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Il capitano Jens Munk – Torkild Hansen

La maggior parte dei sognatori si rivelano dei buoni perdenti, statene pur certi. Aspirano alle stelle e ti ringraziano se porgi loro una pietra.

Quel che è comune ai membri di questa categoria è il fatto che tutto ciò che ne sappiamo sono il nome e la data di morte. Non si sono ancora presentati al mondo, che già sono costretti a tacere, è come se la storia si fosse interessata a loro solo al momento di liberarsene. Giusto il tempo di un nome e una tomba.

Thorkild Hansen

Jens Munk. Un nome che non dirà niente a nessuno e verrà probabilmente associato al più celebre pittore. Ma con il pittore Jens Munk non c’entra niente ed è vissuto un paio di secoli prima di lui. Si tratta di un marinaio, di un capitano che è degno di essere ricordato per il suo tentativo di trovare il passaggio a nordovest, famosa via che avrebbe dovuto realmente congiungere via mare il vecchio continente con le Indie, quelle vere. Probabilmente presto si formerà spontaneamente un “passaggio”, proprio ora, che disponiamo di rompighiaccio, ma all’epoca non c’era nessuna strada aperta per l’oriente attraverso i ghiacci. Ma bisognava scoprirlo. E Jens Munk era andato in quelle terre inospitali proprio per questo. Ma Jens Munk non è solo un marinaio, non è solo un capitano e non è solo il figlio della sfortuna. Egli ha una lunga storia, fatta di buona e, soprattutto, cattiva sorte. Egli è il figlio di Erik Munk, un nobile, un uomo che riuscì a distinguersi per la brutalità perpetrata ai danni della popolazione sua suddita e, soprattutto, riuscì a rendersi inviso a gran parte della nobiltà danese, motivo per il quale i suoi avversari riuscirono a condannarlo, a spogliarlo di ogni bene, a recluderlo nella più terribile delle prigioni e a condannare la sua famiglia ad una vita di interminabile frustrazione. Sì, perché è dalla capitolazione di Erik Munk e la sua perdita del titolo nobiliare, non trasmesso ai figli, che nasceranno gran parte delle disavventure del figlio più piccolo, Jens.

Jens Munk si fa valere come ottimo marinaio prima, e come ottimo secondo, poi. Intraprende grandi azioni degne di essere onorate dal re, il dispotico Christian IV, prima durante la guerra contro la Svezia e, poi, per aver catturato vivo il terribile pirata Mendoza, che imperversava nei mari del nord. Lì apprende i rudimenti per la caccia alle balene e riesce ad ottenere lucrosi vantaggi da tale conoscenza. Si sposa con Kathrine per delle ragioni puramente affettive, cosa relativamente inusuale per i tempi:

A suo tempo avrebbe potuto scegliere una delle ricche figlie di Miguel Duez e, se fosse diventato nobile, avrebbe potuto trovarsi una fanciulla distinta e aristocratica. Ora sposava una semplice figlia di nostromo che, se anche non aveva sangue nero, certo non ne aveva neppure blu nelle vene. Aveva conosciuto ragazze su entrambe le sponde dell’Atlantico. Ora sposava la figlia del vicino. C’è solo una spiegazione: amava Kathrine. Non ha potuto immaginarsi nessun’altra moglie che lei. Cede all’antica debolezza di famiglia e sposa la ragazza che ama, ma, contrariamente a suo padre e a suo nonno, questo non gli costerà né titoli né sangue. Loro erano nobili, lui non è che un plebeo.[1]

