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Autorità e prestigio: una analisi generale e particolare di un fenomeno sociale

L’autorità è una parola che oggi come oggi piace poco. In un’epoca in cui regna sovrano lo scetticismo, sembra impossibile pensare all’esistenza di autorità di qualunque natura esse siano. Alla parola ‘autorità’ si associa sempre qualche personaggio storico a noi poco gradito: qualcuno pensa ad un politico, qualcuno pensa a un religioso, qualcun altro pensa ad un guru sociale. A ognuno la sua autorità sgradita. In particolare, negli scacchi hanno sempre dominato tre generi di autorità: i teorici, i campioni e, più nascosti, i burocrati. Per chi voglia le definizioni di queste tre categorie, dovrà aspettare qualche riga. Due domande: oggi esistono ancora delle autorità? Ma, soprattutto, chi sono le autorità?

La seconda domanda è di importanza capitale, perché si parla spesso di autorità di questo e di quello, senza definire in alcun modo il termine. Inoltre, non è possibile fornire una risposta qualunque alla prima domanda, se non si è preliminarmente definita l’autorità. Si dà spesso per scontata la conoscenza dei termini alla base delle argomentazioni, solo perché la loro investigazione richiede molto più sforzo e tempo. Oppure perché si è talmente invogliati a parlare del tema caldo, che ci si dimentica il lavoro preliminare, come chi alza la vela senza aver mollato il cavo dell’ormeggio. Avanza, ma poco e rischia di perderci la barca.

Definiamo, dunque, l’autorità. L’autorità è una persona che gode di un certo prestigio. Niente che sia altro da una persona può essere un’autorità. Il caso del software è un buon esempio: esso non è da considerarsi come autorità, se non come autorità dei risultati della programmazione, pensata da qualcuno; il software è, cioè, simile ad un libro, la cui autorità dipende da chi l’ha scritto e da come lo ha scritto. Ciò non toglie che tanto il software che il libro possano costituire la base del prestigio dell’autorità.

La presenza di un certo prestigio è in grado di garantire all’autorità la capacità di cambiare le credenze di una certa quantità di persone, la cui definizione vedremo più oltre. Sicché un’autorità è autoritariamente giustificata solo se gode di un certo prestigio, che costituisce la sostanza della sua autorità (in inglese sarebbe tradotto con source of prestige justification, che è molto più chiaro che in italiano). Definiamo ora il prestigio, o, meglio, ciò su cui si fonda:

L’autorità A gode di un certo prestigio P in un dominio informativo D solo se:

(1) fornisce risposte in un dominio specifico, le cui risposte sono più valide che invalide;

(2) abbrevia la distanza sociale tra due individui di cui uno è un’altra autorità;

(3) opera all’interno di uno stato di interessi con altre autorità.

Prima di chiederci se le tre condizioni sono negoziabili, cerchiamo di capire cosa significhino. Con ‘dominio informativo’ si intenda una certa parte della realtà che costituisce uno specifico ambito di interesse o di studio per qualcuno, il cui risultato è la formazione di un insieme discreto di credenze su di essa. Esempi di dominio informativo: filosofia, storia, scacchi, scienza, società, religione, scacchi… Ogni dominio informativo può essere ulteriormente partizionato in sottodomini, ma qui non ci interessa considerarli. Basta averne dato una definizione chiara.

La prima condizione (1) fornisce una definizione di ciò che un’autorità è capace di fare. Una qualunque autorità ha un ambito ristretto in cui esercita le sue capacità. Un’autorità militare fornisce delle risposte sui mezzi idonei per vincere una battaglia. Ma un’autorità militare non necessariamente ci sa dire come divertirci, il cui dominio attiene ad un certo ambito sociale, che presuppone la conoscenza delle pratiche convenzionalmente adottate in una società per divertirsi e non tutte le società hanno gli stessi modelli di divertimento, ad esempio, se con ‘divertimento’ si intende una qualunque attività capace di sviare l’attenzione sulla realtà, allora si selezionano precisi modelli comportamentali volti a realizzare il divertimento così definito. Un’autorità religiosa ci dà delle dritte sulle dottrine, ma non è detto che sia un esperto di astronomia.

