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John Austin – Filosofia degli atti linguistici

Vita

John L. Austin nasce a Lancaster il 26 marzo del 1911 e muore a Oxford nel 1960. Egli fu uno studioso di Aristotele, di cui tradusse opere in inglese. Fu traduttore di testi filosofici importanti, come I fondamenti dell’aritmetica di Frege. Tenne diversi cicli di conferenze, di cui uno ad Harward e da cui fu tratto il libro Come fare cose con le parole.

Opere

Are there a priori concepts? (1959)

Other minds (1946).

Truth (1950).

How to talk-some simple ways (1953).

Ifs and cans (1956).

A plea for excuses (1956).

Pretending (1958).

Furono pubblicati postumi:

How do Do Things with Words (1962).

Sense and Sensibilia.


 Schema dell’articolo

Introduzione alla teoria degli atti linguistici di Austin e considerazioni generali sulla sua filosofia

La fallacia descrittiva

La difficoltà di Austin

Il performativo

Performativi primari e performativi espliciti

L’infelicità degli atti illocutori

Atti locutori, illocutori e perlocutori

Distinzioni tra usi linguistici diversi: quando il linguaggio si fa operativo

Riferimenti

Bibliografia

Introduzione alla teoria degli atti linguistici di Austin e considerazioni generali sulla sua filosofia

 

John L. Austin si situa nel periodo in cui il centro del dibattito filosofico era l’analisi semantica del linguaggio. Analisi semantica che ha come temi chiave il concetto di riferimento e verità. Austin ritiene che tale approccio sia troppo riduttivo, soprattutto quando intende ridurre l’intero uso linguistico alla sola semantica. In realtà, il linguaggio ordinario, com’era stato riconosciuto da grandi logici e filosofi (Frege e Tarski prima di tutti gli altri), non consente una totale riduzione all’apparato logico-semantico: il linguaggio è un insieme articolato e composito di usi diversi, con scopi diversi. L’analisi filosofica si era concentrata soprattutto sugli enunciati dichiarativi che Austin chiamerà “constativi”, che sono veri o falsi in base alla corrispondenza degli enunciati con stati di cose nel mondo. Gli enunciati dichiarativi hanno un riferimento (denotazione) e un valore di verità e i filosofi, per l’esigenza sistematica che li contraddistingue, hanno cercato una teoria universale per questo genere di asserti. Quest’esigenza sistematica, comunque, non è la caratteristica esclusiva di alcuni filosofi contemporanei, ma è stata, in generale, quella di gran parte della filosofia nella sua storia. Nel passato erano stati elaborati dei sistemi che cercavano di ridurre alcune parole del linguaggio ordinario (buono, giusto, vero etc.) ad un loro uso peculiare che, poi, diventava “filosofico”. Questo approccio schematico, riduzionista e tecnicista è, per Austin, l’errore stesso della filosofica che, invece di limitarsi alla chiarificazione senza “potature” della complessità del linguaggio ordinario, ha tentato di costruire teorie che impongono un significato univoco a delle parole la cui ricchezza non si lascia ricondurre ad un’analisi filosofica stringente.

Il linguaggio ordinario diventa l’oggetto stesso dell’attenzione di Austin, in particolare nel ciclo di conferenze tenute ad Harward di cui Come fare cose con le parole è il risultato. Austin non amava né le conferenze né la costruzione di teorie e, più in generale, va considerato come un filosofo estremamente critico e ironico nei confronti della filosofia stessa (come suggerisce egli stesso in varie parti del Come fare cose con le parole e come viene osservato da Sbisà e Penco nell’introduzione al libro). Se il linguaggio ordinario è l’oggetto dell’analisi filosofica, se l’analisi filosofica non deve diventare tecnica per sfrondare usi linguistici propri e impropri perché il linguaggio ordinario è insostituibile, allora la filosofia deve trattare del suo oggetto (il linguaggio ordinario) mediante se stesso. Ed è quello che Austin riesce a fare nel suo ciclo di conferenze giacché, a parte l’uso di qualche nome coniato per formare categorie di atti linguistici, egli non procede mai ad una sistematica costruzione teorica. Anche lo stile argomentativo del libro ricalca in buona parte quest’approccio generale, giacché Austin non fornisce mai delle conclusioni stringenti, definitive, irrivedibili ma solo delle delucidazioni parziali e sempre molto caute. Così, se, spesso, si rimane piuttosto delusi dalla profondità dell’analisi, da un altro lato bisogna sforzarsi di inserire Come fare cose con le parole in una visione più ampia della filosofia stessa.

La teoria degli atti linguistici è tratteggiata in modo tale che la teoria del generale (atti illocutori e perlocutori e locutori) sia presentata solo nella seconda parte ideale del testo. Nella prima Austin chiarisce tre concetti fondamentali: la fallacia descrittiva, il performativo e cosa significa “fare cose con le parole”.

La fallacia descrittiva è il miraggio filosofico che ha condotto esimi pensatori all’idea che l’intero linguaggio sia riducibile agli asserti constativi (proposizioni dichiarative) la cui sistemazione teorica (la semantica formale) fosse l’obbiettivo finale dell’analisi filosofica stessa. Questa visione è profondamente improntata da quel che Nietzsche avrebbe chiamato “pregiudizio della verità”, l’idea secondo cui la verità sia l’unico obbiettivo della ricerca filosofica e scientifica, l’unico obiettivo veramente nobile. Ma il linguaggio ordinario, così denso e ricco di sfumature diverse, come osservava anche Wittgenstein parallelamente, non si presta a tale riduzione perché in esso si sono accumulati degli usi che sono semanticamente invisibili. La semantica non tratta dell’uso operativo del linguaggio (ma neanche degli aspetti comunicativi) che, invece, pervadono il linguaggio ordinario. L’impostazione filosofica “standard” costituirà continuamente un bersaglio polemico per Austin che, però, ne riconosce l’implicita validità e forza, non solo perché la comunità filosofica di quegli anni ne imponeva l’importanza. Egli si rende ben conto che il suo punto di vista, che riconsidera il linguaggio all’interno della categoria dell’azione, deve comunque fare i conti con i problemi del contenuto semantico degli asserti anche quando essi sono operativi.

La teoria del performativo è il punto d’inizio dell’analisi austiniana, nella quale traccerà le caratteristiche generali di quel che significa eseguire un atto linguistico e delle condizioni necessarie alla sua esistenza. Il performativo è un verbo il cui uso alla prima persona singolare al presente indicativo diverge dal significato che assume alla terza persona singolare sempre al presente indicativo. Il performativo è il caso esemplare di uso del linguaggio operativo, che non ha un valore descrittivo. Quando diciamo “Io prometto che…” non è per descrivere l’azione, ma per eseguire una promessa: mi assumo la responsabilità di un atto futuro e dichiaro apertamente che ho l’intenzione di mantenere fede alle mie parole e, qualora non fosse così, sono disposto a pagarne le conseguenze. La dissertazione sui performativi è volta a chiarire in che modo il linguaggio può diventare un’azione, in circostanze adeguate. Innanzi tutto, per Austin, un atto linguistico deve essere parte di una procedura che lo renda manifesto e lo renda valido. D’altra parte, anche l’esecutore dell’atto deve essere autorizzato, deve godere dell’autorità di proferire certe parole e, qualora non disponesse di questa autorità, egli non compirebbe un atto linguistico. Così pure le circostanze devono essere adeguate al proferimento: un giudice ha l’autorità nell’aula di pronunciare un verdetto (atto linguistico esprimibile mediante performativo “Io condanno…”) ma non fuori dall’aula. Inoltre, la procedura deve essere condivisa e conosciuta da tutti i partecipanti il che pone dei problemi: “Io ti sfido a duello…” oggi non ha validità perché (a parte alcune regioni della terra) tale proferimento non diventa operativo per via del fatto che la procedura “eseguire duello” non è condivisa né riconosciuta dalla comunità linguistica. D’altra parte, la procedura deve essere eseguita correttamente e completamente, anche se, in pratica, esiste una certa elasticità (altrimenti l’università chiuderebbe, come dice lo stesso Austin!). D’altra parte, anche le intenzioni con cui vengono proferiti certi enunciati hanno la loro importanza: in generale, una persona compie un atto linguistico solo a condizione che abbia l’intenzione di mantenere fede alle sue parole e che alle parole seguano i fatti. Austin osserva che un atto linguistico eseguito in malafede implica il suo fallimento in molti casi (ad esempio, “Io prometto…” senza aver l’intenzione di fare ciò che si dice, non è un atto linguistico genuino), ma pure che un atto linguistico a cui non segua l’azione corrispondente è, di fatto, nullo (ad esempio, “Io ti giuro che se non sparisci, ti picchio” se l’altro non se ne va e io non lo picchio, si può dire che io non l’abbia, di fatto, minacciato).

