Press "Enter" to skip to content

La verità della relatività – Un’analisi breve contro il relativismo, semantico, epistemico e morale.

La critica di Protagora è volta alla costituzione della verità scissa dalla soggettività ed essa verte su un principio: ciò che conosco, è ciò che esperisco attraverso i sensi. Da questo principio, punto di partenza del sofista, stanno le conseguenze:

  1. non può esistere una conoscenza oggettiva,
  2. non esiste asserzione che possa essere vera per tutti,

Dunque, sia la nostra conoscenza che la nostra espressione della conoscenza risultano soggettive. Ciò che posso dire di conoscere con evidenza è ciò che vedo quando apro gli occhi, è ciò che sento quando ascolto della musica, è ciò che tocco quando tasto dei dolci e sodi corpi. Sull’evidenza sensoriale Protagora costituisce la relatività della conoscenza, da questo punto di partenza ne segue che non si giunge ad alcuna affermazione ulteriore nei confronti delle cose del mondo. Il mondo è nel soggetto, non al di fuori: Protagora accetterebbe tranquillamente l’idea che il mondo esista anche al di fuori del soggetto, ma non che esso sia il parametro della giustezza o erroneatezza della conoscenza soggettiva: l’uomo è misura di tutte le cose in quanto è il soggetto stesso che “vede” le cose.

Questa analisi puramente epistemologica, evidenzia che, in ogni caso, almeno il soggetto è oggetto di evidenza certa, indubitabile (giacché posso dubitare che le cose siano anche diverse per altre persone, ma non che ciò che vedo sia diverso da quel che mi appare), tuttavia, il filosofo lungi da queste derivazioni necessarie della sua visione delle cose, trae delle conclusioni anche a livello linguistico: non esiste un’asserzione significativa che sia vera intersoggettivamente: ognuno la pensa come vuole.

La domanda sorge da sé: quand’è che un’asserzione descrittiva ha significato, quando un’affermazione è vera o falsa? Per esempio, quando “Il disco di Madonna è sopra la sedia” è vera o falsa? Potremmo dire: quando esiste un fatto nella realtà che confermi le mie parole. Secondo Protagora dovremmo dire: quando esistono delle percezioni soggettive che mi confermino le mie parole (dunque un linguaggio autoreferenziale). Ma è qui il punto: non esistono in linea di principio delle evidenze percettive valide per tutti: tutti vediamo e percepiamo in modo diverso. Inoltre, le percezioni non sono migliori o più giuste di altre: Protagora poteva anche arrivare alle estreme conclusioni: qualunque percezione, allucinazione o meno, non è dissimile da una qualsiasi altra percezione. Dunque, qualunque asserzione che non abbia di mira altro che percezioni soggettive è espressa da una credenza (cosa che, per altro, Protagora non dice): “Io credo che il disco di Madonna sia sulla sedia”. La frase, cioè, è vera o falsa solo se io lo penso veramente oppure no, a prescindere dal fatto che il disco di Madonna sia effettivamente sulla sedia o meno. Il punto del relativismo epistemologico è proprio questo: che qualsiasi espressione e qualsiasi conoscenza sia relativa ad un soggetto, in quanto esistono soggetti diversi allora devono esistere opinioni diverse e giammai verità.

E tuttavia da queste sole premesse si giunge ad ammettere che si possa parlare una stessa lingua senza mai capirsi: qualsiasi asserzione è soggettiva, dunque, ognuno associa alle parole un significato assai diverso. Inoltre, se il linguaggio è puramente espressione di un soggetto, come un bambino potrebbe mai acquisirlo? I genitori dicono delle cose che non sarebbero comprensibili in alcun modo per il bambino perché il bambino ha, evidentemente, delle sensazioni assai differenti a quelle dei genitori. Dunque, si arriverebbe al paradosso del parlare un linguaggio senza poterne imparare uno e parlare senza avere l’intenzione di essere capiti: il sofista, maestro del linguaggio, smetterebbe di esistere non avendo più nulla da insegnare.

Questa critica si fonda nel voler prendere veramente in considerazione le premesse del sofista riguardo alla teoria della conoscenza e alla relativa credenza del significato delle parole. Ma possiamo muovere anche un’altra critica: ammesso anche che ci si possa capire in un mondo in cui tutti sanno solo ciò che c’è nella propria testa (per ciò tutti danno diverse interpretazioni riguardo all’importanza da accordare alle cose – sebbene non mettono in discussione le cose stesse -), come possiamo arrivare effettivamente a stabilire ciò che sia meglio o peggio per noi?

