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Utopie – Da Moro a Campanella.

Per poter parlare dell’opera, bisogna prima dire che personaggio fu Tommaso Moro, ovvero uno dei più alti rappresentanti dell’umanesimo inglese e nella sua opera più importante, troviamo un acceso senso critico con cenni al pensiero di Erasmo da Rotterdam (erano uniti da una forte amicizia), duro contestatore della corruzione della Chiesa, del dogmatismo della filosofia scolastica e difensore della cristianità intesa nei suoi valori originari.

Nella sua vita, dopo essersi laureato ad Oxford, ed essersi iscritto all’ordine dei monaci certosini, Moro si applicò alla vita politica ottenendo da subito un posto nel parlamento inglese. Esso fece diverse proposte ad Enrico VIII, come ad esempio la riduzione di una somma destinata allo stesso re, cosa per cui venne messo in minoranza e fatto allontanare per sempre dal senato e dalla politica per la prigionia del padre. Così si dedico agli scritti e agli studi umanistici.

Come detto l’opera più famosa è senza dubbio:“L’isola Utopia” ( 1516 ), in cui critica la società e i costumi dell’Inghilterra, attraverso il racconto della vita di un uomo, in un isola immaginaria chiamata appunto Utopia, dove gli interessi individuali sono legati a quelli della società, come anche Giordano Bruno più tardi avrà modo di ribadire: egli affermerà che l’uomo per stare bene e in armonia deve trovare un certo equilibrio tra se stesso e la società, e questo equilibrio lo si trova nel lavoro. Inoltre in quest’isola l’educazione è universale, qualunque tipo di religione è tollerata, anche se a maggioranza cristiana, e la terra è di proprietà comune.

E tutto questo all’epoca appare proprio come un’utopia, ma, purtroppo, anche oggi giorno e tanto più nell’avanzar del tempo.

Utopia, una parola che tutti almeno una volta ci saremo chiesti da cosa derivi. Fu Tommaso Moro colui che per primo l’utilizzò: egli descrive, nel suo racconto, il viaggio di un tale chiamato Raffaello Chythloday imbattutosi, durante la navigazione, in una terra sconosciuta: questa è Utopia, cioè il posto che non c’è, un luogo irreale, un’isola che non ha un luogo ed un sé.

È un’isola beata, per chi piace pensarla a questo modo, basata sul “socialismo” e sulla democrazia, sul rigetto della proprietà privata, causa di tutti i mali. Tutto viene suddiviso secondo la teoria platonica della spartizione dei beni. Le cure ospedaliere sono uguali e gratuite per tutti e si possono praticare tutte le religioni. Insomma tutto il contrario di ciò che accadeva quel periodo ( ed oggi ): il libro si rivela essere un attacco ai mali di quel secolo, la corruzione delle monarchie assolute e dispotiche, la vendita delle cariche pubbliche, l’immoralità del clero ( indicativo la messa al bando dell’opera dall’Inquisizione ).

Ad Utopia la risoluzione dei contrasti sociali la si affida all’abolizione della proprietà privata, quindi al comunismo dei beni e alla mancanza del commercio, contrapposto però ad un gran lavoro rurale.

Possiamo azzardarci in una conclusione: dato i tempi (1516), l’”Isola di Utopia” fu un’anticipazione dell’Illuminismo, -di cui nessuno meglio di Kant ci darà definizione più azzeccata: “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso”-, ma anche delle teorie comuniste successive.

Inoltre questo testo fu fonte di ispirazione per Tommaso Campanella per descrivere la sua città ideale, La città del sole di cui parleremo adesso. 

 

LA CITTA’ DEL SOLE DI TOMMASO CAMPANELLA.

Tommaso Campanella fu un filosofo italiano, si applicò, come tutti i letterati dell’epoca, allo studio e alla ripresa dei testi classici. Campanella non s’integrò mai perfettamente nella società italiana dell’epoca, già sotto il dominio spagnolo: prima fu condannato dal tribunale dell’inquisizione e costretto alla fuga, fu anche accusato di cospirazione contro lo stato aragonese di Napoli[1].

La sua vita viene descritta come una lunga fuga dalla legge a causa sei suoi pensieri irriducibili ad una qualsiasi accettazione del Potere locale o dei pregiudizi sociali. E finirà in Francia, dove scrisse le sue opere più importanti, tra cui“La città del Sole”.

Come molti uomini Campanella aveva il sogno di una città pulita, non corrotta: un sogno per l’appunto.

Non parleremo così della composizione urbanistica della sua città da sogno, ma è importante che soffermarsi sui valori scaturiti dall’immagine ideale della città, divisa in cinte murarie, ciascuna di esse incarnazione di un tipo di sapienza ( la storia, la matematica ect. ), e da questo possiamo già intuire quanto per Campanella fosse importante una cultura per tutti.