Dopo aver discusso della teoria particolare del performativo e dei casi che lo rendono nullo, Austin passa alla teoria generale. Gli atti vengono distinti in tre grandi categorie: atti locutori, atti illocutori e atti perlocutori. La teoria degli atti linguistici può essere pensata nei termini della domanda “come un asserto linguistico può diventare causa di eventi fisici indipendenti dalle onde sonore prodotte dall’asserto stesso”. Questa è, probabilmente, la domanda cruciale alla quale Austin non può sottrarsi. In gioco c’è in palio la dimostrazione che il linguaggio non è solo descrittivo ma anche operativo. La distinzione tra locuzione e illocuzione sta nel fatto che un asserto ha una forza che non è traducibile nei termini di riferimento e verità, motivo per il quale è lecito elaborare una teoria non-semantica del linguaggio ordinario. La forza è ciò che rende un atto illocutorio operativo, valido e capace di avere effetti nel mondo. Esistono vari tipi di forze in base alle quali vengono classificati i vari atti illocutori. Un atto illocutorio, che sia felice o meno, ha delle conseguenza: gli atti perlocutori. Gli atti perlocutori sono le conseguenze dirette che sono scaturite dall’atto illocutorio sia che si consideri l’atto illocutorio felice o meno.

Austin, comunque, si rende conto del rischio implicito nella sua teoria: in essa potrebbero rientrare anche atti apparentemente identici ad atti illocutori ma realmente diversi. L’ambiguità nasce dall’idea fuorviante che il linguaggio operativo sia semplicemente definito dalle conseguenze degli usi del linguaggio stesso: l’offendere, lo sfogarsi sono o non sono atti illocutori? Essi sono spesso proferiti da un simil-performativo (“Io ti insulto…”, “Io ti disconosco…”) o, comunque, da particelle grammaticali che potrebbero far pensare che ci troviamo a genuini atti illocutori: essi hanno degli effetti reali sul mondo, per tanto, ottemperano ad un certo fine. Austin, invece, vuole mantener fermo il principio per cui un atto illocutorio è operativo non perché esso ha semplicemente degli effetti, ma perché ha degli effetti in base ad una procedura riconosciuta e ben eseguita. Non tutti gli effetti costituiscono un motivo di distinzione degli atti illocutori, ma solo alcuni: quelli prodotti dall’esecuzione corretta ed esaustiva della procedura stessa. Di conseguenza, l’atto illocutorio è, sostanzialmente, un atto “istituzionale” se con “istituzionale” vogliamo intendere una pratica qualunque codificata da una comunità linguistica.

Il linguaggio, dunque, può diventare operativo, può essere una categoria del fare. Ma esso deve essere, prima di tutto, fondato sulla possibilità che le azioni eseguite mediante atti linguistici siano, comunque, eseguibili anche senza. Il linguaggio operativo si sostanzia sull’azione che, invece, può sussistere e sussiste anche in assenza del linguaggio. In questo contesto sarebbe stata molto interessante un’analisi “storico-genetica” pratiche sociali che hanno condotto alla formazione di procedure canonizzate e riconosciute da un’intera comunità. Tale analisi, d’altronde, riguarda fenomeni molto diversi, come sono diversi i vari atti linguistici possibili (riti religiosi, burocrazia giurisprudenziale, procedure aziendali etc.). Altra analisi preziosa: la costituzione di nuove procedure in base alle sole intenzioni (bambini che giocano). Una ricostruzione storico-genetica delle pratiche reali, unita all’analisi della formazione di procedure nuove sulla base delle sole intenzioni sarebbe stata la degna conclusione del lavoro di Austin. Il Filosofo, invece, ci fa caso solo incidentalmente. E il motivo è, di fatto, la sua stessa convinzione profonda secondo cui questo non è più materia di filosofia (esce fuori dal linguaggio ordinario) e diventa parte di discipline più idonee (psicologia, linguistica etc.): la filosofia deve analizzare il linguaggio ordinario con gli strumenti del linguaggio ordinario.

Come fare cose con le parole rimane un “classico” nel senso che tutti coloro che intendano chiarirsi le idee su una delle più attuali e dibattute discussioni in ambito filosofico e non solo, devono (o possono con ottime ragioni) partire da lì. D’altra parte, per la natura peculiare del libro, per l’assenza di una teoria chiara e definitiva, il testo rimane sostanzialmente limitato ad alcune analisi particolarmente pertinenti (analisi del performativo, fallacia descrittiva, categorie generali degli atti linguistici, la forza degli atti illocutori) ma che non consentono una formulazione o puntualizzazione più esaustiva dell’argomento. Forse per questo Austin fu attaccato da più parti e la sua impostazione fu ripresa per esser criticata, non per essere accettata. D’altra parte, l’ironia e lo scetticismo filosofico di Austin l’avrebbero reso contento delle critiche: aveva socraticamente pungolato gli scettici e convertito molti all’idea che il linguaggio non sia solo riferimento e verità!

La fallacia descrittiva

L’analisi di Austin prende avvio dalla scoperta della “fallacia descrittiva”. Egli osserva che i filosofi hanno considerato il linguaggio esclusivamente sotto il profilo semantico, senza tener conto che il linguaggio ordinario, non filosofico, è una realtà ben più complessa, le cui proposizioni sono solo a volte degli asserti descrittivi: “Per troppo tempo i filosofi hanno assunto che il compito di una “asserzione” possa essere solo quello di “descrivere” un certo stato di cose, o di “esporre un qualche fatto”, cosa che deve fare in modo vero o falso”.[1] Le proposizioni dichiarative, quelle che parlano di stati di cose nel mondo, sono solo una piccola parte di tutto ciò che vien detto. La “fallacia descrittiva” è l’impostazione filosofica di riduzione di tutta l’analisi linguistica alla sola semantica, che è teoria del riferimento e delle condizioni di verità degli enunciati. In questo senso, la filosofia del linguaggio è andata a solidificarsi esclusivamente sugli asserti descrittivi, tralasciando tutto il resto e relegandolo nell’insensato. Una proposizione è insensata quando non ha alcun significato, anche quando è ben formata, da un punto di vista sintattico.

Austin, invece, vuole puntare l’attenzione proprio sul fatto che molte proposizioni (asserti), pur non essendo proposizioni dichiarative, sono lungi dall’essere insensate. Esse non servono ad esprimere fatti, ma azioni. Il linguaggio ordinario, osserva Austin, è un crocevia di diverse proposizioni usate per scopi differenti. La sua teoria, infatti, ricalca una sua convinzione profonda, che è una conseguenza dell’accettazione della fallacia descrittiva come valido argomento contro il procedere dei filosofi: “Asserire, descrivere etc., sono soltanto due  nomi tra i moltissimi altri nomi di atti illocutori; essi non occupano alcuna posizione eccezionale”.[2] Il nocciolo duro della posizione di Austin nasce, sostanzialmente, da due presupposti: l’argomento della “fallacia descrittiva” è valido e la filosofia non deve discostarsi dall’analisi del linguaggio ordinario per mezzo di un linguaggio artefatto. La seconda convinzione di Austin è confermata dal fatto che egli si limiti a tracciare linee di analisi molto generali, di cui si rende conto dell’insufficienza analitica (ripete assai spesso parole “ma potremmo non essere certi”, “siamo sicuri di non aver elencato tutti i casi” etc.), non per superficialità, ma per la convinzione radicale che la filosofia debba limitarsi all’analisi del linguaggio per chiarificarlo fino a lasciare il passo ad altre discipline “più idonee” per un lavoro scientifico di dettaglio. Lo stesso Austin, quasi incidentalmente, chiarisce il suo punto di vista in proposito:

Perché essere così tortuosi? Ebbene, naturalmente sono d’accordo che questo si dovrà fare [parlare in termini di psicologia o linguistica degli atti linguistici, senza ulteriore filosofia] – però io dico dopo, non prima, l’aver guardato cosa si può tirar fuori dal linguaggio ordinario anche se in ciò che ne viene fuori vi è un forte elemento di irrefutabilità. Diversamente ci lasceremmo sfuggire delle cose e procederemmo troppo velocemente.[3]

Austin, dunque, ne conclude che la filosofia, in quanto chiarificazione del linguaggio ordinario per mezzo del linguaggio ordinario, non debba allontanarsi troppo nelle dissertazioni analitiche, ma è utile come primo “setacciamento” e discussione generale dei problemi. Essa serve, soprattutto, per tracciare linee di demarcazione sensate da cui prendere l’avvio per analisi più stringenti che, però, fuoriescono dall’ambito filosofico del linguaggio ordinario: per Austin, infatti, la metafisica tradizionale falliva nei suoi sistemi proprio per le drastiche riduzioni di significato che imponeva alle sue parole chiave come “buono”, “giusto” etc. Il filosofo inglese rimarrà coerente con la sua posizione giacché non chiarirà ulteriormente la sua teoria degli atti linguistici e così conclude il ciclo delle conferenze tenute ad Harvard e da cui è nato il libro Come fare cose con le parole: “In queste lezioni, quindi, ho fatto due cose che nel complesso non mi piace fare. Queste sono: 1) presentare un programma, cioè, dire cosa si dovrebbe fare piuttosto che fare qualcosa; 2) tenere delle conferenze”.[4]

Dunque, la fallacia descrittiva impone di riconsiderare il linguaggio a partire dai suoi usi più generali: il linguaggio comprende molte espressioni il cui significato non è fissato da una loro relazione con entità del mondo, cioè esse non stanno per un nome né per un verbo né per un connettivo logico e la loro funzione non è quella di indicare un elemento, una proprietà o una relazione. Vale dire, con essi si possono compiere delle azioni, si possono eseguire dei compiti. Esempi di predicati per verbi che non constatano (perciò constativi): ordinare, desiderare, rispondere, lamentare, sfogare. La conclusione è che bisogna distinguere l’asserto dalla proposizione, giacché l’asserto è un’entità fisica pronunciata da un parlante in una certa circostanza in un certo tempo, mentre la proposizione è il contenuto semantico astratto dell’asserto.