La conoscenza del proprio bene deve implicare una certa conoscenza del mondo, e questo è chiaro anche a Protagora (quando ricorda che il malato sente amaro quando il cibo è dolce e, dunque, si trova in una posizione di malessere). Tuttavia il “meglio” ed il “peggio”, che non possono essere coincidenti con la verità, implicano in una certa misura una condizione di conoscenza delle cose: se non avessi l’evidenza che il dolce è buono e l’amaro è male non potrei nemmeno dedurre che ciò che è amaro è da rifiutare e da ricercare il buono. Dunque, una certa conoscenza della realtà è necessaria: ma allora esiste anche un vero e un falso. Per esempio “se sto male sento amaro” è una frase vera. Inoltre, esistono molte frasi come “Se bevo la cicuta, muoio” dove è evidente la verità: esistono molte esperienze soggettive che non faremmo perché sappiamo benissimo che esse ci condurrebbero alla morte.

Un tale mi disse: “Come fai a sapere che la droga non ti piace senza averla prima provata?”

Se fossi stato in Protagora, avrei dovuto ammettere che egli aveva ragione, eppure risposi negativamente:

“Ho delle esperienze personali e di altri che mi indicano con una certa chiarezza che se provassi una droga saprei che non mi piacerebbe. Cioè, conoscendo me e il mondo, posso dedurre approssimativamente bene ciò che mi può piacere da ciò che non mi può piacere. Comunque, ti posso torturare?”

E lui: “Che?”

E io: “Be’, considerato che tu non sei mai stato torturato prima di adesso, direi che non puoi minimamente essere sicuro del fatto che, magari, la cosa ti può piacere!”

Quindi, anche mettendola sul piano della pura esperienza, esiste comunque una certa conoscenza che ci consente di associare (non di capire) a determinate esperienze un nostro bene o un nostro male. Anche perché, per un relativista estremo, non si può difendere l’idea che l’informazione di altri sia trasmissibile: essendo di natura diversa, anche qualora tutta l’umanità eccetto noi stessi fosse torturata e sostenesse risolutamente che essa fa male (a livello soggettivo) rimarrebbe il problema della nostra, personale soggettività.

Ancora con Protagora, si potrebbe dire che il suo relativismo non è di tipo conoscitivo (giacché dobbiamo ammettere che anche nell’esperienza esiste qualche forma di evidenza non soggettiva, ed è l’osservazione intorno al soggetto d’esperienza stesso) o dobbiamo ammettere che esso, così come ce lo pone lui, non è molto credibile. Per quanto riguarda il relativismo doxastico (sulla possibile espressione della verità) ci sono fin troppe critiche valide e noi ne abbiamo accennata qualcuna.

Allora il relativismo di Protagora può essere credibile solo a livello etico: non si può dire a priori cosa sia meglio o cosa sia peggio. La decisione dell’uomo non potrebbe mai essere predeterminata dall’esperienza passata giacché qualsiasi esperienza passata non potrà essere la medesima nel futuro e nel presente[1]. Dunque, il relativismo morale porta ad un’indecidibilità perenne: la memoria, che Protagora non tira in ballo, non è un sufficiente spartiacque per discernere una buona percezione da una negativa. In sostanza, il relativismo morale costruito in questo modo pone il dissolvimento dell’etica.

Ma c’è anche dell’altro. Se il relativismo morale fosse effettivamente credibile, allora non potrei fare a meno di far cadere le categorie “meglio” e “peggio”, non solo di “vero” o “falso”. Infatti, come arrivo a determinare il “meglio” e il “peggio” se tutto ciò che vedo è visto da me e solo da me, cioè, come faccio ad affermare ciò che è meglio o peggio per me, se tutto è irripetibile? In effetti, senza alcun parametro, non posso affermare nulla intorno al meglio ed al peggio e questo ha interessanti conseguenze: per esempio, se uno mi tira un ceffone senza motivo, non posso dire che egli sia nel “torto” o che sia stato un “peggio” per me. Infatti, potrebbe darsi benissimo il contrario: che sia per me un “meglio”. D’altra parte, se fosse “un peggio” per me dovrei anche concedere che è un “meglio per l’altro” e quindi, ragionando io come lui, non potrei dargli alcuna colpa: egli era convinto di essere nel giusto e assenti tutti i parametri, devo anche tacere e tenermi, al massimo, la voglia di vendicarmi.