La città del Sole è gestita attraverso un governo teocratico alla cui cima c’è il controllo del potere spirituale e temporale da parte di un sommo sacerdote chiamato Sole, coadiuvato da Potestà, Amore e Sapienza.

Sole non è al potere per diritto o per dispotismo, ma semplicemente perché è colui che eccelle in tutte le arti e in tutte le scienze, una persona di doti straordinarie in cui i cittadini credono. Emerge così un altro valore: Sole non è il più importante dei cittadini; infatti ognuno in questa società sia che abbia un lavoro modesto o che abbia un lavoro più riconosciuto dall’onore della  tradizione, ha pari dignità e diritti: le classi sociali non esistono nel senso che ad esse non è riconosciuta nessuna preminenza nelle decisioni politiche. È una società basata sull’eccellenza, ovvero ogni cittadino deve meritarsi il ruolo che andrà a coprire.

In questa città tutto è comune ( niente proprietà privata ), ed è evidente come ci sia un analogia con il racconto di Tommaso Moro: entrambi rifattisi al pensiero di Platone, non ne condivisero il pensiero “classista” del grande filosofo greco.

A questo punto:

“Dicono essi che tutta la proprietà nasce da far casa appartata, e figli e moglie propria, onde nasce l’amor proprio; ché, per sublimar a ricchezze o dignità il figlio o lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace pubblico, se non ha timore, sendo potente; o avaro ed insidioso ed ipocrita, si è impotente. Ma quando perdono l’amor proprio, resta il commune solo.”  

Questo frammento ci rivela come Campanella, prima di tutto, non creda nella proprietà privata. Inoltre ci fa pensare che avesse anticipato in un certo senso il pensiero liberale di Adam Smith, che sosteneva che l’uomo ( egoista per natura ) è guidato nel perseguire i propri interessi da una “mano invisibile” che gli fa compiere le scelte migliori non solo verso se stesso ma anche verso la collettività[2]. L’interesse individuale viene sostituito con l’amore per la patria, non in senso nazionalistico ( sentimento, questo, proprio solo del periodo romantico e, purtroppo, post-romantico ) ma inteso come amore per il possibile progresso della società.

Campanella inoltre pur essendo cristiano credeva in una società in cui Fede e Scienza potessero coesistere senza contrasti, tanto che si schierò dalla parte di Bruno e Galilei.

 

LA NUOVA ATLANTIDE DI FRANCIS BACON.

Bacon uomo essenzialmente dedito alla politica, visse in Inghilterra nel periodo di governo della regina Elisabetta I di cui fu anche consigliere e anche di Giacomo I. Ma Francis Bacon è a noi più noto per i suoi progetti scientifici: in quello più importante affermava che avrebbe dato all’uomo la possibilità di interagire nella realtà in modo corretto e razionale. E racconta questo suo progetto “fantascientifico” in un racconto rimasto incompiuto, intitolato “La nuova Atlantide”.

Qui Bacon illustra il suo progetto, in uno scritto pienamente utopico, in cui descrive la vita degli abitanti di un’ isola immaginaria, che studiano la natura in tutte le sue forze. Un enorme covo di scienziati insomma! Leggendo qualche passo dello scritto mi è sembrato di essere in un meraviglioso film di Tim Burton, in una “fabbrica di cioccolato”, soltanto che nella “fabbrica” di Bacon lo studio della natura e della fisica è messo in primo piano.

Nella ricerca di una società ideale e perfetta, Bacone assegna alla scienza quindi con un ruolo rivoluzionario, il compito di far progredire la società verso il bene, e alla religione quello di appoggiare la scienza per garantire alle nuove società dei valori morali. La società è governata da scienziati e non da filosofi, che possono estendere il loro dominio sulla realtà fino a trasformarla, alterarla e riprodurla. Si parla addirittura in questo scritto, di macchine che creano aria condizionata, sommergibili e macchine volanti! In Bacon è in effetti fortissima la convinzione che il governo debba essere in mano agli scienziati, i quali devono governare in funzione del benessere dei cittadini. E Bacon fa dure critiche alla filosofia, in particolare a quella aristotelica che vedeva nel sapere un valore: per Bacone la scienza per avere un significato e dev’essere orientata all’azione, ovvero avere influssi nella realtà, apportando modifiche e innovazioni utili per l’uomo. Francesco Bacone alla fine arriverà alla conclusione che un uomo non dev’essere per forza un genio per capire le cose anche complicate, ma deve soltanto usare un metodo. Una grande lezione, che dovrebbe essere divulgata oggi giorno.

 

IL LEVIATANO DI THOMAS HOBBES.