La difficoltà di Austin

Il principale problema per la teoria degli atti linguistici è quella di riuscire a configurarsi in modo netto in alternativa al normale approccio semantico-formale. In effetti, come dice Austin, i propri “pregiudizi” potrebbero indirizzarci ad essere diffidenti nei confronti di un approccio così “anticonvenzionale”. Infatti, tra i filosofi ci potrebbe anche essere chi è indotto allo scetticismo in materia proprio perché ogni atto linguistico espresso in un asserto ha comunque un certo contenuto semantico. Ogni asserzione può essere considerata vera o falsa e, allora, se pensata alla luce di questa considerazione, si può essere tentati di riconsiderare l’intera impostazione nuovamente sotto il più tradizionale approccio semantico. In effetti, l’esigenza di riuscire a tracciare la linea di demarcazione emerge continuamente tra le righe perché non è affatto semplice riuscire a distinguere il contenuto semantico di un asserto dalla sua forza.

Uno degli ostacoli principali è offerto dal fatto che non esistono dei demarcatori grammaticali evidenti per differenziare l’uso operativo dall’uso descrittivo del linguaggio: “[N]on è per niente facile distinguere perfino le domande, gli ordini, e così via dalle asserzioni mediante le poche e misere indicazioni grammaticali disponibili (…)”.[5]

Il performativo

Austin analizza l’uso peculiare di alcuni verbi, il cui significato diverge tra l’uso in prima persona e quello in terza: promettere, ordinare, pregare, chiedere etc. Quando si dice “io chiedo scusa” si sta dicendo qualcosa di molto diverso da “lui chiede scusa” perché nel primo caso io sto compiendo l’azione di scusarmi nel secondo caso sto descrivendo l’azione di un altro. Nel primo caso “mi scuso” l’asserto sarà vero a determinate condizioni, ma è valido in quanto atto di scusa. Mentre se dico “lui si scusa” non sto compiendo alcun atto linguistico a meno che l’altro non rettifichi le mie parole attraverso gesti o espressioni convenzionalmente accettate per “accettare”. Ad esempio, se la mamma di un bambino dice “lui si scusa” l’atto di scuse entrerà in vigore solo dopo che il bambino abbia a sua volta, di fatto, compiuto l’atto di scusarsi, ma non prima. L’idea di Austin risiede in un’osservazione profonda e importante: esiste un paralellismo tra linguaggio e azione e si pone quando l’atto linguistico viene eseguito da un parlante che, in circostanze adeguate, esegue un proferimento nel quale egli stesso si fa carico di una qualche responsabilità o di una qualche intenzione programmatica. Un performativo, dunque, è un verbo il cui significato varia dalla prima alla terza persona ed è usato al presente indicativo per esprimere un’azione e non una descrizione. Il presente indicativo è il tempo del performativo perché serve a rimarcare che “io, in quanto soggetto, dichiaro di compiere una certa azione conformemente alle mie intenzioni e possibilità”. Un qualunque altro tempo verbale (anche il presente progressivo) non sarebbe idoneo per indicare l’inizio dell’azione nel dire quella determinata cosa: “In particolare dobbiamo rilevare che vi è una asimmetria di genere sistematico tra questa e le altre persone e tempi dello stesso verbo“.[6]

L’uso del performativo è sintomatico dell’azione, dunque, esso è un caso di uso esecutivo del linguaggio. Gli asserti con il performativo sono contraddistinti non dal loro essere veri o falsi (il rimandare ad un certo stato di cose nel mondo) quanto dal loro essere felici o infelici. Un atto linguistico è felice se ottiene il risultato sperato, se diventa “operativo”, mentre è infelice se non l’ottiene. Il performativo, infatti, non è una descrizione ma è un’asserzione che non constata nulla, di conseguenza, non è né vera né falsa. In secondo luogo, l’atto di enunciazione della frase costituisce l’esecuzione di un’azione che non è riassunta nel solo contenuto semantico dell’enunciato, sebbene sia difficile (come visto) distinguere tra il contenuto semantico e il “contenuto operativo” dell’asserto.

Esempi di performativi validi nelle circostanze appropriate: “io prendo lei come legittima sposa”, “io battezzo questa nave Piercarlo”, “lascio il mio orologio in eredità a mio fratello”, “scommetto dieci euro che domani pioverà”. Questi esempi di Austin, contribuiscono a chiarire in che senso il linguaggio diventa “operativo”: fare una scommessa significa che ci sia una persona che si prende carico di mettere in gioco qualcosa e ciò diventa valido non appena egli proferisce la frase “io scommetto che…” in circostanze appropriate. Naturalmente, i performativi quali “io condanno l’imputato…” devono essere espressi da persone qualificate in circostanze appropriate. La qualifica delle persone è imprescindibile perché non tutti possono “condannare giuridicamente” qualcuno e anche le circostanze devono essere appropriate perché un giudice fuori dalla corte non ha il diritto di condannare nessuno, anche se proferisce le parole giuste. Di conseguenza, deve esistere una qualche procedura condivisa che renda manifesto sia a chi asserisce che a chi ascolta in quali circostanze e quali persone stanno compiendo certi atti linguistici. Le condizioni generali dell’esecuzione di un atto linguistico valido attraverso il performativo le riprendiamo dallo stesso Austin:

(A.1) Deve esistere una procedura convenzionale accettata avente un certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l’atto di pronunciare certe parole da parte di certe persone in certe circostanze e, inoltre,

(A. 2) le particolari persone e circostanze in dato caso, devono essere appropriate per il richiamarsi alla particolare procedura cui si richiama.

(B. 1) La procedura deve essere eseguita da tutti i partecipanti sia correttamente che

(B. 2) completamente.

(R 1) Laddove, come spesso avviene, la procedura sia destinata all’impiego da parte di persone aventi certi pensieri o sentimenti, o all’innaugurazione di un certo comportamento consequenziale da parte di qualcuno dei partecipanti, allora una persona che partecipa e quindi si richiama alla procedura deve di fatto avere quei pensieri o sentimenti, e i partecipanti devono avere intenzioni di comportarsi in tal modo, e inoltre

(R 2) devono in seguito comportarsi effettivamente in tal modo.[7]

La condizione (A.1) sancisce una cesura netta tra ciò che è un atto linguistico e ciò che non lo è. Sfogarsi dell’angoscia non è un atto linguistico, anche se proferisco un verbo alla prima persona singolare dell’indicativo (l’indicatore grammaticale del performatico) “io mi sfogo…” perché non c’è una procedura condivisa dello “sfogarsi”.

La condizione (A. 2) è già stata spiegata. Bisogna avere l’autorità per pronunciare certe frasi e renderle operative, altrimenti si compiono dei “colpi a vuoto”, cioè si fallisce nell’esecuzione di un atto, allo stessi modo di come si fallisce nel tentativo di compiere un’azione.

Le condizioni (B) impongono che le procedure vengano eseguite in modo completo e corretto, giacché, altrimenti non consentono di portare a compimento un determinato atto linguistico che rimarrebbe incompleto o inconcluso.

Le condizioni R impongono che alle parole seguano i fatti, sia nel senso che le parole siano proferite con un’intenzione ferma, sia che si realizzino gli intenti proferiti dalle parole. Le condizioni R servono, soprattutto, per escludere i casi dell'”eziolamento” del linguaggio, cioè dell’uso giocoso degli asserti: “Mi sposo… ovviamente si fa per dire” non indica l’atto di sposarsi, anche se si ha proferito un certo performativo. Infatti, l’atto linguistico è contraddistinto (1) dall’essere valido e (2) di essere eseguito. La validità ha, comunque, a che fare con l’intenzionalità di chi proferisce qualcosa perché una scommessa o un giuramento senza intenzione non sono scommesse né giuramenti. In secondo luogo, un atto linguistico ha la capacità di perturbare lo stato di cose ne mondo, condizione che si realizza solo se chi proferisce certe parole le fa seguire ai fatti: “io scommetto dieci euro…” diventa una scommessa solo a condizione che, se perdo, cedo i miei 10 euro in virtù della convenzione stabilita, ratificata e validata.