D’altra parte, il concetto di “meglio” e “peggio” si applicano alle stesse cose: è meglio una cosa o l’altra. Tale concetto implica senza dubbio la presenza di un soggetto, ma anche la presenza delle cose stesse, dunque le cose devono avere delle qualità. Il meglio ed il peggio, in sostanza, non sono affatto dei concetti relativi ad un soggetto in quanto l’attribuzione soggettiva non nasce a caso (può, ma non ci interessa entrare nella questione): che io mangi una mela e non un pneumatico di automobile invecchiato in strada non è un che di casuale: so che il pneumatico mi fa male, mentre la mela no. L’umanità stessa non sarebbe sopravvissuta a lungo se non avesse imparato a riconoscere al di là di ogni ragionevole dubbio, in via preliminare ciò che è bene da ciò che è male: sia intendendo “bene” e “male” come reale “benessere” e “malessere” del corpo, sia pensando “bene” e “male” come decisione in accordo o in disaccordo con le circostanze, decisione razionale o casuale.

Dunque, in realtà: deve esistere una certa conoscenza, deve esistere una certa oggettività, deve esistere una comunità di informazioni intersoggettive per far sì che il linguaggio sia effettivamente un “linguaggio” e non un vaniloquio personale, deve esistere la verità e la falsità almeno in alcune affermazioni, e devono essere non del tutto relativi il meglio ed il peggio.

Quando si parla di “relatività” si deve andare cauti perché, anche a giocare sulle sensazioni personali, non mi è stato ancora dato conoscere un solo masochista che una volta che gli fosse stato aperto lo stomaco con un coltello, avesse detto: “Continua così che mi fai godere!”, né una persona tanto folle che ammettesse: “Voglio provare nuove sensazioni: torturami!”


Difesa di Protagora

Il masochista al sadico: “Torturami”.

Il sadico: “No!”[2].


[1] Questo è evidente dalla propria vita: i ricordi sono sempre diversi da ciò che abbiamo provato.

[2] Campanile Achille. Tragedie in due battute.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

12 Comments

  1. Alessandro S.Alessandro S. luglio 2, 2014

    Buongiorno.

    Non conosco il sistema di feedback di questo sito, quindi non so se leggerai mai questo mio commento (ovvero se ti verrà notificato), poichè mi sono reso conto solo ora che la data dell’articolo è di qualche anno fa.

    Non condivido gli esempi che porti per contestare i due assunti iniziali, poichè pecchi di estremismo mentre cerchi di dimostrare una presenza discreta di oggettività.
    Non dovresti usare una mela ed uno pneumatico come esempio se vuoi asserire che ” Il meglio ed il peggio, in sostanza, non sono affatto dei concetti relativi ad un soggetto”.
    Prova ad usare due mele e rivaluti immediatamente il concetto di relatività o di scala di valori soggettiva.

    Possiamo dedurne che esistano dei grandi insiemi di oggettività che sono composti da singole soggettività relative? Forse.
    Del resto la natura umana procede per approssimazioni, e mutua un giudizio sulla base di innumerevoli fattori.
    Ad ogni modo, nemmeno la frase “so che il pneumatico mi fa male” può essere considerata vera in termini assoluti, perchè un singolo pezzetto di quel pneumatico lo posso espellere senza conseguenze. Ed uno pneumatico può essere scomposto in molteplici pezzetti innocui se ingeriti in intervalli di tempo adatti.

    Quanto tempo tra un pezzetto e l’altro? Bè è relativo. Dipende dal tuo sistema digestivo 🙂

    Con simpatia e vivo interesse per questo sito,
    un saluto.