Per un breve periodo è ricco e stimato dalla popolazione, sia nobile che plebea. Ma questo momento è l’ultimo in cui Jens Munk può dirsi padrone di sé stesso e difendere la propria persona dai soprusi della casta nobiliare. Perché era questo il punto. Non solo non era nobile, ma pure non possedeva abbastanza risorse finanziarie per potersi scegliere da sé i propri lavori e la propria vita. Così è costretto sempre a venire a patti con la casta costituita della nobiltà. Nonostante tratti, spesso, direttamente con il re, è costretto continuamente a “chinare la testa”, viene sorpassato dai “raccomandati” perché nobili, nonostante del tutto incapaci. In fine, per recuperare il prestigio e le finanze si lanciò in un’impresa senza pari in Danimarca: trovare il passaggio a nordovest. Ma non lo trova, non torna che con tre marinai e con una sola e la più piccola delle due navi, massacrato dallo scorbuto. La moglie, ormai disperata, si risposa e vende le sue proprietà, pensandolo morto e, quando ritorna, non ha certo intenzione di tornare con un uomo distrutto, privo di sostanze e senza speranza di riacquistarle. Jens Munk riuscirà ancora a tirare avanti per poco meno di una decina d’anni, prima di spegnersi.

Il capitano Jens Munk è un romanzo storico che narra la vicenda di un “illustre fallito”. Illustre, perché fu un grande capitano e un grande uomo, che tentò di trovare il passaggio a nordovest e non ci riuscì. Fallito perché ogni tentativo di migliorare la propria vita quel tanto che basta per “rendersi padrone di sé stesso”, come dice Hansen, senza mai riuscirvi, se non per un brevissimo periodo. La grandezza del personaggio è metastorica. Egli rappresenta l’individuo dotato di proprietà fuori dal comune, straordinario in quelle che, per qualche oscura ragione, non è riuscito a “sfondare”. Ma le ragioni, in realtà, sono tutt’altro che oscure: si tratta di vincere un sistema di interessi costituiti in casta chiusa. E questo è impossibile per chi non ha mezzi almeno altrettanto potenti e duraturi di chi difende i propri privilegi e, sulla base di quelli, costringe gli altri a perpetue umiliazioni. Ed è questo uno dei punti più importanti del romanzo: anche quando sembra esserci la speranza, essa non è che un sogno ancora più folle, ancora più lusinghiero e, per questo, più pericoloso. La nobiltà, gli interessi costituiti in associazioni di tutela dei propri privilegi non si vincono con il merito. Ma si possono vincere? Jens Munk non c’è riuscito. Il secolo di Jens Munk era densamente abitato da persone destinate nel momento in cui nascevano a venire dimenticate subito. D’altronde, quante persone ricordiamo nate e morte nel seicento? Due? Dieci? Dipende, ma di certo sono molto poche. Munk, invece, è un uomo che riesce a difendere la propria memoria nonostante sia riuscito rendersi inviso a gran parte della sua società. Questa sorte, invece, spetta a persone come il fratello. Con le stupende parole dell’autore:

Niels Munk apparteneva a quella categoria di uomini molto diffusa nel secolo che si era aperto con la Riforma e la Rivolta del Conte e che, dopo epidemie quasi annuali di tifo, colera e vaiolo, si concluse con la Guerra dei Trent’anni. Quel che è comune ai membri di questa categoria è il fatto che tutto ciò che ne sappiamo sono il nome e la data di morte. Non si sono ancora presentati al mondo, che già sono costretti a tacere, è come se la storia si fosse interessata a loro solo al momento di liberarsene. Giusto il tempo di un nome e una tomba.[2]