In conclusione, il linguaggio può essere considerato operativo quando a certe parole seguono determinati fatti causati, direttamente o indirettamente, dalle parole proferite. Naturalmente, non si sta parlando di una causalità relativa al proferimento di onde sonore, ma di una causalità relativa a determinati atti convenzionalmente riconosciuti e convalidati dai partecipanti alla procedura in quel dato momento. Così, si compie un atto linguistico quando si asserisce un enunciato con un performativo le cui conseguenze sono altre azioni:

Potremmo dire: in casi ordinari, per esempio correre, è il fatto che egli sta correndo che rende l’asserzione che egli sta correndo vera; o ancora, la verità dell’enunciato constativo “egli sta correndo” dipende dal fatto che egli sta correndo. Mentre nel nostro caso è la felicità del performativo “mi scuso” che fa essere un fatto che mi sto scusando: e il mio successo nello scusarmi dipende dalla felicità dell’enunciato performativo ” mi scuso”. Questo è un modo in cui potremmo giustificare la distinzione “performativo-constativo” – come una distinzione tra fare e dire.[8]

Performativi primari e performativi espliciti.

Austin riconosce che sarebbe eccessivo tentare di ridurre tutti i casi dei performativi, cioè dell’uso degli asserti in via performativa, ai soli verbi che differiscono tra la prima persona e la terza all’indicativo presente: “In particolare dobbiamo rilevare che vi è una asimmetria di genere sistematico tra questa e le altre persone e tempi dello stesso verbo.”[9] Il problema principale consiste nel riuscire a discriminare i casi di verbi performativi da tutti gli altri usati in senso puramente constativo. Il fatto è che per entrare in procedura ci deve essere un atto ben riconoscibile e individuabile. Non è un caso che le discipline altamente burocratizzate siano imbevute di verbi che si usano come performativi, come nel caso della giurisprudenza o dell’esecuzione degli ordini militari. Questo è reso necessario dal fatto che l’esecuzione di un atto linguistico deve essere riconoscibile da tutti coloro che fanno parte del contesto nel quale esiste una procedura condivisa nella quale si rende necessaria la distinzione tra uso eziolato del linguaggio, uso descrittivo e uso operativo. Un classico scambio di battute tra un generale e un comandante potrà essere così: “Bombardate la collina, passo.” “Eseguo.” Nel caso dei militari tutto deve essere esplicito proprio perché dev’essere chiara che la procedura sia stata riconosciuta e, allo stesso tempo, entrata in vigore.

D’altra parte, i militari e i giuristi sono, per fortuna, categorie di persone limitate, sebbene di ampio numero. Nel linguaggio ordinario, al quale Austin tiene molto (avrebbe potuto limitarsi a chiarificare solo gli usi chiaramente performativi degli enunciati molto burocratizzati), si danno continuamente casi di usi del linguaggio operativo senza l’uso del performativo. Austin chiama questo uso “performativo primario” e sostiene che nella genesi storica del linguaggio come azione abbiano preceduto i performativi espliciti. D’altra parte, l’uso del performativo esplicito è, correntemente, più raro e più formale: “Io dichiaro che…” è difficilmente espresso in questo modo, ma si preferisce dichiarare e basta. Oppure “Io ti saluto…” è in genere semplicemente una stretta di mano o un ciao. Austin riconosce questi dati di fatto e per tener conto di questi casi dice che: (1) determinati atti non-linguistici, riconosciuti, possono sostituire gli atti linguistici preposti, (2) determinate frasi possono essere usate in senso operativo, anche senza l’uso del performativo, nel caso in cui compaiano determinati termini “indicatori” che suggeriscono l’uso operativo, (3) si danno casi in cui il performativo primario può essere tradotto in un performativo esplicito. Il problema è che non tutti gli usi operativi del linguaggio possono essere tradotti in un performativo esplicito, come Austin sapeva: “Quindi ciò che dovremmo essere tentati di dire è che qualunque enunciato che sia di fatto un performativo dovrebbe poter essere ridotto, o sviluppato, o analizzato, o riprodotto in una forma, che ha un verbo alla prima persona singolare del presente indicativo attivo (grammaticale)”.[10] Il principale problema per Austin è che egli discrimina l’esecuzione di un atto linguistico da un proferimento descrittivo o eziolato per via della presenza di una procedura che lo rende esecutivo, in base alla forza che il proferimento ha (si danno vari tipi di forza, in base a i quali gli atti esecutivi vengono distinti e classificato). Ma questo comporta molte difficoltà perché una procedura è un insieme di passi distinti che, per la loro applicazione, richiede che ci sia sempre molta chiarezza e univocità su ciò a cui si applica: non ci può essere ambiguità quando un generale comanda un bombardamento e il motivo è evidente. Il problema è che il linguaggio ordinario non possiede dei termini grammaticali preposti a distinguere tutti i casi in cui il linguaggio diventa operativo e Austin deve fare i conti con questo problema. Non è un caso, infatti, che si dilunghi sulla descrizione di tutti i vari casi di fallimento comunicativo.

I dispositivi espliciti di marcatura del performativo possono essere distinti in varie categorie: modo; tono di voce o ritmo o enfasi; congiunzioni; azioni che accompagnano le dichiarazioni; circostanze dell’enunciazione. Come si vede, molti “marcatori” non si configurano come interni alla grammatica della frase, ma come indicatori esterni ad essa che manifestano una certa intenzione del parlante che si prende la responsabilità di eseguire o entrare in una certa procedura in modo riconoscibile da parte della comunità linguistica.

Austin fornisce un test per verificare se ci si trova di fronte ad un performativo:

1. verificare se qualcuno fa realmente ciò che dice di fare.

2. verificare che si possa fare l’azione senza dire niente.

3. verificare se si possono aggiungere avverbi.

4. verificare che ciò che è stato detto non sia falso nel senso di “io prometto… ma non ne ho l’intenzione”.

La clausola (1) stabilisce che alle parole seguano i fatti giacché se un performativo è fare una cosa nel dirla, allora ci deve essere un’azione conseguente manifesta senza la quale, nel migliore dei casi, si può dire che il performativo sia andato a vuoto. La clausola (2) è resa chiara dal fatto che un qualunque atto linguistico può essere eseguito anche senza la dicitura linguistica, motivo per il quale l’azione dell’atto deve poter essere eseguita anche senza l’asserzione. Di conseguenza, qualora l’azione non sia possibile, allora neppure l’atto linguistico preposto alla sua esecuzione, sarà possibile. La clausola (3) riprende l’idea che esistano formule performative che sfruttano particolari avverbi o costrutti grammaticali anche senza l’uso del verbo alla prima persona singolare dell’indicativo presente. In fine (4) l’uso performativo impone che il contenuto semantico del performativo non sia contraddittorio come nel caso di “io prometto… ma non ne ho l’intenzione” o non sia falso come “io ti consiglio che…” senza credere a ciò che sto consigliando.

L’infelicità degli atti linguistici

Un atto linguistico è, come le azioni intenzionali, soggetto al rischio di fallire nella sua esecuzione. Il fallimento può consistere sostanzialmente in due generi: si proferisce un certo asserto ma non si era nelle circostanze adeguate; si proferisce l’asserto che non viene ricevuto. Nel primo caso, ad esempio, un giudice che proferisce un verdetto fuori dell’aula del tribunale fallisce nell’esecuzione dell’atto in quanto non si trovava nelle circostanze adeguate, pur essendo egli stesso in grado di proferire l’enunciato. Nel secondo caso, invece, un soldato che non ha capito l’ordine del comandante fa fallire l’esecuzione dell’atto del comando per mancata recezione. Da questi esempi, si comprende come ad un certo atto linguistico debbano seguire determinate conseguenze, senza le quali l’atto non può dirsi eseguito, compiuto ma solo tentato.

Austin, di conseguenza, arriva a formulare due generi di fallimenti: gli abusi e i colpi a vuoto. Gli abusi sono tutti gli atti che vengono compiuti da persone non autorizzate, che non godono di una certa autorità per asserire ciò che dicono. Una persona che non sia un maestro non avrà il diritto di dare voti agli alunni per la semplice ragione che egli non è autorizzato: la procedura prevede che sia un maestro e non qualcun altro a stabilire se una persona sia o non sia valutata in un certo modo. Il colpo a vuoto è quel che abbiamo già visto: è il caso di un asserto proferito in circostanze inadeguate o in assenza di procedura condivisa. Ad esempio, una persona che dica “ho fatto tombola” quando sta giocando a scarabeo avrà compiuto un atto che, però, gira a vuoto perché gli altri giocatori non gli riconoscono alcuna validità. D’altra parte, l’asserto “Ho fatto tombola!” è stato proferito e, di conseguenza, vale come atto; ma non essendo stato eseguito nelle circostanze adeguate, ad esso non segue la vittoria del giocatore e, di conseguenza, va considerato come un atto linguistico fallito.