    • Giangiuseppe PiliGiangiuseppe Pili luglio 2, 2014

      Caro Alessandro,

      Be’, effettivamente, il pezzo è stato scritto anche prima del 22 novembre del 2011, perché è nel gennaio del 2012 che il sito ha preso la sua nuova veste 2.0 ma è stato caricato nel 11.2011! Credo di aver composto quel saggio all’incirca nel 2009, da quando molta acqua è passata sotto i ponti. Mi fa piacere che abbia trovato stimolante la lettura del saggio perché si tratta di uno dei pezzi a cui tenevo molto, allora e che, comunque, ha contribuito sensibilmente alla mia crescita personale. Detto questo, e tirato un sospiro dal passato, ti ringrazio per il commento e per le pertinenti osservazioni. E’ anche vero, comunque, che le tesi di quell’articolo mi sembrano ancora oggi (quando ho dovuto rileggerlo per risponderti! ;-)) valide. Perlomeno che bisogna ridimensionare il relativismo “a la Protagora”, un relativismo, diciamo, piuttosto in voga tra i più di ogni tempo (mi vien da dire). In altre parole, se si accettano le sue tesi, allora si finisce invischiati in una serie di problemi piuttosto fastidiosi (vedi quello dell’apprendimento del linguaggio, piuttosto che dell’imbarazzo di dover considerare la propria vita irrazionale perché infondabile su ragioni anche solo di buon senso!). In ogni caso, ti ringrazio per la tua gentilezza, il tuo commento e il tuo tempo!

  2. Alessandro S.Alessandro S. luglio 3, 2014

    Salute a te.

    Condivido la tua posizione su di un ridimensionamento del pensiero di Protagora, anche se la sua intuizione continuo a ritenerla valida esattamente come è stata espressa:

    1. non può esistere una conoscenza oggettiva;
    2. non esiste asserzione che possa essere vera per tutti.

    Tutto sta a vedere quanta parte di relativismo permei il mondo e le umane faccende, e a quale livello: locale, allargato, globale. Ma sopratutto, nella realtà pratica, come le varie esperienze soggettive concorrino ad una approssimazione vera per la maggioranza delle persone (e per quanto tempo).

    Se considero tutta l’umanità, allora Protagora ha ragione. Non può esistere una conoscenza oggettiva, e non esisterà mai una asserzione valida per tutta l’umanità.
    Se scendiamo a sfere meno universali, per esempio sfere solo allargate o ancor meglio sfere locali, assume maggiore valore una approssimazione della relatività ad un concetto oggettivo. Oggettivo per la realtà locale. Oggettivissimo per la singola sfera personale.
    Ma questo valida ulteriormente la sua tesi.

    Parlavi di linguaggio. E’ vero, (quasi) tutti apprendiamo un linguaggio. Ma la conoscenza del linguaggio (ancorchè locale) è sempre oggettiva?
    Il linguaggio ha uno scopo: comunicare. Possiamo sicuramente dire che due persone dello stesso posto parlino (quasi) lo stesso linguaggio, ma la comunicazione è solo per una minima parte verbale, e le incomprensioni nella comunicazione tra due (o più) persone sono all’ordine del giorno, eventualmente anche sul significato della singola parola (che cambia, nel tempo).

    Quindi possiamo sicuramente dire di avere delle approssimazioni della soggettività valide per molte persone e che assumono un carattere non tanto di oggettività, quanto di convenzione condivisa.

    In buona sintesi: Protagora ha ragione. Basta non estremizzarlo.

