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La conoscenza di ciò che sta fuori di noi. La versione di Platone.

Pili G., www.scuolafilosofica.com

La soluzione del problema “cosa significa “essere-proprietà”, implica procedere in modo molto differente, a seconda di come si voglia intendere la materia. Abbiamo detto: da un lato si sostiene che le proprietà non esistono indipendentemente dagli oggetti, dall’altro, che esse sono indipendenti dagli oggetti e costituiscono la vera essenza di quelli.

Inoltre, è bene notare che il problema si articola in almeno due questioni: prima di tutto cosa significhi “esser qualcosa”. Da un lato, coloro che propenderanno per gli oggetti, concepiranno le proprietà come in sé inesistenti. Gli altri riterranno che le idee sono entità reali indipendenti dagli oggetti[1].

La dipendenza delle proprietà degli oggetti implica che il soggetto che conosce gli oggetti, arriva a questi attraverso una relazione. Tale relazione è, per l’appunto, la proprietà dell’oggetto: se vedo una pipa marrone, l’”esser marrone” della pipa è il tramite relativo attraverso cui arrivo alla pipa stessa. D’altra parte, “l’esser marrone” della pipa non è “la pipa” e non è neanche indipendentemente dalla pipa. Infatti, se adesso, di fronte a me, non ci fosse una pipa o una sua immagine, non potrei percepire quel colore. Così, la proprietà è un mezzo, un tramite attraverso cui giungo alla conoscenza dell’oggetto. Ci sono due generi di proprietà: le proprietà essenziali e le proprietà inessenziali. Usando un linguaggio moderno ( lockeano ed entrato nel paradigma ) diciamo che ci sono proprietà primarie e proprietà secondarie: le prime sono quelle che, se tolte, non riusciamo a definire l’oggetto. Le seconde sono quelle proprietà che, pur essendoci, arricchiscono la conoscenza dell’oggetto particolare, ma, se tolte, non tolgono l’oggetto. Riprendiamo l’esempio della pipa: “la pipa marrone sul tavolo è un oggetto di legno cavo, contenente un cannello e un bocchino”. Questa definizione fa a meno della esplicazione funzionale dell’oggetto ( non dice che essa svolge un fine ) ma si attiene alle sole proprietà essenziali attuali dell’oggetto in se stesso.

Ora, il fatto che esso sia “cavo”, “contentente un cannello” e “un bocchino” sono tutte proprietà essenziali della pipa: se nego che sia cavo, nego che all’interno della pipa ci possa stare il tabacco. Se nego che ci sia un bocchino nego una parte della pipa che la rende tale e così via. Per quanto riguarda il sostrato materiale “legno” è fondamentale per descrivere la pipa “marrone che sta sul tavolo” ma non è una proprietà essenziale di tutte le pipe: ci sono pipe di molti materiali diversi.

Ma l’esempio più chiaro di proprietà secondaria è l’”esser marrone”. Sapere che la mia pipa è marrone ( in realtà è striata, con una parte più nera, bruciata per via della fiamma, a venature di marrone più caldo, tendente al rossiccio ) non dice alcun che della pipa.

Ciò diventa particolarmente evidente qualora proceda a negare le proprietà: se dico “la mia pipa sul tavolo non è marrone, è di legno cavo, ha un bocchino…” non ho negato la pipa stessa: la definizione nuova non è contraddittoria, cosa che sarebbe stata se avessi detto “la pipa sul tavolo non è cava…”.

In conclusione, per chi ritiene che le proprietà non siano che attributi particolari di particolari oggetti, esse non saranno che delle proprietà, più o meno accidentali, del particolare. In questo senso, pensare alle proprietà come indipendenti dall’oggetto è assurdo in quanto esse o sono nell’oggetto o non causate da esso e, dunque, in ogni caso, sono negate immediatamente una volta che nego l’oggetto.

L’altra prospettiva è diametralmente opposta: se le proprietà sono delle “essenze”, allora sono indipendenti dall’oggetto. Una proprietà o è dipendente dall’oggetto oppure non lo è, ma se non lo è allora deve essere considerata come un tutto indipendente, a se stante. La relazione tra proprietà e oggetto è la stessa che intercorre un punto rispetto al piano, o un oggetto di una particolare categoria rispetto alla categoria stessa: la classe di tutti i gatti non è un gatto. In altre parole, l’insieme dei gatti non è un gatto.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: queste “essenze” che cosa sono e, soprattutto, come arriviamo a conoscerle? La risposta implica molte prese di posizione anche perché le implicazioni sono molte. In primo luogo, l’”essenza” per Platone è un’idea ed attiene ad un regno a se stante. In secondo luogo, l’idea non muta e rimane sempre uguale a se stessa: il contrario implicherebbe contraddizione, in quanto non posso ammettere che “l’esser quadrato ora” sia diverso da “esser quadrato domani”. In effetti, “esser quadrato” è una proprietà che non esprime un fatto ma una particolare configurazione geometrica e le configurazioni geometriche definiscono spazi, non tempi. D’altra parte, tutto ciò che partecipa ad un’idea specifica, mantiene quella determinata caratteristica: la cosa, non l’idea, cambia. La cosa può anche cambiare proprietà, non la proprietà stessa. In questo senso, si vede come alcune proprietà siano “uniche” mentre altre abbraccino al loro interno altre proprietà: l’idea di “quadrato” implica l’idea di “linea” giacché senza l’una non si da l’altra ma l’idea di “linea” è più generale dell’idea di “quadrato” in quanto la linea implica più enti geometrici.