Altri disturbi che possono provocare il fallimento di un atto linguistico è il mancato riconoscimento delle intenzioni oppure il loro fraintendimento o, ancora, il fraintendimento stesso del significato dell’enunciato. Infatti, il contenuto semantico del proferimento non è sempre neutrale, rispetto all’esecuzione dell’atto linguistico, ma non è ciò che, secondo Austin, definisce la “forza” dell’enunciato stesso. D’altra parte, Austin stesso ci dice che l’atto di ordinare un caffè fallisce se chi sente la frase non conosce la parola caffè. Ma, quello che è importante capire, è che l’esecuzione dell’atto in quanto azione è da distinguere dal contenuto semantico della frase, anche quando questo ha la sua importanza. Se dico “portami un caffè” ma il mio amico inglese non sa cosa sia il caffè ma capisce che è quello che voglio, e mi porterà davvero il caffè, allora il mio atto sarà valido a tutti gli effetti. La validità dell’atto è indicata dalla presenza dell’esecuzione di un compito, di un’azione o di quelle che sono le richieste e, più in generale, delle intenzioni di chi ha proferito un certo asserto in una certa circostanza.

I colpi a vuoto si dividono in due categorie: in caso, la procedura dell’atto non viene condivisa da tutti, di conseguenza, non viene compreso l’atto eseguito perché viene scambiato per qualcosa di diverso. In altro caso, l’esecuzione della procedura condivisa era corretta ma la circostanza del proferimento era inadeguata e, in questo senso, si parla di “applicazione indebita”.

Una procedura deve essere accettata per valere e il predicato di accettazione si applica a tutte e le sole procedure effettive che fanno parte delle procedure condivise e applicate. I problemi sorgono nei casi di vaghezza delle procedure, sistemi normativi esistenti nel passato ma prive di valore attuale (i duelli per l’onore) o nuovi casi ancora non codificati o non riconosciuti da tutti come codificati. D’altra parte, deve esistere una certa elasticità nella codifica degli atti e nel loro riconoscimento, anche quando si diano procedure esplicite conosciute: “Ora, di nuovo, nella vita di tutti i giorni è permessa una certa negligenza nella procedura – altrimenti nell’università nessuna faccenda verrebbe mai portata a termine!”[11]

I casi di fallimenti possono dipendere da questi vari fattori: assenza di procedura, assenza di una procedura condivisa, proferimento inadeguato per le circostanze, procedura eseguita in modo difettoso, procedura non eseguita correttamente.

Ci sono, poi, i casi di fallimento per assenza di intenzionalità: assenza di intenzioni, assenza di pensieri, assenza di una volontà ferma nell’eseguire un certo atto, i partecipanti alla procedura non eseguono la loro parte. L’assenza di un sentimento può far fallire un atto laddove il particolare atto richiede la presenza del sentimento stesso “ti auguro di stare bene” fallisce se non desidero veramente che il mittente stia bene. In questo caso si parla di insincerità, di malafede. L’assenza di “pensiero” vanifica gli atti che richiedono un’opinione o una credenza: “io ti consiglio che…” fallisce se non credo ciò che sto consigliando. Austin, non a torto, ritiene che questa categoria sia sfumata e difficile da definire in modo più stringente. Comunque, in questa categoria rientrano tutti gli asserti proferiti senza cognizione di causa o senza che crediamo veramente in ciò che stiamo dicendo. L’assenza di intenzioni ferme è la causa del fallimento degli atti che, una volta proferiti, non diventano comunque operativi perché ad essi non segue alcun’azione o alcun comportamento. “Io scommetto…” ma poi non cedo qualche avere a seguito della mia sconfitta implica che l’atto di scommettere sia stato vanificato e sia da considerare non valido: si tratta di tutti quegli atti linguistici i cui asserti erano stati pronunciati senza convinzione. In fine, tutti i partecipanti devono rispettare il loro ruolo giacché se un arbitro decreta l’espulsione di un giocatore, costui deve andarsene dal campo e non continuare a giocare come se niente fosse e deve essere rimosso dal campo, se non se ne va.

Atti locutori, atti illocutori e atti perlocutori

Dopo aver distinto l’uso operativo dall’uso descrittivo del linguaggio, dopo aver dato un’analisi del performativo (primario ed esplicito), dopo aver fornito una descrizione dei casi e dei motivi di fallimento degli atti linguistici (abusi e atti indebiti), Austin approda alla discriminazione di tre atti linguistici: atti locutori, atti illocutori e atti perlocutori. Un atto locutorio è un qualunque proferimento di un asserto, è l’aver pronunciato determinate parole in un certo momento. Tutti gli atti linguistici sono delle “locuzioni”, in questo senso generale, giacché tutti sono dei proferimenti di parole. Gli atti locutori vengono distinti in atti remici e atti fatici.

“[L]’esecuzione di un atto nel dire qualcosa in contrapposizione all’esecuzione di un atto di dire qualcosa; chiamo l’atto eseguito una “illocuzione” e farò riferimento alla teoria dei diversi tipi di funzione nel linguaggio qui in discussione come alla teoria delle “forze illocutorie”.[12] L’atto di “dire qualcosa” è l’atto locutorio. La differenza tra un atto locutorio e un atto illocutorio consiste nel fatto che il primo è semplicemente l’aver proferito delle parole in un certo momento, mentre, nel secondo caso, l’aver detto una certa frase implica l’aver fatto qualcosa: “io ordino di sospendere i bombardamenti” è un atto locutorio, dal punto di vista del proferimento fonetico indipendentemente dalle conseguenze reali dell’atto; ma è un atto illocutorio nella misura in cui al proferimento dell’asserto segue la sospensione dei bombardamenti. Può sembrare che la differenza tra atto locutorio e atto illocutorio sia impalpabile, in realtà, essa ricalca l’idea, già più volte discussa, che il linguaggio può essere utilizzato in modo da eseguire dei compiti, piuttosto che per esprimere enunciati descrittivi. Austin, che era sempre molto prudente e circospetto nelle sue dichiarazioni, si sforza di mostrare come l’uso del linguaggio esecutivo non sia irriducibile all’uso del linguaggio constativo. Il problema è più di carattere pregiudiziale che reale perché Austin si muove all’interno di una comunità filosofica ancora molto legata alle categorie semantiche e alla loro analisi pervasiva. La difficile cesura tra uso constativo e uso esecutivo del linguaggio viene traslata anche nella categoria degli atti locutori, illocutori e perlocutori:

Possiamo essere d’accordo sulle parole effettivamente pronunciate, e persino anche sui sensi in cui sono state usate e sulle realtà per riferirsi alle quali sono state usate, e tuttavia essere ancora in disaccordo riguardo alla questione se, nelle circostanze date, esse costituivano un ordine o una minaccia o semplicemente un consiglio o un avvertimento. (…) e in verità possiamo spesso essere d’accordo che il suo atto era proprio, per dire, un atto di ordinare (illocuzione) mentre siamo ancora incerti su che cosa egli intendesse ordinare (locuzione). (…) In effetti è molto più difficile impedire i disaccordi riguardanti la descrizione degli “atti locutori”. Ognuno di questi, comunque, è convenzionale e suscettibile di ricevere una “interpretazione “da parte di chi lo giudica.[13]

Il punto nodale è che un atto illocutorio può essere infelice o invalidato, due predicati che non ricadono nelle categorie semantiche di riferimento e verità. Di conseguenza, bisogna assumere che esista una certa distinzione tra l’atto di dire qualcosa e l’atto di fare qualcosa nel dire.

In fine:

Dire qualcosa produrrà spesso, o anche normalmente, certi effetti consecutivi sui sentimenti, i pensieri, o le azioni di chi sente, o di chi parla, o di altre persone: e può essere fatto con lo scopo, l’intenzione o il proposito di produrre questi effetti; e possiamo allora dire, tenendo conto di questo, che chi parla ha eseguito un atto definibile con un termine che fa riferimento o solo indirettamente  (C.a), o anche per nulla (C.b), all’esecuzione dell’atto locutorio o illocutorio. Chiameremo l’esecuzione di un atto di questo genere l’esecuzione di un atto “perlocutorio”, e l’atto eseguiti, nei casi adatti (…) una “perlocuzione”.[14]

L’atto perlocutorio è la conseguenza diretto o indiretta di un certo atto illocutorio. La teoria degli atti linguistici diviene più chiara, se si tiene a mente la domanda “come una frase può diventare un’azione?” e cioè “come una frase può diventare causa di un evento fisico?”. Si tenga conto che il linguaggio, in un senso molto forte, non va considerato “causa” di eventi, come già aveva osservato Cartesio. Il problema consiste nel riuscire a mostrare per quale via “io ti ordino di sospendere i bombardamenti” costituisca un’azione capace di interrompere realmente i bombardamenti. L’atto perlocutorio può essere di due tipi, in base al fatto che l’atto perlocutorio renda felice o infelice l’atto illocutorio che l’ha preceduto. L’atto illocutorio è fare qualcosa col dirla: “Col dire questo mi assumo la responsabilità…” Mentre l’atto prelocutorio è l’aver conseguito un’azione nell’aver detto qualcosa: “Nel dire questo l’ho convinto”. La relazione che intercorre tra “col dire” e “nel dire” può essere mostrato da un esempio: “ti consiglio di non passare da quella parte che c’è un campo minato” e “non è passato dal campo minato”, col proferire quella frase (atto illocutorio) ho fatto sì che si salvasse (atto perlocutorio): se non avessi detto che in quella direzione c’era un campo minato, egli sarebbe saltato per aria.