Ben difficilmente un’autorità è una persona che ha influenza su tutti i domini informativi della realtà, giacché ogni dominio è diverso da un altro e richiede delle competenze diverse, che non si possono acquisire che con la conoscenza teorica e con l’esperienza. E’ possibile che un’autorità in un campo lo sia anche in un altro, ma è impossibile che lo sia in tutti i campi. Questo vale per le società evolute, cioè la cui diversificazione delle conoscenze ha consentito la differenziazione dei vari domini più ristretti. Nelle società pregresse o primitive esistevano le figure degli stregoni (ad esempio) che ricoprivano importanti ruoli sia in ambito epistemico (fornivano informazioni sulla realtà dei fatti) sia in ambito religioso (garantivano l’esecuzione dei riti) che politico (potevano determinare decisioni che prescrivevano guerre, come nei casi delle tribù cannibali, dove il cannibalismo assumeva una dimensione religiosa e rituale). Di sfuggita, facciamo notare che, allora, non solo le autorità sono sempre esistite (quanto meno, dall’avvento della storia, da Erodoto, che ce ne attesta la presenza), ma sono anche presenti in società diverse da quella occidentale, sicché non si tratta di una nostra peculiare forma sociale, ma attiene all’essere umano e alle sue aggregazioni sociali.

Tornando alle società con multidomini informativi diversificati, i politici sono delle ottime autorità (se lo sono) nel loro dominio, cioè in quello politico, ma non sono, assai spesso, grandi autorità epistemiche, perché ciò esula dalla loro attività o così gli pare.

Dunque, parlare di ‘autorità’ in generale è, spesso, fuorviante, perché sembra che esse godano di un grado di assolutezza che, in genere, non possiedono. Ad esempio, una celebre starlet, sarà un’autorità sul genere di vestiti da scegliere, sarà anche una certa autorità sociale, perché ad alcuni sa indicare il suo way of entertainment, che potrà essere più o meno condiviso. Ma la sua capacità di diffondere idee sulla scienza è pari a zero. Anche perché, se iniziasse a parlare di scienza, probabilmente quelli che la seguono negli altri domini… non la seguirebbero più.

Prima di passare agli altri punti, vediamo se questo primo punto è negoziabile. Si può pensare ad un’autorità che fornisca solo risposte inadeguate, ciascuno nel proprio dominio? No. Per esempio, un teorico dei finali che ci dica solo cose false sui finali, perderebbe ipso facto tutta la sua autorità. Semplicemente non sarebbe più ascoltato e la sua capacità di influenzare il pensiero degli altri, indice e sintomo dell’autorità, sarebbe dissolta. In realtà, ad un certo grado di sofisticazione è pensabile ad un’autorità che, nel suo dominio, dica anche solo cose false. Immaginiamo un grande matematico che ha fondato la sua celebrità sulle grandi scoperte nel passato. Ma da un certo momento in poi, egli impazzisce e incomincia a fornire solo risposte false, solamente che la complessità di tali falsità le cela agli occhi di quasi tutti e, così, tutti gli credono sulla fiducia, pur non sapendo se egli sia ancora una valida autorità. Ma questo caso suppone che in precedenza tale matematico avesse una autorità legittima sul suo campo. Sicché al massimo si può dire che un’autorità può perdere il suo peso nel suo dominio, ma prima doveva avercelo avuto. Esempi simili sono ritrovabili nella storia degli scacchi, come delle scienze. Che senso ha ancora leggere dei testi che ci insegnano cose ormai ‘ovvie’ perché superati? Chi comprerebbe un trattato di archietettura del ‘600 se non per ragioni storiche?