Come si vede, la concezione delle proprietà come entità indipendenti rispecchia la visione della conoscenza come un che di deduttivo e organicamente organizzato: le idee procedono per astrazione sempre crescente, astrazione che è anche generalizzazione. L’unità e l’universalità della conoscenza sono le due grandi “proprietà” della dottrina delle idee.

I due problemi di questa teoria sono:

(i)                   come arrivare alle idee,

(ii)                 quale relazione c’è tra le idee e le cose.

In realtà, il problema è abbastanza grosso ed è evitato molto facilmente dagli avversari di tale impostazione di pensiero: in quanto le proprietà sono dei “tramite” per arrivare all’oggetto, di fatto queste sono date immediatamente, mentre mediatamente è dato l’oggetto. Il problema di come arrivare alle proprietà non c’è perché esse sono poste immediatamente tra noi e l’oggetto: tale mediazione delle proprietà è dovuta al fatto che soggetto e oggetto non sono due realtà discontinue ma sono simili. Per quanto riguarda il secondo problema, gli empiristi risponderanno che le idee sono poste dalle cose stesse attraverso le sensazioni che riceviamo dalle cose: in altre parole, la “relazione” tra idea e cosa è, nell’empirismo, un’implicazione logica: “Se vedo allora ho una certa idea”.

Entrambe le soluzioni empiriste non sono possibili per chi sostiene la separazione ontologica tra idee e cose: da un lato perché si mischierebbero entità differenti, in secondo luogo perché il rapporto tra idee e cose non può essere di implicazione logica in quanto ci sarebbe, appunto, quella continuità di caratteristiche che non può esserci, a meno di entrare in contraddizione.

Platone risolve il problema della conoscenza ideale attraverso la reminiscenza, da un lato e della dialettica dall’altro. L’idea della reminiscenza è semplice: noi conosciamo le idee in quanto noi le abbiamo in qualche modo già in noi: ciò non implica che le idee siano “dentro di noi” ma semplicemente che noi possiamo arrivare a quelle senza passare né per i sensi né per le cose. In questo senso, è solo l’attività del soggetto che è capace di giungere alle idee: un’attività pura che non implica l’ausilio dei sensi. Da qui, la versione cartesiana delle idee e della “mente”. Platone concepiva le idee come entità fuori di noi, ma costruisce l’argomento in maniera tale che sia simile, per principio, a quello di Cartesio: la conoscenza è innata nel senso che è a prescindere dall’esperienza che, anzi, ci allontana dalla conoscenza adeguata del mondo.

Anche l’approccio dialettico può portare alla conoscenza delle idee nel senso che può portare ad un progressivo disvelamento delle idee nella loro unicità e distinzione. D’altra parte, solo l’intelletto può direttamente attingere alla dimensione ideale della realtà.

Lo scopo della dottrina delle idee è quello di giustificare la nostra conoscenza deduttiva e il carattere atemporale e universale di questa. In questo senso, tutti quelli che ritengono che la conoscenza dipenda esclusivamente dai sensi, ammettono un relativismo radicale in sede epistemologica e, di fatti, di questi pensatori non ce ne sono tanti perché implica, paradossalmente, rinchiudere il soggetto all’interno di se stesso non dal punto di vista delle idee ma da quello delle percezioni. D’altra parte, coloro che accettano la tesi che la nostra conoscenza inizi nei sensi e proceda comunque attraverso essi, ammettono che la conoscenza non sia mai un che di stabilito definitivamente.

Eppure, esiste un certo livello in cui la nostra conoscenza è effettivamente stabile e universale. Ciò è testimoniato sia in sede pratica che logica. Quale delle due visioni sia vera, è difficile dirlo, visto che due millenni e mezzo non sono bastati a dare una risposta definitiva.


[1] Le possibilità di soluzione del problema in ambito platonico sono diverse ma tutte nascono da questa contraddizione, rilevata, per altro, da Aristotele: che non esiste continuità “essenziale” tra “idee” e “oggetti”. Prendendo atto della distinzione radicale tra i due “generi” di cose esistenti, si deve riuscire a dare una versione “conciliata” dei due “regni”.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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