E’ caratteristico degli atti perlocutori che la risposta ottenuta, o il seguito, possano essere ottenuti in aggiunta o completamente, con mezzi non locutori: così l’intimidazione può essere ottenuta brandendo un bastone o puntando un fucile. Persino nei casi del convincere, persuadere, far obbedire e far credere possiamo ottenere la risposta non verbalmente; ma se non si ha alcun atto illocutorio, è dubbio se sia il caso di usare questo linguaggio caratteristico degli obiettivi perlocutori. Confrontate l’uso di “ho fatto sì che egli lo facesse” con “ho fatto si che egli obbedisse”.[15]

La relazione tra atto illocutorio e atto perlocutorio può (forse) essere introdotta da un condizionale nel quale l’antecedente è l’atto illocutorio e il conseguente è l’atto perlocutorio. Il condizionale assume, in questo caso, una valenza di rapporto causale. Va da sé, d’altronde, che un atto illocutorio può comportare due situazioni diverse: esso viene reso felice dall’atto perlocutorio oppure viene reso infelice. L’infelicità scatta nel momento in cui le condizioni di validità dei performativi non vengono rispettate, giacché gli atti illocutori vengono espressi mediante performativi primari o espliciti o mediante marcatori grammaticali che ne fanno le veci. Gli atti perlocutori, dunque, possono non seguire agli atti illocutori, imponendone la felicità o l’infelicità. Si tenga conto, però, che un atto illocutorio viene comunque compiuto ed eseguito anche quando non viene reso felice. Se dico “Sospendete i bombardamenti” ma nessuno esegue l’ordine, l’atto illocutorio può dirsi compiuto, sebbene rimanga infelice. Per ricapitolare le distinzioni tra gli atti locutori, atti illocutori e perlocutori: “Così abbiamo distinto l’atto locutorio (e all’interno di questo l’atto fonetico, l’atto fatico e l’atto retico) che ha un significato, l’atto illocutorio che ha una certa forza nel dire qualcosa; l’atto perlocutorio che è l’ottenere certi effetti nel dire qualcosa.[16]

Le condizioni di felicità dell’atto illocutorio possono essere schematizzate così:

I. Un atto illocutorio deve avere delle conseguenze, altrimenti esso va considerato infelice.

II. L’atto illocutorio entra in vigore imponendo delle conseguenze nelle procedure una volta che proferito l’asserto di valenza illocutoria.

III. Gli atti illocutorio sollecitano per convenzione una risposta o un segiuto.

Dunque, gli atti illocutori sono legati alle conseguenze in tre modi: (1) assicurazione della recezione, (2) entrata in vigore, (3) sollecitazione della risposta. Ancora una volta, non c’è caso esemplare più chiaro dei nostri amici militari per chiarire i concetti non semplici della teoria:

“Bombardate la posizione a1, passo”.

“Ricevuto”.

“Passo e chiudo”.

Ricevuto, a seguito della parola, passo attesta la ricezione dell’ordine che, nel caso dei militari, è indispensabile proprio per rendere manifesto il fatto che l’ordine è stato riconosciuto ed è entrato in vigore (2). All’entrata in vigore dell’ordine segue una certa conseguenza, cioè viene sollecitata una risposta sia in termini linguistici ma, soprattutto, operativi.

La categoria degli atti illocutori raggruppa all’interno molti tipi di casi diversi che si distinguono in base alla loro “forza”: “Ciò che introduciamo davvero mediante l’uso della terminologia delle illocuzioni è un riferimento, non alle conseguenze (almeno in senso ordinario) della locuzione, ma alle convenzioni della forza illocutoria in relazione alle particolari circostanze dell’occasione in cui viene proferito un enunciato.”[17] Vale a dire che il “riferimento”, cioè il “significato” dell’atto illocutorio risiede nella sua forza, nel diverso genere di atto esecutivo che si sta compiendo.

Distinzioni tra usi linguistici differenti: quando il linguaggio si fa operativo

A questo punto, è fondamentale osservare che esiste una distinzione tra l’uso operativo del linguaggio nel senso in cui lo intende Austin, da altri usi diversi. Un caso semplice e felice (infelice, sotto altri aspetti!) è lo sfogo verbale della rabbia: quando qualcuno si sfoga violentemente con noi usa spesso espressioni che potrebbero apparire dei performativi. In generale, egli userà delle espressioni per rendere i suoi stati d’animo e imporre a noi determinate conseguenze. Nelle liti casalinghe gli scopi sono, assai spesso, indurre sensi di colpa o reazioni in chi ci ascolta. Sembra, dunque, che si compiano degli atti illocutori per scopi perlocutori nel caso dello sfogo. Avere sistemi per esternare le nostre emozioni e i nostri desideri rimane utile:

Vi sono numerosi casi nella vita umana in cui il provare una certa “emozione” (mi si perdoni la parola!) o “desiderio” oppure l’assumere un atteggiamento è convenzionalmente considerato una risposta o reazione appropriata o adatta ad un certo stato di cose, che comprende la esecuzione, da parte di qualcuno, di un certo atto, casi in cui una reazione di questo genere è naturale (oppure vorremmo pensare che lo è!). In simili casi, naturalmente, è possibile e consueto provare effettivamente l’emozione o il desiderio in questione; e siccome le nostre emozioni o i nostri desideri non sono facilmente discernibili da parte degli altri, è comune desiderare di informare gli altri del fatto che li proviamo.[18]

Austin sostiene che un atto illocutorio è un atto convenzionale codificato in una procedura che deve essere compiuta completamente e correttamente. Tutti gli atti che non rientrano in procedure codificate non vanno considerati atti illocutori:

Possiamo manifestare emozione nel o col proferire un enunciato, come quando imprechiamo; ma ancora una volta qui non si fa nessun uso di formule performative e degli altri dispositivi degli atti illocutori. Potremmo dire che usiamo l’imprecare per sfogarci. Dobbiamo porre attenzione al fatto che l’atto illocutorio è un atto convenzionale: un atto compiuto in quanto conforme ad una convenzione.[19]

Su questo punto bisogna insistere ancora un poco perché è cruciale ed è anche uno delle principali differenze tra la teoria degli atti linguistici di Austin e altre successive proposte. Un atto illocutorio è legato ad un atto perlocutorio dai modi che abbiamo visto, ma l’atto illocutorio prevede la presenza di una procedura condivisa da tutti i partecipanti al “gioco sociale” al quale si sta partecipando nell’eseguire un certo atto linguistico. Di conseguenza, possiamo affermare che esistono due generi distinti di asserti: asserti che rientrano in procedure sociali e asserti che non rientrano in alcuna procedura. Quali che siano gli enunciati e quali che siano le conseguenze di questi ultimi, non vanno considerati come genuini atti illocutori qualora non ci sia una procedura che li riconosca come atti linguistici, come asserti operativi. L’operatività è legata, per Austin, in modo centrale alle procedure sociali, sebbene con quell’elasticità necessaria a non rendere eccessivamente rigidi tutti i casi. Ma una procedura ci deve pur essere. Fra l’altro, questa centrale differenza discriminante è anche uno dei punti in cui Austin non solo si sofferma di più, ma nel quale è particolarmente chiaro: “Rigorosamente parlando, non si può avere un atto illocutorio a meno che i mezzi impiegati non siano convenzionali, e quindi i mezzi per riuscire a compierlo non verbalmente devono essere convenzionali”.[20]

D’altra parte, non bisogna confondere l’atto illocutorio con le sue conseguenze:

Nel caso delle illocuzioni dobbiamo essere pronti a tracciare la distinzione necessaria, che sfugge al linguaggio ordinario tranne che in casi eccezionali, tra

a) l’atto di tentare di o di tendere a (o effettuare o stentare o pretendere o di iniziare o accingersi a) eseguire un certo atto illocutorio, e

b) l’atto di riuscire a compiere con successo o consumare o portare a termine tale atto.[21]

Dunque, un atto illocutorio, come detto, non dipende essenzialmente dalle sue conseguenze, ma dal suo appartenere ad una procedura condivisa o meno. La forza illocutoria contraddistingue i vari generi di atti illocutori, che, dunque, si distinguono in base all’uso operativo che assumono nelle circostanze del loro proferimento in base alle procedure nelle quali si inseriscono:

I primi, i verdettivi, sono caratterizzati dall’emissione di un verdetto, come il nome dà per implicito, da parte di una giuria, un arbitro, o un giudice di gara. Ma non è necessario che siano definitivi (…).