Thomas Hobbes fra i quattro scrittori sin qui esaminati, è senza dubbio colui che merita più attenzioni e riflessioni. Filosofo e pensatore di gran calibro, Hobbes visse in un lungo periodo (circa novant’anni) nel quale ebbe modo di vivere e conoscere i periodi più movimentati della storia inglese. Visse la prima rivoluzione inglese, una guerra civile in cui lo stato non esisteva più. Ed è in questo contesto che trovò la forza di scrivere diversi saggi: noi analizzeremo il più importante, “Il Leviatano”.

Un opera complessa senza dubbio, non facile da capire e analizzare soprattutto senza una lettura approfondita del testo, ma al quale con un po’ di fatica è doveroso dare una chiara interpretazione.

Ho già detto che Hobbes visse in un periodo in cui lo stato andava disgregandosi sempre di più e quindi egli volle dare con Il Leviatano una vigorosa affermazione di ciò che c’era alla base della sovranità, vale a dire un contratto, un patto che vigeva tra stato e società. E la sovranità  è la caratteristica principale di quello “strumento” se così si può dire, che dal seicento in poi verrà chiamato stato.

“Io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest’uomo o a questa assemblea di uomini, a questa condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, e autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile. Fatto ciò, la moltitudine così unita in una persona viene chiamata uno stato, in latino civitas. Questa è la generazione di quel grande Leviatano o piuttosto – per parlare con più riverenza – di quel Dio mortale, al quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la nostra difesa…” Hobbes, Leviatano, Laterza, Roma-Bari, 2004.

 

Per quanto riguarda la forma dello Stato, Hobbes afferma che il sovrano può essere un individuo solo, un monarca, o un’assemblea: l’importate è che lo stato sovrano sia controllato da un governo assoluto. A scanso di equivoci, in un periodo che costringeva il filosofo a schierarsi, egli esprime chiaramente la sua preferenza per la monarchia, in quanto un’assemblea può più facilmente dividersi in fazioni e giungere alla guerra civile. La guerra civile, in cui una parte della popolazione prende il potere sovrano, è definita da Hobbes come una ricaduta del popolo nello stato di natura, e dunque nel peggiore dei mali: in esso non esiste più giusto o sbagliato perché sono categorie legate alla legge, garantita esclusivamente dal controllo preventivo di un sovrano. Caduto il sovrano cade la legge.

Il sovrano attraverso le leggi stabilisce ciò che è giusto e ciò che non è giusto, mentre per i sudditi giusto significa obbedienza alle leggi del sovrano, e ingiusto la disobbedienza. Inoltre, una volta che i diritti di tutti gli individui sono stati trasferiti al sovrano, tale patto è irreversibile se non per volontà del sovrano stesso. Lo stato deve garantire la convivenza pacifica e la difesa dell’incolumità generale e le leggi servono a dare dei limiti ai comportamenti consentiti.

L’uomo per natura e per istinto tende non a seguire le leggi ( poste dallo stato come difesa ), ma a seguire i propri desideri. Il leviatano è l’organo statale composto dall’insieme degli individui: il monarca assoluto non è un despota, ma è un organismo di potere che non ha contrappeso. Ed in questo periodo di guerra, tutti gli uomini hanno come interesse comune quello di far cessare le ostilità per assicurarsi “una vita da vivere”, così stipulano un patto sociale in cui limitano la loro libertà accettando delle regole che vengono fatte rispettare dalle stesse forze costituite a tale scopo dallo stato. La visione contrattualistica dello stato verrà ripresa successivamente da Jean-Jacques Rousseau e da Hegel.

 


[1] L’inquisizione spagnola era qualcosa di più di un semplice tribunale religioso: era il modo più semplice ed efficace di controllo delle coscienze da parte del potere politico. Politica e religiose si fusero in modo che il tribunale religioso sconfinasse nel giudizio temporale e viceversa.

[2] L’immagine della “mano invisibile” rimanda all’idea che le leggi del mercato più l’egoismo individuale portino al benessere sociale.


Wolfgang Francesco Pili

Sono nato a Cagliari nell’aprile del 1991. Ho sempre coltivato una passione per l’osservazione di tutto ciò che mi circonda. Nell’anno scolastico 2008/2009 mi sono diplomato al Liceo Classico Siotto Pintor di Cagliari conseguendo la maturità classica. Attualmente sono iscritto al corso di Laurea in Lettere moderne con curriculum storico presso l’Università degli studi di Cagliari, adoperandomi per l’appunto in un indirizzo che predilige la storia, una delle mie passioni, in particolare la storia della Sardegna e la storia contemporanea. Nell’ bimestre Ottobre-Dicembre 2014 ho svolto un Master in TourismQuality Management e attualmente gestisce la propria impresa.

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