    • Enne TechEnne Tech luglio 7, 2014

      Caro Alessandro,

      Ti ringrazio per i preziosi spunti di riflessione. Venendo ai tuoi punti. Rispetto al punto (1) (non può esistere una conoscenza oggettiva), ci sono alcuni problemi preliminari. Innanzi tutto, non è chiaro cosa significhi “conoscenza” e cosa debba significare la proprietà “oggettiva”, rispetto alla conoscenza. Se la conoscenza viene definita almeno come credenza vera giustificata, allora è vero che la conoscenza ha una condizione soggettiva: essa è una credenza (cioè un pensiero assunto stabilmente) da un soggetto. Tuttavia, esiste anche un’altra condizione, quella che in epistemologia è nota come “condizione oggettiva”: la credenza in questione (che si esprime mediante una proposizione, cioè una frase) deve essere vera. Facciamo un esempio. “Tutti gli scapoli non sono sposati” è una credenza vera. E’ vera perché è nella stessa definizione a priori dell’essere scapolo quello di non essere sposato. Naturalmente, i termini potrebbero cambiare significato nel tempo. Ma c’è un momento nel tempo in cui tali significati non cambiano. Dunque, se siamo d’accordo che tale significato è stabile per almeno un certo tempo, allora la proposizione “Tutti gli scapoli non sono sposati” è vera (è banale, ma vera). Se volessimo negoziare la verità, cioè se facciamo cadere l’idea che ci sia una possibile verità delle proposizioni, allora non ci sarebbe alcuna possibile conoscenza: perché ci sarebbero solo credenze che non hanno alcun valore di verità. Ora, se le cose stanno così, come potremmo mai trovare l’accordo anche sulle cose più semplici della vita quotidiana (come potresti credere al tuo amico che ti dice di andare al duomo alle nove se non pensi che esiste un duomo, un orario e un amico)? E’ evidente, invece, che proprio nei contesti ordinari abbiamo motivo di credere che esistano proposizioni vere o false. Ma ancora potresti obiettare che la conoscenza sarebbe ciò nondimeno inarrivabile perché potrebbero esistere queste condizioni oggettive (i fatti, condizioni del mondo…) che rendono vere o false le proposizioni, ma potresti anche dire che non esistono mai evidenze sufficienti per raggiungere la conoscenza. Nel qual caso, verrebbe a cadere la conoscenza non in qualità di opinione soggettiva, ma in qualità di garanzia dell’opinione soggettiva. Ma anche così, mi verrebbe da chiedere, ad esempio, quanto di quanto ho scritto pensi che conti da un punto di vista dell’evidenza. Penso che tu abbia ragionato a dovere e, infatti, porti delle ragioni (rilevanti) a difesa della tua tesi. Ma se pensi che tali ragioni (le mie e le tue) non siano conclusive, allora perché portarle? Mi pare di poter dire, infatti, che esistano delle RAGIONI che CONTANO come evidenza per certe credenze. In tal caso, infatti, mi pare di concludere che la conoscenza è cosa difficile quanto rara, proprio perché richiede diversi gradi di ricerca dell’evidenza che ne fondi la garanzia. Tuttavia, è chiaro che quando Sherlock Holmes ragiona e scopre il colpevole non sta semplicemente tirando ad indovinare, ma sta realmente conoscendo dati di fatto che, attraverso un buon sistema cognitivo (vari sistemi cognitivi di diverso livello) possono produrre reale conoscenza, cioè credenza vera giustificata senza condizioni di casualità.

      Ti ringrazio ancora per l’interessante commento e ti invito a leggere gli articoli di epistemologia presenti sul sito, in cui si chiariscono alcuni temi chiave che hai considerato e su cui dimostri una buona sensibilità!

      Giangiuseppe

  3. Alessandro S.Alessandro S. luglio 8, 2014

    Salute.

    Nel momento stesso in cui dichiari: “Naturalmente, i termini potrebbero cambiare significato nel tempo. Ma c’è un momento nel tempo in cui tali significati non cambiano.” stai esplicitamente affermando la relatività della tua dichiarazione.

    Per ora rimango fermo nella mia tesi: “Quindi possiamo sicuramente dire di avere delle approssimazioni della soggettività valide per molte persone e che assumono un carattere non tanto di oggettività, quanto di convenzione condivisa.”

    Ovvero esistono delle quantità SUFFICIENTI di condivisione (per approssimazione) tali da poter gestire la quotidianità.

    • Giangiuseppe PiliGiangiuseppe Pili luglio 8, 2014

      Ok, allora cerco di riformulare la questione. Se c’è almeno un momento in cui i significati dei termini non cambiano, allora in quel momento non c’è alcuna variazione dei significati. E se ci si intende (e ci si intende) non dipende dalla SOLA condizione soggettiva (che, come ho detto, UNA delle condizioni della conoscenza), ma anche da qualcos’altro che non dipende da noi. Inoltre, ancora, sottolineo il punto: sono le ragioni a fare la differenza, o altrimenti detto, le evidenze disponibili per credere in qualcosa che fanno di quella credenza qualcosa di più di un semplice tirare a indovinare. Quindi, per quanto la soggettività abbia la sua importanza, essa non esaurisce né esclude la conoscenza che, per quanto sia sempre relativa ad un soggetto, è soggetta a condizioni che ne vincolano e specificano i limiti. In altre parole, dire che Giuseppe sa che il tavolo è marrone non è semplicemente un tirare a indovinare da parte di Giuseppe, perché Giuseppe ha delle evidenze per crederci. Evidenze che sono in genere accessibile anche agli altri, laddove la natura stessa dell’evidenza induce a pensare che essa sia qualcosa non semplicemente di specifico per chi la pensa. Anche perché dire che ognuno ha un’idea diversa di gatto, non annulla minimamente che si concordi sulla gran parte delle idee relative al gatto. Questo perché gli uomini, a furia di vedere gatti, si fanno tutti le medesime idee. Il fatto che ognuno si focalizzi su un dettaglio piuttosto che un altro è solo una variabile rispetto al contenuto proposizionale (il gatto è x,y, l’acqua è h2o etc.). Poi è logico che ognuno ha una prospettiva in prima persona che è irriducibile alle altre (esempio: il mio dolore per il dente è mio e non lo posso trasmettere agli altri), ma il contenuto proposizionale di una certa conoscenza, a prescindere del processo attraverso cui le persone si formano quella credenza giustificata, quella è uguale per tutti (per tutti quelli che sanno la medesima cosa). Se, d’altronde, non potessimo concordare neppure su questo fatto basilare (e cioè che si possa conoscere tutti una stessa cosa, per quanto semplice) allora, davvero, non riesco a vedere come io e te potremmo conversare sui gatti senza essere scettici sul fatto che io parlo di ragni e tu di palazzine ottocentesche. Ma se così non è, e non è, allora una condizione oggettiva per la conoscenza sembra doverci essere, come vogliono in molti. Poi, appunto, una cosa è la condizione oggettiva della conoscenza, un’altra è che ognuno abbia un processo introspettivo che fa percepire quella conoscenza in un modo piuttosto che un altro. Ma questo non cambia la sostanza dal punto di vista della conoscenza, ma solo della prospettiva con cui la si guarda e su questo siamo tutti d’accordo!!