Veniamo ora alla seconda condizione (2). Ogni autorità è una persona che intrattiene legami con altre persone, alcune di esse saranno altre autorità. Anzi, è essenziale che una autorità sia connessa con altre perché, altrimenti, la sua stessa capacità di formulare delle buone risposte potrebbe venire meno. Ad esempio, un celebre teorico di aperture non potrà che essere amico di qualche altro teorico, se non altro perché ha bisogno di confrontare le sue idee e le sue intuizioni, per massimizzare (1) la percentuale delle sue risposte valide su quelle invalide. Nessuna autorità nasce dal niente e nessuno vive eluso dal resto del mondo. Al massimo un’autorità intrattiene relazioni solo con le sue fonti scritte, costituendo la sua capacità di fornire risposte solo su materiale cartaceo. Ma anche in questo caso, egli fa da tramite tra lui, i suoi eventuali lettori e gli autori degli altri testi. In generale, poi, vale la massima che ogni autorità è relazionata con due generi distinti di persone: altre autorità, persone qualunque (definite semplicemente quegli esseri umani con basso grado di prestigio). L’autorità, secondo (2), svolge un altro importante ruolo: quello di costituire un ponte tra una persona che cerca e una persona o materiale informativo che è cercato. Ad esempio, se voglio sapere se esistono dei buoni lavori di scacchi, la cosa migliore che possa fare è chiedere ad un mio amico esperto, se sa fornirmi delle buone informazioni. Non chiederei tale informazione ad una persona scelta a caso, perché non mi abbrevierebbe la ricerca, e non necessariamente mi fiderei di lui. Ad esempio, mi fido di chi mi dice l’ora solo se l’ha vista sul suo orologio (a cui sono disposto a credere), ma non mi fido di chi mi dice l’ora a caso perché, anche se avesse ragione, non sarei in grado di saperlo. Mentre sono disposto a fidarmi di un GM che mi dica che la mia mossa era inferiore, come sono disposto a credere ad un esperto che mi consiglia un libro tecnico sulle aperture. La fiducia è il risultato di un’aspettativa, cioè di una nostra credenza di cui non conosciamo il valore di verità, ma saremmo disposti a puntare su di essa: noi non sappiamo se un giocatore che su 100 partite con il nero ha giocato la difesa siciliana, giocherà nuovamente 1…c5 contro la nostra 1.e4, ma saremmo disposti a scommetterci, con la conseguenza che ci studieremo delle varianti sulla siciliana e non, poniamo, sulla variante di cambio della spagnola! In tutti questi casi le autorità stanno svolgendo un utile servizio di tramite nella rete sociale, vale a dire che abbreviano, grazie alle loro molteplici relazioni umane, il percorso che congiunge me con quell’opera o persona.

Per renderci conto: vogliamo spedire una lettera a Kasparov, ma solo nella speranza che Kasparov la legga. Supponiamo che Kasparov sia pieno di lettere di ammiratrici, e che non leggerà mai probabilmente la nostra se non passa attraverso qualcuno che conosce, un intermediario. Così aumentiamo la probabilità che Kasparov legga la lettera. Allora incominciamo a chiederci chi conosce Kasparov, e ci viene in mente che Garry era amico di un amico di un nostro amico. Allora ripercorriamo all’inverso la catena. Evidentemente, questi amici indiretti sono delle autorità sociali che sono in grado di abbreviare la distanza tra noi e Kasparov e, molto probabilmente, costoro sono anche esperti di scacchi. Così, se voglio sperare di trovare un difficile lavoro ottocentesco sulle aperture di inizio secolo XIX, punterò tutto su storici scacchisti, e non su altri, perché mi aspetto che le autorità (gli esperti) sappiamo abbreviare quella che, altrimenti, sarebbe una ricerca lunghissima.