I secondi, gli esercitivi, consistono nell’esercitare dei poteri, dei diritti, oppure un’influenza. Ne sono esempi il conferire una nomina, votare, ordinare, esortare, consigliare, avvertire, etc.

I terzi, i commissivi, sono caratterizzati dal fatto di promettere o altrimenti di assumersi un impegno; essi ti impegnano a fare qualcosa, ma comprendono anche le dichiarazioni o gli annunci riguardo alle proprie intenzioni, che non sono promesse, e anche delle cose piuttosto vaghe che ptoremmo chiamare lo sposare una causa (…).

I quarti, i comportativi, sono un gruppo molto eterogeneo, e hanno a che fare con gli atteggiamenti e il comportamento sociale. Ne sono esempi lo scusarsi, il congratularsi, l’encomiare, il condolersi, l’imprecare e lo sfidare.

I quinti, gli espositivi. Sono difficili da definire. Essi rendono chiaro il modo in cui i nostri enunciati si inseriscono nel corso di una discussione o di una conversazione, il modo in cui stiamo usando le parole, oppure, in generale, consentono l’esposizione. Ne sono esempi “il replico”, “io dimostro”…[22]

E, per ricapitolare con le parole dello stesso Austin:

Per ricapitolare, possiamo dire che il verdettivo è un esercizio del giudizio, l’esercizio è un’affermazione di influenza o un esercizio di potere, il commissivo è un’assunzione di un obbligo o di dichiarazione d’intenzione, o il comportativo è l’adozione di un atteggiamento, e l’espositivo è la chiarificazione di ragioni, argomenti, e comunicazioni.[23]

Per concludere, la teoria degli atti linguistici discerne tre generi di atti: locutori, illocutori e perlocutori. Gli atti locutori consistono semplicemente nel proferire un certo enunciato, gli atti illocutori consistono nell’emettere un asserto che ha una validità irriducibile al suo solo significato ed è definito operativamente dalla sua forza, che è ciò che consente all’atto illocutorio di entrare in vigore e, dunque, di valere come atto. L’atto illocutorio è parte di una procedura condivisa che può essere espresso mediante un performativo esplicito o un performativo primario oppure può essere reso manifesto dall’uso di particolari locuzioni, avverbi o “marcatori” che ne indichino la forza. D’altra parte, il linguaggio ordinario è un insieme di usi linguistici che consente una certa elasticità, per tanto, si può considerare un atto illocutorio anche una frase come “Vuoi vedere?” come l’espressione di una scommessa. Tutte le considerazioni valide per i performativi vanno considerate adeguate per gli atti illocutori:

In generale e relativamente a tutti gli enunciati presi in considerazione (…) abbiamo trovato:

1) la dimensione felicità/infelicità,

1a) una forza illocutoria,

2) la dimensione verità/falsità,

2a) un significato (senso e riferimento) locutorio.

La teoria della distinzione performativo/constativo sta alla teoria degli atti locutori e illocutori nell’atto linguistico totale come la teoria particolare rispetto alla teoria generale.[24]

Gli atti perlocutori sono la conseguenza dell’atto illocutorio e fanno anch’essi parte di una procedura. Nella teoria degli atti linguistici non si devono considerare gli usi “eziolati” del linguaggio, né gli usi non convenzionali, né gli asserti linguistici che non rientrano in procedure, sebbene siano volti ad ottenere delle conseguenze fattuali nello stato di cose. Di conseguenza, gli asserti comici, le barzellette, gli sfoghi, le manifestazioni d’amore etc. non vanno considerati atti linguistici, anche quando vengono espressi mediante verbi che appaiono come performativi, sebbene non posseggono alcun valore operativo: “io ti amo” non è l’esecuzione di un atto illocutorio, per quanto gli effetti della frase possano essere importanti!


Riferimenti

Austin J. (1962), Come fare cose con le parole, Marsilio, Genova-Milano, 1986.

[N]on è per niente facile distinguere perfino le domande, gli ordini, e così via dalle asserzioni mediante le poche e misere indicazioni grammaticali disponibili (…)

p. 8.

(A.1) Deve esistere una procedura convenzionale accettata avente un certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l’atto di pronunciare certe parole da parte di certe persone in certe circostanze e, inoltre,

(A. 2) le particolari persone e circostanze in dato caso, devono essere appropriate per il richiamarsi alla particolare procedura cui si richiama.

(B. 1) La procedura deve essere eseguita da tutti i partecipanti sia correttamente che

(B. 2) completamente.

(R 1) Laddove, come spesso avviene, la procedura sia destinata all’impiego da parte di persone aventi certi pensieri o sentimenti, o all’inaugurazione di un certo comportamento consequenziale da parte di qualcuno dei partecipanti, allora una persona che partecipa e quindi si richiama alla procedura deve di fatto avere quei pensieri o sentimenti, e i partecipanti devono avere intenzioni di comportarsi in tal modo, e inoltre

(R 2) devono in seguito comportarsi effettivamente in tal modo.

p. 17.

Elasticità procedurale.

Ora, di nuovo, nella vita di tutti i giorni è permessa una certa negligenza nella procedura – altrimenti nell’università nessuna faccenda verrebbe mai portata a termine!

pp. 31-32.

Differenza tra descrivere e operare.

Potremmo dire: in casi ordinari, per esempio correre, è il fatto che egli sta correndo che rende l’asserzione che egli sta correndo vera; o ancora, la verità dell’enunciato constativo “egli sta correndo” dipende dal fatto che egli sta correndo. Mentre nel nostro caso è la felicità del performativo “mi scuso” che fa essere un fatto che mi sto scusando: e il mio successo nello scusarmi dipende dalla felicità dell’enunciato performativo ” mi scuso”. Questo è un modo in cui potremmo giustificare la distinzione “performativo-constativo” – come una distinzione tra fare e dire.

p. 38.

Paradosso di Moore.

Il fatto che io dica “il gatto è sul cuscino” dà per implicito che io credo che ci sia, in un senso di “implies” notato proprio da G. E. Moore. Non possiamo dire “il gatto è sul cuscino ma io non ci credo che ci sia”.

p. 39.

Il problema della riduzione dei performativi.

Quindi ciò che dovremmo essere tentati di dire è che qualunque enunciato che sia di fatto un performativo dovrebbe poter essere ridotto, o sviluppato, o analizzato, o riprodotto in una forma, che ha un verbo alla prima persona singolare del presente indicativo attivo (grammaticale).

p. 49.

Ancora considerazioni sui performativi.

Questo genere di sviluppo rende esplicito sia il fatto che l’enunciato è performativo, sia qual è l’atto che si sta eseguendo. Tranne quando l’enunciato performativo viene ridotto ad una forma esplicita di questo genere, sarà regolarmente possibile considerarlo in modo non performativo…

p. 49.

In particolare dobbiamo rilevare che vi è una asimmetria di genere sistematico tra questa e le altre persone e tempi dello stesso verbo.

p. 49.

Esprimere sentimenti.

Vi sono numerosi casi nella vita umana in cui il provare una certa “emozione” (mi si perdoni la parola!) o “desiderio” oppure l’assumere un atteggiamento è convenzionalmente considerato una risposta o reazione appropriata o adatta ad un certo stato di cose, che comprende la esecuzione, da parte di qualcuno, di un certo atto, casi in cui una reazione di questo genere è naturale (oppure vorremmo pensare che lo è!). In simili casi, naturalmente, è possibile e consueto provare effettivamente l’emozione o il desiderio in questione; e siccome le nostre emozioni o i nostri desideri non sono facilmente discernibili da parte degli altri, è comune desiderare di informare gli altri del fatto che li proviamo.

p. 60.

Casi cruciali di atti linguistici.

Comportativi ed espositivi sono due classi cruciali in cui si verifica questo fenomeno: ma esso si riscontra anche in altre classi, ad esempio in quelli che io chiamo verdettivi. Esempi di verdettivi sono ” io dichiaro che…”, “io ritengo che…”, “io stabilisco che…”, “io stimo…”. Cos’ se sei un giudice e dici “io ritengo che…” allora dire che ritieni è ritenere; quando si tratta di persone meno ufficiali non è altrettanto chiaramente così: può essere semplicemente una descrizione di uno stato mentale. Si può evitare questo problema nel solito modo, coniando una parola speciale come “verdetto”, “mi pronuncio in favore di…”, “io dichiaro…”; diversamente la natura performativa dell’enunciato dipende ancora in parte dal contesto dell’enunciazione, come quando il giudice è un giudice, ed è in toga e assiso sul seggio, etc.

p. 67.

L’atto illocutorio.

[L]’esecuzione di un atto nel dire qualcosa in contrapposizione all’esecuzione di un atto di dire qualcosa; chiamo l’atto eseguito una “illocuzione” e farò riferimento alla teoria dei diversi tipi di funzione nel linguaggio qui in discussione come alla teoria delle “forze illocutorie”.

p. 75.