Il motivo è che lui ha tentato con i mezzi di un uomo qualunque di andare oltre le aspettative che gli competevano in quanto non nobile. Vale a dire la schiavitù figurata e concretizzata nell’oblio e nel servizio a qualunque genere di prestazioni gli venisse ordinato di coprire. Il suo problema è che, paradossalmente, era bravo. Non gli si poteva rimproverare di essere un incompetente, perché non lo era. Non gli si poteva rinfacciare di essere un disonesto, perché era un buon uomo. Ma gli si poteva far pesare che non era nobile e che suo padre era un decaduto e lui un bastardo, figlio non riconosciuto di una persona che giaceva nella peggiore prigione dello stato danese. E questa macchia nella sua reputazione era anche la garanzia del suo essere sempre facilmente ricattabile e, soprattutto, era l’assicurazione di poter essere sempre nel pugno di quelli che da lui venivano oscurati per qualità. E le persone tendono ad essere quanto più possibile irrazionali: invece di incentivare le sue virtù, aumentando l’utilità di tutti, Munk veniva continuamente privato dell’onore, del prestigio e dei soldi che gli sarebbero spettati, se soltanto fosse stato nobile. Ma appunto in questa follia sta il mondo crudele della realtà sempiterna che circola nella buona, giusta, bella Europa da almeno millecinquecento anni: che se l’utilità è ottenuta per mezzo di uomini capaci, si rifiuta per non “sfigurare”, così che si rifiuta la logica dei vantaggi solo per non perdere la faccia, nonostante che chi sostiene uomini illustri finisce per diventare illustre anche lui. Così, Munk è il simbolo di tutti i grandi uomini che, a differenza di Leonardo Da Vinci, di Newton e di Cook e di altri, non hanno avuto fortuna e, così, sono condannati a chinare il capo, andare avanti a suon di legnate e fare sorrisi a quanti gli danno in pasto bocconi amari.

Ma Il capitano Jens Munk è molto più della storia di un “illustre fallito”, anche considerandolo come un simbolo dell’umanità alla quale ci secca dover pensare di appartenere e che ci disgusta pensare che chi non vi appartenga sia, generalmente, ben peggio. E’ un libro sulla storia e di storia con una sua filosofia della storia. Raramente, infatti, un libro solo riesce a dare un’intera visione del mondo in modo così netto e nitido, preciso e profondo come Il capitano Jens Munk. E’ un libro di storia perché racconta delle vicende storicamente avvenute sempre in terza persona. In tutto il libro, si faccia caso, Hansen usa sempre la terza persona per narrare anche le vicende umane più sentimentali. Egli non dice mai cosa passa per la mente dei personaggi/persone se non attribuendo loro pensieri e credenze. Questa proprietà, che sembra passare inosservata, è il motivo per cui Il capitano Jens Munk non può in alcun modo essere pensato semplicemente come “romanzo storico”. Certo, è evidente che Hansen ricostruisca, talvolta le condizioni e le persone aiutandosi con la fantasia, come illustra questo caso esemplare:

Quanto al cappellano bisognò accontentarsi di Rasmus Jensen, un povero diavolo dall’aspetto un po’ trasandato, la barba di una settimana, gli occhi lacrimosi e la voce nasale. Ma il signor Rasmus sapeva muoversi tra le Scritture, se ne andava modestamente in giro il più inosservato possibile, consolando gli altri con una parola del Signore e se stesso con un cicchetto, sì perché un bicchierino tira su altrettanto, aggiungeva dimesso.[3]

Che ci fosse un cappellano di bordo nella spedizione organizzata e che si chiamasse Rasmus Jensen è un dato di fatto. Tutto il resto è possibile che sia stato inventato, ma niente di ciò che è aggiunto è frutto della fantasia in senso “forte”, perché si comprende bene, anche dal resto del romanzo, che quanto c’è di ‘romanzato’ è tanto verosimile da essere vero almeno in generale, se non nei dettagli. Non per niente, Hansen ci dice esplicitamente qualcosa su com’egli consideri la storia: “La storia dovrebbe essere considerata come un pezzo di natura e osservata senza emozione”.[4] Un passo, questo, molto importante perché chiarisce l’intento e l’atteggiamento di uno scrittore che ricostruisce la storia di un altro uomo, di un altro tempo in un’altra società, senza volerci mettere del suo non più di quanto sia necessario per ricostruire i fatti e il loro svolgimento. Hansen è anche “storico” da un altro punto di vista: egli enumera ad ogni passo un numero straordinario di cause per spiegare gli eventi storici che considera. Il fatto che egli consideri la vita di un uomo come “storia” non deve fuorviare: si tratta di una biografia fino ad un certo punto perché il vero protagonista è lo spirito di un tempo che è andato solo nel costume ma non nella realtà brutale dei fatti. Oggi come ieri si sono replicate le condizioni per cui uomini onesti vengono maltrattati, uomini capaci umiliati e uomini potenti osannati e difesi solo perché hanno i mezzi per farsi osannare e difendere, ma senza avere nessun briciolo di umanità, di comprensione e intenzione di migliorare la razza umana nel suo complesso e, anzi, abbassandogli sempre di più il capo così da farla sembrare simile ad una bestia. Ed è di questo e per questo che il libro di Hansen è un monumento a tutti gli uomini della storia che non hanno avuto le stesse fortune, ma magari le stesse abilità, di Gustavo Adolfo.