Domandiamoci, dunque, se possiamo negoziare questa seconda condizione. La risposta sembra essere affermativa. Pensiamo agli eremiti. Essi erano continuamente in contatto con la popolazione locale (se non altro per mangiare) e rilasciavano importanti informazioni sulle cose divine, sicché essi erano realmente in contatto con altri. Ma questo vale per il punto (1). Si potrebbe supporre ad una sorta di asceta degli scacchi che, pur conoscendo tutte le verità, non le comunichi a nessuno. In fondo, costui sarebbe sempre una peculiare forma di autorità, sebbene inaccessibile. Ma l’inacessibilità non è una condizione problematica.  Certo, rimane il fatto che nel nostro mondo ordinario le autorità devono avere molti contatti con altre autorità, se non altro perché, appunto, necessitano anche loro di informazioni affidabili su domini che non le competono e, allo stesso tempo, hanno bisogno di confrontare le loro opinioni con gli altri. Un esperto di aperture può fare a meno di studiare principi strategici e tattici generali? No. Allora avrà bisogno di un’autorità di supporto in materia, quanto meno inizierà a studiare sui soliti manuali di tattica, per poi cercare di comprendere a fondo i principi strategici su altri manuali. E, si badi, tali manuali non possono essere scritti da egli stesso, perché abbiamo supposto che costui è esperto di aperture. Tornando, poi, al caso immaginario, si può realmente pensare, oggi, ad un asceta che conosca tutte le verità scacchistiche, ma che non abbia mai visto una sola partita di Carlsen?

Veniamo, ora, alla condizione (3). Le autorità sono delle persone, come detto, e come tali hanno degli interessi. Sicché tutte le autorità tendono a cercare di massimizzare il loro prestigio mediante convergenze o divergenze di interessi tra autorità. Questo fenomeno è ben mostrato dalle equipe di scacchi. Tutti i grandi GM studiano e lavorano con tanti studiosi più specifici, che dedicano del tempo a studiare singoli aspetti del gioco o degli avversari. Questo significa che ciascuna autorità specifica nell’ambito di studio a dominio ristretto converge nell’interesse generale di massimizzare le conoscenze del grande GM. Ma questa condizione (3) ha anche conseguenze molto più ampie. Un’autorità politica necessita spesso delle alleanze con autorità non-politiche perché abbisogna di giustificazioni super partes. I teorici politici e gli intellettuali (autorità epistemiche) hanno sempre aiutato le autorità politiche a trovare ragioni o nuovi scopi per le loro azioni. Allo stesso modo, i teorici militari hanno contribuito a migliorare le tecniche militari. Ma la condizione (3) ci dice anche che le autorità cercano di trovare alleanze disparate, in base alle necessità del momento. Un’autorità sociale che voglia fare una bella festa sa a quali altre autorità sociali chiedere, ad esempio, a calciatori o attori, che, in quella dimensione, aumentano il prestigio dell’autorità sociale che li chiama (non c’è bisogno di chiamare in causa noti politici nostrani; in fondo, è sempre stato così, è inevitabile). E viceversa. Perché l’alleanza tra due autorità aumenta la forza reciproca delle due autorità alleatesi, come dimostrò la reciproca affermazione nel medioevo tra il papa e l’imperatore, un processo storico esemplare.

Possiamo considerare negoziabile la condizione (3)? E’, naturalmente, negoziabile. Possiamo pensare al seguente controesempio. Un fortissimo GM, che rispetta (1), che ha tanti altri amici GM con i quali confronta le sue idee scacchistiche (condizione (2)), non è interessato ad associarsi in alleanze con altre autorità scacchistiche, perché è scettico in tal senso, pensa che sia sbagliato e che gli porti via del tempo.. Allo stesso modo, la solita figura dell’asceta onnisciente è un buon esempio: egli non è interessato che alla contemplazione della verità, ed ogni forma di alleanza con gli altri esseri umani lo disgusta. Ciò non toglie che nel suo dominio egli sia un’autorità e goda di un prestigio senza pari.