Atto perlocutorio.

Dire qualcosa produrrà spesso, o anche normalmente, certi effetti consecutivi sui sentimenti, i pensieri, o le azioni di chi sente, o di chi parla, o di altre persone: e può essere fatto con lo scopo, l’intenzione o il proposito di produrre questi effetti; e possiamo allora dire, tenendo conto di questo, che chi parla ha eseguito un atto definibile con un termine che fa riferimento o solo indirettamente  (C.a), o anche per nulla (C.b), all’esecuzione dell’atto locutorio o illocutorio. Chiameremo l’esecuzione di un atto di questo genere l’esecuzione di un atto “perlocutorio”, e l’atto eseguiti, nei casi adatti (…) una “perlocuzione”.

p. 76.

Manifestare emozioni non è compiere atti linguistici.

Possiamo manifestare emozione nel o col proferire un enunciato, come quando imprechiamo; ma ancora una volta qui non si fa nessun uso di formule performative e degli altri dispositivi degli atti illocutori. Potremmo dire che usiamo l’imprecare per sfogarci. Dobbiamo porre attenzione al fatto che l’atto illocutorio è un atto convenzionale: un atto compiuto in quanto conforme ad una convenzione.

p. 78.

Tracciare le distinzioni nel caso delle illocuzioni.

Nel caso delle illocuzioni dobbiamo essere pronti a tracciare la distinzione necessaria, che sfugge al linguaggio ordinario tranne che in casi eccezionali, tra

a) l’atto di tentare di o di tendere a (o effettuare o stentare o pretendere o di iniziare o accingersi a) eseguire un certo atto illocutorio, e

b) l’atto di riuscire a compiere con successo o consumare o portare a termine tale atto.

p. 79.

Le convenzioni della forza illocutoria.

Ciò che introduciamo davvero mediante l’uso della terminologia delle illocuzioni è un riferimento, non alle conseguenze (almeno in senso ordinario) della locuzione, ma alle convenzioni della forza illocutoria in relazione alle particolari circostanze dell’occasione in cui viene proferito un enunciato.

p. 86.

Le ragioni di discussione sugli atti illocutori rispetto agli atti locutori.

Possiamo essere d’accordo sulle parole effettivamente pronunciate, e persino anche sui sensi in cui sono state usate e sulle realtà per riferirsi alle quali sono state usate, e tuttavia essere ancora in disaccordo riguardo alla questione se, nelle circostanze date, esse costituivano un ordine o una minaccia o semplicemente un consiglio o un avvertimento. (…) e in verità possiamo spesso essere d’accordo che il suo atto era proprio, per dire, un atto di ordinare (illocuzione) mentre siamo ancora incerti su che cosa egli intendesse ordinare (locuzione). (…) In effetti è molto più difficile impedire i disaccordi riguardanti la descrizione degli “atti locutori”. Ognuno di questi, comunque, è convenzionale e suscettibile di ricevere una “interpretazione “da parte di chi lo giudica.

p. 86.

L’atto perlocutorio.

L’atto perlocutorio può essere o il raggiungimento di un obbiettivo perlocutorio (convincere, persuadere) o la produzione di un seguito perlocutorio. Così l’atto di avvertire può raggiungere il suo obiettivo perlocutorio di mettere all’erta e avere anche il seguito perlocutorio di allarmare (…).

p. 88.

Caratteristiche degli atti perlocutori.

E’ caratteristico degli atti perlocutori che la risposta ottenuta, o il seguito, possano essere ottenuti in aggiunta o completamente, con mezzi non locutori: così l’intimidazione può essere ottenuta brandendo un bastone o puntando un fucile. Persino nei casi del convincere, persuadere, far obbedire e far credere possiamo ottenere la risposta non verbalmente; ma se non si ha alcun atto illocutorio, è dubbio se sia il caso di usare questo linguaggio caratteristico degli obiettivi perlocutori. Confrontate l’uso di “ho fatto sì che egli lo facesse” con “ho fatto si che egli obbedisse”.

p. 88.

La convenzionalità è una condizione necessaria per l’atto illocutorio.

Rigorosamente parlando, non si può avere un atto illocutorio a meno che i mezzi impiegati non siano convenzionali, e quindi i mezzi per riuscire a compierlo non verbalmente devono essere convenzionali.

p. 89.

Distinzione tra i tre tipi di atti.

Così abbiamo distinto l’atto locutorio (e all’interno di questo l’atto fonetico, l’atto fatico e l’atto retico) che ha un significato, l’atto illocutorio che ha una certa forza nel dire qualcosa; l’atto perlocutorio che è l’ottenere certi effetti nel dire qualcosa.

p. 90.

Perché l’analisi filosofica degli atti linguistici?

Perché essere così tortuosi? Ebbene, naturalmente sono d’accordo che questo si dovrà fare [parlare in termini di psicologia o linguistica degli atti linguistici, senza ulteriore filosofia] – però io dico dopo, non prima, l’aver guardato cosa si può tirar fuori dal linguaggio ordinario anche se in ciò che ne viene fuori vi è un forte elemento di irrefutabilità. Diversamente ci lasceremmo sfuggire delle cose e procederemmo troppo velocemente.

p. 91.

Caratteristiche generali degli atti linguistici.

In generale e relativamente a tutti gli enunciati presi in considerazione (…) abbiamo trovato:

1) la dimensione felicità/infelicità,

1a) una forza illocutoria,

2) la dimensione verità/falsità,

2a) un significato (senso e riferimento) locutorio.

La teoria della distinzione performativo/constativo sta alla teoria degli atti locutori e illocutori nell’atto linguistico totale come la teoria particolare rispetto alla teoria generale.

p. 108.

Asserire, descrivere etc., sono soltanto due  nomi tra i moltissimi altri nomi di atti illocutori; essi non occupano alcuna posizione eccezionale.

p. 108.

I vari atti illocutori.

I primi, i verdettivi, sono caratterizzati dall’emissione di un verdetto, come il nome dà per implicito, da parte di una giuria, un arbitro, o un giudice di gara. Ma non è necessario che siano definitivi (…).

I secondi, gli esercitivi, consistono nell’esercitare dei poteri, dei diritti, oppure un’influenza. Ne sono esempi il conferire una nomina, votare, ordinare, esortare, consigliare, avvertire, etc.

I terzi, i commissivi, sono caratterizzati dal fatto di promettere o altrimenti di assumersi un impegno; essi ti impegnano a fare qualcosa, ma comprendono anche le dichiarazioni o gli annunci riguardo alle proprie intenzioni, che non sono promesse, e anche delle cose piuttosto vaghe che ptoremmo chiamare lo sposare una causa (…).

I quarti, i comportativi, sono un gruppo molto eterogeneo, e hanno a che fare con gli atteggiamenti e il comportamento sociale. Ne sono esempi lo scusarsi, il congratularsi, l’encomiare, il condolersi, l’imprecare e lo sfidare.

I quinti, gli espositivi. Sono difficili da definire. Essi rendono chiaro il modo in cui i nostri enunciati si inseriscono nel corso di una discussione o di una conversazione, il modo in cui stiamo usando le parole, oppure, in generale, consentono l’esposizione. Ne sono esempi “il replico”, “io dimostro”…

pp. 110-111.

Per ricapitolare i vari atti illocutori.

Per ricapitolare, possiamo dire che il verdettivo è un esercizio del giudizio, l’esercizio è un’affermazione di influenza o un esercizio di potere, il commissivo è un’assunzione di un obbligo o di dichiarazione d’intenzione, o il comportativo è l’adozione di un atteggiamento, e l’espositivo è la chiarificazione di ragioni, argomenti, e comunicazioni.

p. 119.

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[1] Austin J., Come fare cose con le parole, Marsilio, Genova-Milano, 1986, p. 8.

[2] Ivi., Cit., p. 108.

[3] Ivi., Cit., p. 91.

[4] Ivi., Cit., p. 120.

[5] Ivi., Cit., p. 8.

[6] Ivi., Cit., p. 49.

[7] Ivi., Cit., p. 17.

[8] Ivi., Cit., p. 38.

[9] Ivi., Cit., p. 49.

[10] Ivi., Cit., p. 49.

[11] Ivi., Cit., p. 31-32.

[12] Ivi., Cit., p. 75.

[13] Ivi., Cit., p. 86.

[14] Ivi., Cit., p. 76.

[15] Ivi., Cit., p. 89.

[16] Ivi., Cit., p. 90.

[17] Ivi., Cit., p. 86.

[18] Ivi., Cit., p. 60.

[19] Ivi., Cit., p. 78.

[20] Ivi., Cit., p. 89.

[21] Ivi., Cit., p. 79.

[22] Ivi., Cit., p. 110-111.

[23] Ivi., Cit., p. 119.

[24] Ivi., Cit., p. 108.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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