti quelli che devono aver lavorato all’artefatto in questione: per la musica deve esserci stato uno scrittore del testo, uno della musica (che ha ripreso la canzone sudafricana e l’ha, per così dire, aggiornata), un equipe di registrazione; per i balletti ci sarà stato almeno un coreografo, un selezionatore delle ballerine principali, dei bambini capaci di ballare a ritmo, un organizzatore generale, uno scenografo, un coreografo, uno o più costumisti, un centinaio di comparse (non includiamo i calciatori), truccatori in quantità sufficiente per diverse decine di persone; per le immagini, un selezionatore delle immagini (mediato da un supervisore della produzione), un montatore, un regista delle immagini specifiche del video, una squadra di cameraman e tecnici (difficile dire il loro numero); ci sono, poi, da considerare tutti i lavoratori alla distribuzione nei vari media; ci sarà senz’altro qualche legale che ha fatto firmare liberatorie, che abbia curato gli aspetti di protezione dell’opera (SIAE o un suo equivalente) e che abbia definito in via legale la possibilità di riutilizzare la precedente canzone; e, in generale, ci sarà stato un supervisore produttivo o più d’uno, giacché, poi, Waka Waka è diventata la vetrina del mondiale. E non vogliamo considerare gli studi preliminari e precedenti alla stesura della canzone, di chi deve aver fornito statistiche sull’impatto del pubblico, di chi deve aver imposto dei criteri di pulizia politica, mostrati pienamente dalla mutlietnicità apparente, molto di moda nell’ideologia ingenua dell’industria culturale del nostro sistema tardocapitalistico. Basti pensare ai fenomeni assurdi nella selezione di ballerine e cantanti di origini sempre più miste, che devono avere tratti somatici sempre più ibridi, possibilmente a metà strada tra l’androginia e la promozione di una sessualità spiccata e che, grazie anche ad una sapiente capacità di imporre al pubblico quello che esso deve consumare, con modelli di consumo che promuovono una certa affinità tra la “star” e la persona media almeno sul piano dei desideri ideali; riescono ad avere un successo, per certi versi, inspiegabile. In conclusione, una stima approssimativa e indubbiamente insufficiente prevede la presenza di circa 50 persone (escluse le comparse), più Shakira. Si tenga conto che tutta questa massiccia organizzazione è stata adoperata per soli 3:31′! Una quantità notevole, se si pensa che per suonare un quartetto di Mozart basta molto meno.

Come si vede da questi numeri, per avere un artefatto culturale vincente, c’è bisogno di una grande organizzazione, di uno studio specifico dell’impatto dell’artefatto sul pubblico, chiaramente presente e mostrato dalla scelta delle immagini (che presuppongono una bassa memoria storica del fruitore). Il risultato è un artefatto simpatico, facile da fruire, che non fa fissare l’attenzione, privo di grandi significati e, per ciò, non impegnativo, quindi divertente nel senso usuale della parola, dal significato morale superficiale ma facilmente condivisibile in un mondo di politically correct, che promuove un apparente senso di fratellanza, ma che è in grado di lasciare inalterati gli odi e i pregiudizi razziali reali, perché tutto viene lasciato nell’acriticità. Non c’è niente che sia in grado di attivare l’attenzione specifica del fruitore che, si presuppone, dispersa e, sostanzialmente, l’elemento che potrebbe fornire una certa recezione critica del lavoro. Ma Waka Waka (This time for Africa) ha come unico scopo il divertimento, solleticato dal senso di simpatia, dai continui sorrisi, dall’abbattimento del senso di solitudine, incoraggiato dal crescente numero di comparse e dalla conclusione con un senso di festa gaudente e spensierata, nella quale tutti sono giovani, scoppiettanti, pieni di energia fisica e felici, tutti uniti attorno del canto “We are all Africa”. Waka Waka è, indubbiamente, un artefatto culturale vincente, seriale, lineare e economicamente produttivo. Quanta virtù, per tre minuti di fr(u)izione!


[1] http://angolotesti.leonardo.it

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