Abbiamo notato che la condizione (1) sembra la sola non negoziabile. Ma ne siamo sicuri? In fondo, una persona che sia amica di tante autorità (dunque, capace di abbreviare la interrelazione tra le persone che conosce e le altre autorità) e che assomma ai suoi interessi gli interessi delle autorità è, in qualche modo, una autorità anch’essa. Abbiamo un esempio dalla storia che mostrerà come ciò sia chiaro: Mecenate non era un grande artista, storico o letterato, per quanto scrisse anche lui delle opere. Eppure, egli godeva di un prestigio unico a Roma, per la sua amicizia con Ottaviano Augusto e con tutti gli altri del suo entourage intellettuale (Tito Livio, Orazio, etc.). E quando qualcuno gode di un certo prestigio ha anche una certa autorità. Certo, si potrebbe dire che Mecenate non viola (1) se si considera come autorità sociale, in grado di fornire delle risposte su domini di attività sociali della Roma dell’epoca. Siamo d’accordo, ma era solo un esempio immaginario. Il punto è, però, fondamentale.

Sembra che nessuna condizione (1-3) sia necessaria a garantire la presenza del prestigio, ma sembra anche che siano tutte e tre condizioni sufficienti che determinano il prestigio. Fra l’altro, non c’è nient’altro in grado di garantire prestigio alle persone, se non in relazione al rispetto delle condizioni (1-3). Allora possiamo dire che la condizione generale necessaria è che il rispetto di almeno una delle tre condizioni, con al più tutte, cioè almeno una condizione deve essere rispettata, posto che possono essere rispettate tutte e tre congiuntamente. Se nessuna di queste tre condizioni è rispettata, la persona non gode di alcuna autorità (uno sciocco che vive di birre al bar non dice niente di interessante o vero, non conosce alcuna autorità e non ha interessi con alcun’altra persona di prestigio; quanto peso ha costui in termini di prestigio?).

Fra l’altro, se una condizione viene meno, il peso del rispetto delle altre due condizioni deve essere maggiore! Cioè se uno scacchista è scarso, per godere di grande prestigio deve essere amico di tanti altri scacchisti eminenti e deve poterli rendere avvicinabili. Viceversa è uno scacchista come tanti. Stiamo attenti. Qui non stiamo traendo giudizi morali, si può essere scacchisti qualunque ed essere scacchisti virtuosi e dei buoni uomini, ma questo non è il problema che ci sta a cuore, che è descrivere ciò che accade nei termini della logica autoritaria, perché essa ha una sua logica.

Abbiamo raggiunto un punto importante. Un’autorità è una persona che gode di un certo prestigio. Il prestigio sostanzia l’autorità, che, senza di esso, è una persona qualunque. Il prestigio è in funzione delle risposte che l’autorità è in grado di fornirci, della capacità di connettere più persone ad altre persone o materiali informativi ed è, in fine, in relazione di interessi, più diversi, con altre autorità.

Ma le autorità hanno un senso di esistere, abbiamo necessità della loro presenza? Nonostante le apparenze, in un mondo così globale e decentrato, la risposta è affermativa nel modo più forte possibile. Finché esisterà l’uomo, ci saranno autorità, perché nessuno può fare a meno di ricevere informazioni dagli altri. Nessuno ha il tempo per studiare tutto, nessuno ha la possibilità di essere onnisciente, né ci sono le energie disponibili per dedicarsi ad ogni attività possibile. Non si può essere contadini, studiosi di metafisica, letterati, giocatori di tennis, reporter dal fronte di guerra, carpentieri e esperti subacquei nello stesso tempo. Ma abbiamo bisogno dei contadini, abbiamo bisogno dei letterati, forse un po’ meno degli studiosi di metafisica, ma da tutti abbiamo bisogno di risposte che non potremmo avere altrimenti. L’importante, allora, è che le autorità facciano bene il loro dovere, cioè forniscano per lo più risposte vere. E’ per questo che ci sono le previsioni del tempo. Perché noi non saremmo in grado di prevedere il clima e abbiamo, però, bisogno di conoscere il futuro climatico.

In secondo luogo, le autorità hanno anche l’importante missione di aumentare il grado di verità disponibili nel loro dominio, contribuendo, così, alla conoscenza del mondo. E anche questo è possibile solo a loro, perché gli altri non hanno il tempo e le risorse per farlo. Ad esempio, si può studiare logica a casa propria, ma quanto tempo occorre per scoprire cose dette secoli prima, se non ce lo dice nessuno? Abbiamo bisogno di scorciatoie e le autorità ci sono per questo! Le autorità, nonostante tutto, ci sono e sono belle prospere.