All’interno della cornice storica del romanzo, si situa la Danimarca. Scrittore danese di nascita, Hansen considera lo spirito e la nazione come uniti e costituiti da individui antitetici come Jens Munk e Christian IV. E il destino di questi due uomini è indissolubilmente legato non solo tra loro, ma anche a quello della nazione di cui fanno parte: la Danimarca collasserà per le stesse ragioni (anche se su diverso piano) per cui sia Munk che il re saranno costretti ad un trionfale fallimento. Entrambi sono due sognatori ed è questo, forse, a segnare la loro vita, anche se questo “segno” comporta delle differenze negli effetti. Una cosa è essere figli di un nobile decaduto, una cosa è essere i re di una nazione posta in un punto chiave del centro Europa. Ma riportiamo, qui, uno dei passi chiave dell’intero romanzo, per mostrare questo punto fondamentale e per lasciare intendere molto sulla grandezza stilistica e contenutistica di Torkild Hansen:

Non era un sognatore [Munk] anche lui? Aveva mai potuto ancorarsi alla realtà e accontentarsi di quel che aveva a portata di mano? Era un bastardo e voleva essere nobile. Aveva ereditato una brocca d’argento e sognava un feudo. Aveva fantasticato di diventare cacciatore di balene ed esploratore, e infine si era lanciato in una competizione intorno alla terra che, con tutte le sue tempeste e i suoi iceberg, era di gran lunga meno reale del suo sogno. Il re lo aveva sostenuto, temmeno Christian IV, infatti, riconosceva la sovranità della realtà. Anche lui aveva ereditato una brocca e desiderato un feudo, la brocca era la corona danese e il feudo il vasto mondo. Aveva mandato le sue navi a colonizzare l’Oriente e l’Occidente, e ora si preparava a marciare di persona alla testa di un’armata verso sud. Verso la Guerra dei Trent’Anni. qualche anno dopo potrà fare i suoi conti. Non ha conquistato il vasto mondo. Ha perso cinque province danesi. La sua corona è finita in pegno ad Amburgo. Ora la realtà avanza a grandi passi. […] Risultati di una politica sbagliata, certo, ma quante volte non è stata fatta da uomini che voltavano le spalle alle situazioni reali? Era come se questa tendenza a fuggire la realtà, forse in origine dettata solo dalle dure condizioni di vita, continuasse a produrre eventi che non facevano che rafforzare ulteriormente quella disposizione del carattere nazionale che ne era la causa. E’ un circolo vizioso: a ogni sconfitta la realtà sembra ancora meno accettabile e il sogno ancora più allettante, con le disillusioni che ne seguono. E si sviluppa un complesso della sconfitta che si traduce ora nel favoleggiare incompetente di una modestia compiaciuta su montagne sempre più alte, ora in quel balbettio scioccamente soddisfatto del “Wonderful Copenaghen!” La Danimarca affonda in fretta, ma i danesi ancora di più. Gli agenti di cambio di Amburgo possono fregarsi le mani. Queste isole verdi dove il sole brilla su campi e stagni non vogliono essere conquistate, ma si lasciano volentieri ipotecare. Dopo i sognatori sono arrivati i bottegai, il sorriso tra le lacrime si è trasformato in un sogghigno tra idioti.[5]