  4. Alessandro S.Alessandro S. luglio 8, 2014

    Ma questo non cambia la sostanza dal punto di vista della conoscenza, ma solo della prospettiva con cui la si guarda e su questo siamo tutti d’accordo!!
    -> Ed essendo la prospettiva soggettiva (relativa) la tua frase implica che non possa esistere una conoscenza oggettiva (una asserzione valida per tutti, sempre).
    Non si scappa 🙂

    I gatti hanno quattro zampe.
    Dipende. Ho conosciuto gatti con quattro zampe e gatti con tre zampe. Per esempio, per quanto riguarda me, posso dire che la maggioranza dei gatti che ho visto hanno quattro zampe. Quindi posso dire che QUASI sempre i gatti abbiano quattro zampe.

    Penso che stiamo dicendo la stessa cosa, ma utilizzando termini differenti. Quello che ti contesto è il termine “oggettivo”. Tu lo usi quale condizione esclusiva e vera per tutti sempre, ma irraggiungibile (nella sua condizione esclusiva) perchè la conoscenza è sempre e solo parziale.
    Io parlo di convenzione condivisa, ovvero di una condizione vera per molti in un determinato momento. Puoi chiamarla “oggettività” ma rimane comunque relativa ad un determinato numero di persone in una determinata locazione spazio/temporale. Ovvero relativa. E nella pratica quotidiana, ovviamente, funziona.

    E’ un po’ come quelli che sostengono che esista una specie di “morale innata” nell’essere umano che non cambia e ne cambia solo la prospettiva, ma non sanno nulla di etnologia, antropologia, zoologia, psicologia e parlano solo sulla base di supposizioni personali senza dare mai una occhiata al mondo che li circonda.

    • Giangiuseppe PiliGiangiuseppe Pili luglio 8, 2014

      Quello che io sostengo è che c’è una condizione oggettiva della conoscenza, cioè soggetto-indipendente. Il punto è che con “relativo” mi sembra che si stiano intendendo cose piuttosto diverse (relativo ad una convenzione non vuol dire relativo ad un soggetto, ad esempio). Quindi se con “relativo” intendi “relativo ad una convenzione” che non dipende necessariamente dall’opinione dei soggetti, allora sono abbastanza d’accordo. Se invece con “relativo” intendi “relativo ad un soggetto” la cosa cambia nella misura in cui non è chiaro in che senso un soggetto possa concordare nel fatto che concorda con qualcuno che non sia se stesso (non è un gioco di parole). C’è un altra dimensione del “relativo”: che un’evidenza conti solo per te ma non per un altro. Quando parliamo di acqua come h2o stiamo intendendo una cosa precisa, che non dipende dalla mia o tua opinione di cosa sia l’acqua. Tant’è che anche prima delle scoperte della chimica, l’acqua era h2o, come i dinosauri esistevano prima della loro scoperta (cioè del fatto che ci siamo fatti una credenza fondata su alcune ragioni che in passato esistevano certi animali etc.). Quindi ancora, se con “relativo” intendi una “variabilità soggettiva dell’evidenza” ci sono altri due sensi in cui si può intendere ciò: “evidenza accessibile al solo soggetto che ne dispone” e “evidenza accessibile a più soggetti a diversi gradi”. Nel primo caso, siamo in una forma di “relativismo evidenziale” (non saprei come altro chiamarlo). Tuttavia, il fatto che nelle aule di giudizio i giudici e i giurati cerchino di prendere decisioni delicate sulla disamina di prove, mi vien da pensare che tale relativismo è da escludere. Il secondo relativismo è più moderato perché non dice che ogni evidenza è accessibile solo al soggetto che ne dispone, ma che questa accessibilità è graduata. In questo “relativismo moderato” non si cancella una forma di oggettività (o di validità condizionale, se vuoi) dell’evidenza proprio perché c’è possibilità di condividere (e assentire, cioè giudicare) l’evidenza! Il punto è che sono messi in campo molti generi di relativismo (semantico, epistemico-credenziale, epistemico-evidenziale e oltre). Alcuni di questi sono, per me, passabilmente accettabili perché non intaccano il nocciolo duro della questione “conoscenza con qualche condizione oggettiva (ma non tutte)”. Mentre altri mi sembrano meno commestibili. 🙂 Detto questo, concludo mostrando che, forse, la parola che a te non piace, oggettività, è meno “nociva” di quanto sembri, laddove essa richiede semplicemente che ci sia qualcosa di fuori che permanga indipendentemente che tu la pensi. Tutto sommato non mi sembra una grande assunzione o che sia così indigesta!!