Il prestigio di un’autorità è stato definito. Esso ha delle importanti conseguenze in sede sociale e culturale. Se un’autorità pensa che giocare 1….Cf6 sia una buona mossa, egli lo dice e molti se ne convincono. In base a quanti egli è in grado di influenzare è pesabile, misurabile il grado di forza di una certa autorità. Si badi che qui non ha importanza il contenuto del pensiero dell’autorità, perché anche noi avremmo potuto pensare a 1…-Cf6 come prima mossa. Ma quanti ci avrebbero seguito (il nostro peso è pari a zero)? E, infatti, è capitato che sistemi di apertura, prima snobbati (cioè, c’erano! ma non erano presi in seria considerazione) poi sono diventati celebri. In questo senso, in base al prestigio che possiedono, le autorità possono influenzare l’andamento degli eventi perché sono in grado di imporre una certa opinione nello stato sociale costituito. Anche perché essi influenzano indirettamente tutti gli altri. Quando Alekhine adottò la difesa che prese il suo nome, non solo contribuì a diffonderla, ma pure a diffonderne gli antidoti, arrivando, cioè, direttamente o indirettamente a influenzare il gioco di tanti appassionati e esperti. Il risultato è, dunque, che c’è una differenza tra le conseguenze sociali e culturali di una certa opinione di un’autorità. anche quando questa è perfettamente identica a quella di un neofita. Questo perché il prestigio dell’autorità impone una forza psicologica di credibilità a quelle che sono le credenze che gli altri si formano a partire dalla sua. Vale a dire che gli altri si aspettano che egli abbia tendenzialmente ragione, sicché va capito e accettato. Ma non tutti godono di tale prestigio e la storia ci insegna (specie tristemente quella militare) che molto spesso avere ragione non costituisce affatto una solida base per diffondere le proprie credenze! Non basta, perché manca il prestigio.

In base a quanto detto, è possibile anche giudicare l’operato di un’autorità. Un’autorità è buona solo se compie bene i suoi doveri, vale a dire: (1) aumenta la conoscenza della realtà che gli interessa; (2) connette le persone che richiedono il suo tramite e (3) si impegna per favorire convergenze di interesse virtuose. Un’autorità che rilascia per lo più risposte inattendibili è da condannare, tanto più perché egli ha la responsabilità di influenzare l’opinione di tante persone. Un’autorità che non connette persone sta ostacolando la buona società, che vuole che più persone si aiutino a vicenda, aumentando, così, il grado di felicità loro e, indirettamente, di molti altri. La violazione di (2) comporta, dunque, un aumento sensibile dell’infelicità nella società e ostacola la libera ricerca della conoscenza. In fine, egli dovrebbe promuovere interessi di categoria che possano far del bene anche a tutti coloro che li seguono, giacché essere dei grandi capi comporta grandi responsabilità: i propri effetti hanno grande influenza su tutti gli altri. Così, essere un’autorità non è solo un fenomeno definito, che si svolge secondo precise logiche, essere un’autorità significa anche accettare di avere delle responsabilità dirette, in relazione alla grandezza del proprio prestigio. E questo, purtroppo, è spesso ignorato da molte autorità nostrane, giacché si sbeffeggiano bellamente dei loro compiti, ignorando le conseguenze sulla vita degli altri.

In conclusione, le autorità sono rimaste quasi le stesse, e la loro forza è rimasta immutata, perché gli uomini avranno sempre bisogno di scorciatoie, e questo è inevitabile. Tanto più in un mondo a domini informativi sempre più ristretti che richiedono l’intervento e studio di grandi specialisti, che abbiano tempo, risorse ed energie in grado di affrontare sfide sempre più specifiche e sempre più di dettaglio. Certo, una domanda rimane aperta: quante autorità virtuose ci sono oggi nel nostro piccolo panorama? Questa è la domanda con la quale, dopo tutto questo discorso, possiamo e dobbiamo fare i conti.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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