Il capitano Jens Munk è talmente profondo e fori dal comune in molti sensi da riuscire nel difficile compito di lasciare intravedere un’intera visione del mondo:

Poi un mattino gli uomini della Schoubynach avvertono intorno alla nave un’aria strana, sembra tiepida, dolce e familiare, fa pensare all’erba e al fango, un odore sudaticcio di stalla. Chi ne ha esperienza sa di cosa si tratta. E’ l’aria del continente che viene verso di loro. E’ il Nuovo Mondo, Jens. E ha lo stesso odore del vecchio.[6]

Il significato di questa frase è: per un uomo qualunque la Terra è sempre la stessa, dominata dagli stessi problemi e dagli stessi rapporti tra uomini. Non c’è speranza nel nuovo continente, perché composta dalle persone del vecchio, che sono altrettanto brutali, competitive e capaci di ogni sopruso. L’uomo è condannato a vivere in questa terra che potrebbe essere anche migliore di quella che è ma, di fatto, l’uomo è incapace di vivere con l’altro uomo. Se potesse, non saremmo tutti così irrimediabilmente infelici per le colpe di terzi. La Terra è dominata dal dolore e dalla solitudine: non si è mai soli come lo si è a Genova, dice Hansen in più occasioni, lasciando intendere che non si è mai soli quanto lo si è in mezzo agli altri, specialmente se ostili, anche vagamente. Così, l’uomo nel cosmo è solo, immerso dal dolore che vive attimi di gioia che si spengono nell’istante stesso in cui si consumano. E di essi non rimane più nulla, giacché i ricordi non si conservano e il pallido rammento di un bel momento non basta a consolare di tutto il dolore. Così l’uomo è sempre condannato, per un motivo o per un altro. Munk lo era per questo: “Aveva fatto tutto quel che aveva potuto per salvare gli uomini. Non era responsabile dell’abbandono forzato dell’Enhioringen. Eppure. Eppure è colpevole. Ha torto. Non crede più ai risultati, al potere, alla gloria. Ecco cosa non funziona. Ha visto l’uomo nella sua infinita debolezza”.[7] Così, Munk rimane solo perché era un disincantato, perché la realtà aveva smesso di illuderlo e di fargli credere in quelle consolanti illusioni condivise che salvano intere società dal collasso e dalla depressione.

Il capitano Jens Munk è un libro che solo un Occidentale avrebbe potuto scrivere, un Occidentale che crede nei valori dell’Occidente, che guarda oltre i limiti del presente per cercare di penetrare più a fondo a quella che è la “realtà” della storia, quella piccola e minuta che sin troppo spesso siamo tentati di dimenticare e sottovalutare. Ma dietro ogni mattone c’è un uomo che ha una sua vita, che usa utensili fatti con materiali forgiati da altri, che hanno una loro storia, che vivono insieme ai loro figli da portare avanti, che avranno una loro storia sotto questo sole e questa luna che beffardi ci guardano da lassù senza partecipare alla nostra sorte. Un libro straordinario, meraviglioso, da leggere e conservare. Thorkild Hansen, il Conrad del XX secolo.


HANSEN TORKILD

 IL CAPITANO JENS MUNK

IPERBOREA

PAGINE 509

EURO: 17,50


[1] Hansen T., (1965), Il capitano Jens Munk, Iperborea, p. 259.

[2] Ivi., Cit., p. 49.

[3] Ivi., Cit., p. 337.

[4] Ivi, Cit., p. 23.

[5] Ivi.,  Cit., pp. 408-409.

[6] Ivi., Cit., p. 79.

[7] Ivi., Cit., p. 492.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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