  5. Alessandro S.Alessandro S. luglio 8, 2014

    Esatto, sto parlando di “relativismo moderato”, ma ne sto parlando sin dal primo post, mentre tu continui a contrappormi esempi di relativismo estremo, per negare il relativismo.
    In buona sintesi: Protagora ha ragione. Basta non estremizzarlo. (autocit.)

    Cosa intenda io con relativo, l’ho già scritto un paio di volte:“Quindi possiamo sicuramente dire di avere delle approssimazioni della soggettività valide per molte persone e che assumono un carattere non tanto di oggettività, quanto di convenzione condivisa.”

    Ed i giudici ed i giurati, lasciamoli stare, per carità, dal momento che la c.d. “verità processuale” non è detto che possa corrispondere alla “verità fattuale”.

    Di contro, gli esempi di oggettività che mi porti tu, sono riferibili solo ad un certo numero di persone e/o in un determinato momento temporale e/o in un determinato luogo (o in combinazione tra i tre).
    E non è esattamente questa la definizione di relatività?

    Quello che tu sostieni è che esista una condizione oggettiva della conoscenza, cioè soggetto-indipendente. Bene. Quello che io invece mi chiedo è cosa spinga la gente a credere nella possibilità di conoscere verità oggettive. Quale sia il meccanismo che fa aspirare le persone ad una credenza fideistica di “oggettività” che vada al di là delle percezioni ed alla mediazione del mondo attraverso i nostri sensi (o i nostri strumenti). Oggettività che, naturalmente, non ci è dato conoscere, sempre per le stesse tesi, in quanto le prospettive di osservazione di questa oggettività sono personali. Questo è fideismo. Ed è anche un po’ antropocentrismo.
    Nulla di male, ci mancherebbe, rimane pur sempre una opinione.

    La conoscenza è la somma dell’esperienza accumulata nella storia umana. Esperienza che può essere diretta, oppure indiretta (memorizzata e condivisa). Ma rimane pur sempre accumulo di esperienza e, come tale, proprietà soggettiva.
    Possiamo sostenere che per l’esperienza della maggioranza delle persone l’acqua bagni?
    Sì possiamo tranquillamente sostenerlo.
    Possiamo, per deduzione, sostenere che l’acqua bagni sempre?
    Dipende. Da cosa? Dalle esperienze delle persone. Basta una sola e singola esperienza che neghi l’esperienza della maggioranza delle persone, perchè l’acqua possa avere due proprietà: bagnare o non bagnare.
    Ed ecco accumulato un altro mattone nella nostra conoscenza: L’acqua bagna, ma non sempre.
    L’acqua bagna, ma non sempre, è una verità oggettiva? Dipende. Dal prossimo mattone che aggiungeremo alla nostra conoscenza.

    La “tesi” l’acqua bagna, per esempio, è una tesi scientifica ed è dimostrabile scientificamente.
    Si può sottoporre questa tesi a verifiche sperimentali, ripetibili, ed osservabili da più persone.
    Non solo. Soddisfa completamente il principio di falsicabilità (Popper).

    “Poi, appunto, una cosa è la condizione oggettiva della conoscenza, un’altra è che ognuno abbia un processo introspettivo che fa percepire quella conoscenza in un modo piuttosto che un altro” è invece una tesi non verificabile, e non falsificabile se nell’enunciarla non si ammette almeno una condizione in cui si possa verificare la sua falsicabilità (o la si rifiuta a priori).
    Dio esiste? Siamo lì.

    • Giangiuseppe PiliGiangiuseppe Pili luglio 8, 2014

      Caro Alessandro, ti propongo di scrivere un articolo, se ti fa piacere. A questo punto delle cose, infatti, temo che andiamo verso un “regresso all’infinito”. Per quanto mi riguarda, posso soltanto dirti che, per quanto trovi molto di corretto nelle tue analisi, penso che il problema sia sostanzialmente terminologico. Ovvero, usi la parola “relativistico” in modo diverso da come si usa in diversi contesti della filosofia analitica (alla quale cerco di fare riferimento). Ben inteso, è una questione di capirsi (dunque…).
      In altre parole, che la conoscenza sia una condizione eminentemente soggettiva. Ma su questo non si discute. Non solo sono Io d’accordo con te (Io che naturalmente non sono Alvin Goldman o Duncan Pritchard), ma lo sono sostanzialmente tutti gli epistemologi (anche di fronte ad un mio vecchio scetticismo che avevo enunciato nel Paradosso di Moore). Ad ogni modo, sono d’accordo assolutamente sul fatto che ci sia una condizione soggettiva fondamentale riguardo alla conoscenza. Il mio unico punto si basa sul fatto che ci siano dei criteri che discriminino casi di conoscenza e casi di non conoscenza etc. Ma anche su questo credo che siamo d’accordo. Perciò, oltre al fatto, appunto, di relativismi se ne danno tanti, non sono convinto che la tua posizione sia “relativistica” nel senso filosofico-comune della parola. Semplicemente rimarchi il fatto che la conoscenza è soggetto-relativa. Ma, appunto, su questo non si transige, laddove la definizione stessa di conoscenza (CREDENZA di un soggetto VERA E GIUSTIFICATA) prevede che sia una conoscenza DI qualcuno. Poi l’obbiettivo dei miei commenti è principalmente migliorativo, ovvero: non cerco di dimostrare che tu non hai ragione, quanto il fatto che si può precisare la propria posizione. Questo è quello che si fa in filosofia! O meglio, quello che si DOVREBBE fare normalmente in filosofia, che è quanto si fa, effettivamente nei migliori centri di ricerca. Noi non siamo dentro ad uno di questi, ma almeno ci proviamo! 🙂

  6. Alessandro S.Alessandro S. luglio 8, 2014

    Bè, oddio, io non sono un filosofo, nè utilizzo il linguaggio della filosofia, nè ho una pur vaga conoscenza della filosofia. Anche se, tutto sommato, ho come il sospetto che l’umanità non appena formuli un pensiero stia già filosofando (altri direbbero: cazzeggiando).
    Ma detto questo, il mio utilizzo del termine “relativo” non credo si discosti da quello che lo stesso Protagora ha affermato:
    1) non può esistere una conoscenza oggettiva;
    2) non esiste asserzione che possa essere vera per tutti.

    ed ho cercato di dimostrarlo nella mia discussione.

    Se la tua posizione è cambiata da:
    1) esiste una condizione oggettiva della conoscenza, cioè soggetto-indipendente.
    a
    2) la conoscenza è soggetto-relativa, su questo non si transige.

    allora ti do atto che hai abbandonato una tesi fideistica per avvicinarti al mondo reale.
    L’unica concessione che ti posso fare, in favore della tua tesi originale è la seguente:
    “riconosco oggettivamente che la conoscenza/verità sia soggettiva”
    E visto che, probabilmente, non concorderai, questo confermerebbe la tesi della soggettività.

    Relativamente al tuo punto: “Il mio unico punto si basa sul fatto che ci siano dei criteri che discriminino casi di conoscenza e casi di non conoscenza “ posso solo risponderti che quei criteri fanno anche essi parte della conoscenza (ovvero non sono un privilegiato punto di osservazione esterno – oggettivo), e come tali sono regolamentati da quello che regolamenta la stessa conoscenza: la soggettività.

    Del resto, non sarebbe oggettivamente noioso un mondo senza soggettività?
    Almeno, relativamente a quello che penso io, lo sarebbe.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *